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Lazise - La dogana veneta

Verona / Italia
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Nelle «Cronache Fiorentine» di Giovanni Villani, (1384), c'è questo passo dedicato a Cangrande: (Egli) «con una grande armata di gazzare e d'altro navilio», e con molta gente d'arme, sbarcò a Salò tentando di recuperare alla Signoria veronese la sponda occidentale del Lago di Garda. Era il 24 marzo 1329; la flotta scaligera era partita dal porto di Lazise, anzi, riferendoci ancora alla documentazione del Villani, dalla «Casa vicino alla rocca di Lazise, nella quale si colloca il naviglio del signore Della Scala ».

È la prima testimonianza che abbiamo, intorno all'esistenza di un Arsenale-Darsena lacuale gardesano, in piena attività sotto Cangrande, ma probabilmente costruito qualche tempo prima, forse sotto Alberto Della Scala che sul lago aveva già realizzato opere militari e di fortificazione a partire dall'imponente castello di Sirmione.

Non sappiamo se, prima degli scaligeri, fosse esistito un altro manufatto similare, nello stesso posto; l'ipotesi di una «dogana», o almeno di un «porto custodito» si riallaccerebbe a quel diploma di Ottone II, del 983, con cui l'imperatore concedeva alla notabilità del paese il diritto di riscuotere il «toloneo», tassa applicata alla merce di transito, e il «ripatico», cioè la tassa d’approdo, riservata in particolare a chi proveniva dalla sponda lombarda.

È intorno al 1377, quando Lazise ottiene di diventare sede di una Capitaneria, soppiantando Sirmione e Garda, che la «Grande fabbrica », così era denominata la costruzione lacisiense, assunse importanza particolare nella vita politica ed economica dell'intera zona; oltre che manufatto militare divenne magazzino civile, un fondaco, recuperando la primitiva destinazione. Le motivazioni della duplice funzionalità vanno ricercate nella particolare posizione di Lazise che si veniva a trovare al centro di una rete viaria, allora molto importante; scalo naturale delle merci destinate ai commerci con la Lombardia, provenienti parte dal basso lago attraverso le strade del bordo interno dell'altipiano morenico, parte dalla valle dell'Adige attraverso la strada «cavallata» che raggiungeva Ponton, parte della fascia costiera orientale del lago.

Si può affermare che il porto di Lazise andava sempre più acquistando credito economicamente, contrapponendosi, sia pure con evidente limitatezza, al grande emporio commerciale di Desenzano cui facevano capo le più importanti attività mercantili Veneto-Iombarde.

Quando poi, caduta la Signoria Scaligera, subentrarono i veneziani e anche Lazise ebbe amministrazione da parte della Serenissima (1405), l'arsenale-darsena, pur confermando la funzionalità militare, cioè ospitando una flottiglia, come confermano i documenti di guerra riferiti alle contese tra Venezia e Filippo Maria Visconti, e tra Venezia e la lega di Cambrai, divenne sempre più specificatamente fondaco, dogana. La nuova denominazione popolare di «Ressenal» (arsenale), che aveva sostituito quella di «grande fabbrica», cedeva ancora ad un toponimo più attuale, quello di «Dogana»; e questo ultimo rimaneva caratterizzante.

La Repubblica Veneta mise mano al fabbricato medioevale restaurando le parti cadenti e dotandolo di nuove attrezzature portuali, nominando altresì un «castellano», scelto dal Consiglio dei Previdi fra i nobili veneziani, col compito di custodire, assieme all'arsenale, anche la rocca e le fortificazioni murarie dell'intero paese dovute quest'ultime a Cansignorio della Scala.

È il periodo più interessante per la funzionalità dell'edificio, per il suo evolutismo diacronico, sempre più dogana e sempre meno arsenale; fino a diventare in breve lo strumento primario dell'economia commerciale di Lazise, che ottiene il riconoscimento giuridico di Vicariato e rinsalda la sua posizione di prestigio fra i paesi del basso lago veronese.

Tempi felici e prosperi fino alla metà del Cinquecento; ma già qualche anno prima si erano notate carestie, incertezze nei trattati mercantili, meno affluenza di viaggiatori e di merci. La Serenissima, negli anni tra il 1653 ed il 1656 aveva fatto costruire le fortificazioni di Peschiera, e a Peschiera aveva trasferito il comando militare del lago. A Lazise il «Ressenal» (improvvisamente era riaffiorato nel linguaggio popolare l'antico toponimo) era stato in parte abbandonato, usufruito saltuariamente e senza adeguate garanzie di «albergaggio».

Così, nel 1577 il fondaco chiuse l'attività e il Ressenal fu trasformato in Tezone, cioè recinto in cui si fabbricava il «nitro» che serviva alla produzione della polvere da sparo per i cannoni. II nitro si ricavava da una particolare lavorazione di materiali sottoposti per sei mesi alla macerazione con orine di armenti; questi stazionavano all'interno dell'ex magazzino, soprattutto nel periodo freddo dell'anno, contribuendo al modesto bilancio della comunità lacisiense che già aveva subito un forte scossone con la chiusura del porto commerciale.

La necessità di traffici