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Mercoledì 28 Settembre 2016, San Venceslao
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Legnago - Chiesa di San Salvaro

Verona / Italia
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Le tracce d’edifici romanici in Legnago, o nelle immediate vicinanze, sono piuttosto rare; ciò è dovuto forse alle vicende guerresche del castello di Legnago, costruito, arso, assaltato e rifatto più volte nel corso dei secoli, dai tempi delle vie consolari sino ad incontrare l'epoca nostra in cui s’imbatté nelle furiose distruzioni del 1944-45, in una delle più tristi sciagure nel corso di tutta la sua storia.

Nessun richiamo all'arte dunque: le abbondanze decorative che il roseo medio evo latino ha profuso altrove con gusto gioioso, qui sono obliate. Le ricerche fatte ci fissano però un punto di riferimento. A poco più di un miglio ad occidente di Legnago, sta la chiesetta di San Salvaro, opera assai suggestiva, unico monumento del legnaghese che rappresenti a qual punto giungesse allora l'arte sacra.

Nonostante sia un po' fuori mano, è facile trovare questo tempio. Occorre lasciare la città ed addentrarsi nella frazione di San Pietro. Introdottisi nel bel viale fiancheggiato da alberi, che incomincia la strada per Vangadizza, a pochi passi si vede comparire, su di un terreno elevato, seminascosta nella verzura degli alberi e dei campi, una vecchia chiesa, nella semplicità dei suoi muri e nelle linee alternate di tufo, quadrelli, trachite e ciottoli addoppiati, nella severità dei suoi colori.

Dell'origine non conosciamo che un accenno probabile, una tradizione leggendaria. L'accenno è in un documento del 989, in Dionisi de Aldone et Notingo in cui Wualdo, accolito, dona alla Scuola dei Sacerdoti di Santa Maria Matricolare di Verona un suo possedimento presso Leuniaco, confinante con l'acqua Padusia, i beni di San Salvaro, il Tartaro e il Fossato di San Pietro. Leuniaco è l'attuale toponimo Legnago e il Fossato, vicino alla Chiesa, esisteva ancora non è molti anni; e i «beni di San Salvaro», come appare dal Catasto del 1419 conservato nell'Archivio Municipale, sono di San Salvar Corte Regia di Verona.

La leggenda dice che «in illo tempore», la figlia d'una cieca, pascolando le oche sull'orlo del fossato (il fossato di San Pietro), vide una maestosa Signora con la testa al sole, i piedi su di un arboscello di sambuco, la quale mandò a chiamare la mamma della fanciulla, perché le portasse una stuoia con cui ripararsi dai raggi. Accorse la cieca e vide. In memoria del prodigio fece erigere il muro nel sito dell’apparizione e dipingere l'immagine. Crescendo poi con le grazie la devozione, sul muro fu edificata la cripta e poi il tempio.

La tradizione più attendibile, basata sull'iscrizione posta nell'angolo nord-est della chiesa, è quella che l'aggiudica al sec. XII : «Contesa Matelda hoc opus fecit fieri 1117 D.I.C.».

Se poco si può accertare della sua origine, poco si può aggiungere delle sue vicende sino ai nostri giorni. La chiesetta fu restaurata (cioè manomessa) più volte, e questo appare dalle tracce degli intonaci e dei fori nei muri. I restauri effettuati attraverso i secoli in varie riprese, sono stati sempre per il concorso di benemeriti legnaghesi e per la loro spontanea liberalità. Essi poterono essere assai notevoli sotto la guida del compianto Trecca che a questa chiesa dedicò amorevolissime cure.

L'edificio è tripartito, a tre piani, e a tre navate, con l'altare ad oriente: le laterali strette e svelte, sono dalla centrale divise per cinque pilastri quadrangolari, che sostengono sei archi alternati di tufo e laterizi. Una bella gradinata di marmo rosso, partendo dalla metà della navata di mezzo, congiunge la parte piana col presbitero, in fondo al quale, nell'abside, è l'unico altare su cui si eleva la statua del Salvatore risorto; due scale congiungono poi le navate laterali con la cripta che ha pure tre absidi, con l'altare a mensa in quella di mezzo, e dove quattro pilastrini sostengono sei rozze, ma graziose volte sulle quali posa tutta la chiesa superiore.

La chiesetta è violata da piccole luci della bifora e dei finestrini laterali, che rischiarano fiocamente l'interno, conferendo ad esso un senso di mistica suggestività e di poesia. Bello è poi il compendio dell'epopea della Redenzione, rappresentata dagli affreschi e dalle statue. I dipinti nel catino dell'abside sono del veronese Daniele Dal Pozzo.

Ma l'immagine più venerata e più antica, forse, benché ritoccata, è la Vergine detta la Madonna di San Salvaro, dipinta su una volta della cripta in atto di stendere le palme, e accogliere sotto il suo manto quattro disciplinati, inginocchiati con i flagelli e le croci, supplici ai suoi piedi.

Nella cripta furono impiegati dei frammenti romani e, prova di tale induzione, sono tutte le pietre lavorate che sostengono i pilastri, i due bellissimi capitelli corinzi di travertino e il fregio che poggia sul nome di quel (IU)lius o (Aemi)lius P(auli) f(ilius) Giulio e Emilio figlio di Paolo che aveva alzato il tempietto o al quale era dedicato l'arco sepolcrale, e più di tutto il leone e il cavallo che si rincorrono sulla facciata.
Fonte: Vita Veronese - 1-2/1957

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