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Lazzaretto

Verona / Italia
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Il suo stesso nome era sinonimo di pene infernali, nato com'era per essere il regno del dolore e della sofferenza. Nonostante questo, però, probabilmente nessuno avrebbe immaginato di vederlo inghiottire da fiamme degne di una bolgia dantesca. Invece, nel tardo pomeriggio di domenica 20 Maggio 1945, il Lazzaretto di Verona si dissolse in una nuvola di fuoco, polvere e fumo.

Gli antichi edifici abbandonati, un tempo asilo (e, nella maggioranza dei casi, ultima mèta) dei malati di peste, erano stati trasformati già nell'Ottocento in deposito di munizioni. Come tali erano stati utilizzati anche nel corso dell'ultima guerra, per essere quindi abbandonati, stracolmi d’esplosivi, dai nazisti in fuga. Saltarono in aria all'improvviso, mentre al loro interno si accalcavano decine di persone di tutte le età, un po' per curiosare, un po' per ricavare dal materiale bellico qualcosa che potesse tornare utile nei giorni disperati del primissimo dopoguerra. Il bilancio dell'esplosione, di cui racconta nel numero di martedì 22 maggio "Verona libera", (il quotidiano che, dopo il 25 aprile, sostituì l'"Arena"), fu pesantissimo. Almeno trenta i morti, tra cui bambini d’otto, undici, tredici anni, giovani donne, anziani. Moltissimi anche i feriti, al punto che il numero esatto delle persone coinvolte nella disgrazia non fu mai accertato.

Il quotidiano cittadino, pur esprimendo dolore per le vittime, non fu però tenero con loro, e le indicò come dirette responsabili della tragedia. Infatti, dopo l'abbandono della polveriera da parte dei tedeschi, molti - scrive "Verona libera" - n’avevano approfittato «per inoltrarvisi allo scopo di impadronirsi di cassette delle munizioni e per dedicarsi, invero con impegno degno di miglior causa, allo svuotamento dei proiettili per recuperare i bossoli metallici, nonché ad altre ruberie». Prevedibile risultato di tanta insensata imprudenza, l'esplosione, che mandò in briciole la parte occidentale dell'antico ospedale cittadino, da poco sopravvissuta ad un'altra, drammatica giornata di fine guerra.

Circa un mese prima, infatti, un'analoga deflagrazione aveva distrutto la parte orientale dell'edificio. Lo racconta ancora "Verona libera", il 26 luglio 1945. Giuseppe Silvestri ricorda come, prima della fuga, i nazisti avessero minato i depositi di munizioni situati nel Lazzaretto, senza però riuscire a farli saltare «sia per la fretta di fuggire, sia per il coraggioso intervento di un ragazzo che sarebbe riuscito a tagliare il filo». Ci pensarono allora alcuni fascisti che «rotte a colpi di mitra le porte s’introdussero nel Lazzaretto e, dando fuoco agli esplosivi, determinarono la rovina del lato orientale». Verona perdeva così, nel giro di un mese appena, una costruzione secolare, di grande rilievo per la storia sia sanitaria, sia architettonica della città.

La posa della sua prima pietra risaliva al 1549. Già dieci anni prima, tuttavia, il Consiglio dei XII e L aveva deliberato la costruzione di un edificio dove isolare i malati contagiosi, incaricandone il priore dell’ospedale dei Santi Giacomo e Lazzaro alla Tomba (che avrebbe dovuto accollarsene la spesa), e alcuni illustri cittadini, ovvero Raimondo della Torre, Giovanni Bevilacqua e Gerardo Pellegrini. I quattro avrebbero dovuto rendere conto alle autorità in capo a tre mesi. Passarono invece otto anni. Il Consiglio approvò, infatti, il progetto solo nel 1547: per ospitare la nascente struttura fu scelto San Pancrazio, «comodus et habilis» perché vicino all'Adige e, soprattutto, a distanza di sicurezza dalla città. Una volta ottenuta la necessaria approvazione da Venezia, i lavori poterono prendere il via: era il gennaio del 1549.

Incredibilmente, considerate sia le dimensioni che la rilevanza dell'opera, la paternità del Lazzaretto è avvolta nel mistero. Secondo il Vasari, la sua progettazione sarebbe stata inizialmente affidata nientemeno che al Sanmicheli. Il suo disegno, a detta del Vasari, "riuscì oltre ogni credenza bellissimo". Eppure, "non fu da alcuni per il loro poco giudizio e meschinità d'animo posto interamente in esecuzione, ma molto ristretto, ritirato, e ridotto al meschino". Di chi, allora, la versione definitiva? Alcuni storici hanno avanzato il nome di Giangiacomo Sanguinetto, revisore dei conti dell'ospedale di San Giacomo alla Tomba, che nel giugno 1548 presentò alle autorità cittadine un suo modello per il Lazzaretto. Francesco Pellegrini indica in questo secondo progetto «una riduzione, o meglio una mutilazione del primitivo disegno sanmicheliano». C'è tuttavia anche chi, come Giulio Sancassani, ha invece ritenuto proprio il Sanguinetto il vero progettista dell'ospedale, forte del fatto che, in tutti i documenti relativi al monumento, il nome del Sanmicheli non compare mai. Quanto al Sanmicheli, Sancassani ha ipotizzato che questi avesse «effettivamente eseguito, senza però esserne stato ufficialmente incaricato, un disegno, che non conosciamo, del Lazzaretto, che però non fu mai preso in considerazione, forse per l'onere della sua realizzazione». E come rimane avvolto nel mistero il progettista del complesso, altrettanto si deve dire dell'autore del rotondo tempietto centrale (anch'esso di "matrice" sanmicheliana), costruito dai lapicidi Angelo Rossi e Filippo Gabrieli a partire dal marzo 1602. Tutta la fabbrica, del resto, andò molto a rilento, tanto che il nuovo Lazzaretto fu compiuto solo nel 1628: appena in tempo per la grande epidemia del 1630, che avrebbe privato Verona di due terzi dei suoi abitanti.

La peste arrivò in città nella notte tra il 14 e il 15 marzo di quell'anno. Un soldato bresciano, Francesco Cevolini, bussò alla porta di Lucrezia Isolana, che abitava nei pressi del Ponte Nuovo. Il soldato, che si reggeva in piedi a malapena, chiese e ottenne ospitalità. Tuttavia, quella che pareva solo stanchezza si aggravò velocemente, portandolo ben presto alla morte. I medici sentenziarono che non si trattava di pestilenza: invece, subito dopo, anche Lucrezia ed i suoi familiari si ammalarono e morirono. La peste non si fermò più: ancora pochi giorni e travolse l'intera città.

Nel disperato tentativo di arginare l'epidemia, le autorità sanitarie cercarono di confinare il più possibile i malati al Lazzaretto: lo si raggiungeva a piedi, o via fiume, nel corso di traghettamenti che poco dovevano aver da invidiare a quelli dei dannati trasportati da Caronte. All'apice della pestilenza, nel luglio di quell'anno, nel Lazzaretto arrivarono a concentrarsi più di cinquemila appestati. Basta questa cifra a suggerire l'imponenza della costruzione, che così ci descrive, ancora nel 1821, lo storico veronese Giambattista da Persico: «Gran cortile vi sta in mezzo con portici e stanze dai quattro lati, due maggiori e due minori, quelli di arcate 51, questi di 24. Metton nel detto cortile quattro porte, ognuna alla metà circa di ogni lato; e nel minore a sera sta la porta del principale ingresso. Un po' elevato è il pian terreno per meglio preservare dall'umidore e dalle alluvioni le 152 stanze o celle, comprese le quattro più grandi, che s'alzano sui lati in guisa di torri, le quali hanno un piano di sopra colle rispettive scale. Un secondo ordine di celle, pur a volta reale, avente ciascuna quanto occorre per abitarvi separatamente, sta al di sopra di rincontro alle proprie arcate. Sopra il lato del principale ingresso si ha un altro ordine, compartito in dieci stanze, al servigio del magistrato, e risponde alle cinque arcate del portico, mettendo ad esso due ben ordinate scale. In quattro parti eguali vien da muretti diviso il cortile per distinguere in tempi diversi le rispettive contumacie degli appestati. Ognuno dei quattro angoli del cortile ha il suo pozzo; e due ve ne stanno tra i muri, che dividono il lato maggiore. Sopra tre ordini di gradini s'alza al centro del cortile un tempietto rotondo con doppio giro di colonne del nostro marmo, d'ordine toscano, differenti nell’altezza. Le colonne interne sostentano il timpano e la cupola del tempietto; le esterne forniscono il portico dattorno allo stesso, cupola e cupolini, quella coperta di piombo, questo sormontato dalla statua di San Rocco, il gran protettore degli appestati. Nel centro del tempio v'ha l'altare a quattro facce, sì ch'esso è in vista di tutti i malati; stando di rincontro ad ogni porta delle dette 152 celle».

Se la peste del 1630 fu una delle più devastanti, fortunatamente fu anche l'ultima. Ben presto, come annota il Pellegrini «al grande, affannoso tramestio, al rumore, al gemito dei moribondi, alle imprecazioni e alle grida dei "contumaciati" successe un silenzio profondo, appena violato dal monotono mormorio dell'onda atesina». La fine dell'emergenza-peste segnò anche la decadenza del Lazzaretto: ad eccezione di un consolidamento delle fondazioni eseguito nel 1742, nessuno se ne curò più.

Alla fine del Settecento, il suo utilizzo sanitario cessò definitivamente. Nel secolo successivo il grande complesso, passato in uso alle autorità militari, fu trasformato in deposito di esplosivi. Nonostante questo utilizzo improprio, la struttura rimase in piedi ancora molti decenni: agli inizi del ‘900, studiosi come Ciro Ferrari e Giovanni Centorbi potevano ancora descriverlo negli stessi termini del Da Persico, sottolineando però come, nel frattempo, la cupola del tempietto fosse crollata.

Furono proprio le polveri e le munizioni cui aveva offerto asilo che, in due pomeriggi di inizio estate, rasero al suolo questa costruzione secolare, di cui nessuno si curò più. Solo il tempietto centrale fu parzialmente ricostruito in occasione delle celebrazioni sanmicheliane del 1960. Negli stessi anni, ne fu eseguito un interessante modellino di legno, attualmente esposto nella sede della Soprintendenza ai beni ambientali e architettonici di Verona. Anche la statua di San Rocco, cui si rivolgeva speranzosa la preghiera degli appestati, è scampata alla rovina: oggi è conservata nel museo veronese di Castelvecchio.

Dell'intero, grandioso complesso non sopravvivono invece che pochi ruderi, semisepolti da una vegetazione che ha ormai completamente inghiottito ciò che restava dell'antica "triste dimora della morte", che tale si dimostrò fino al suo ultimo giorno.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1995

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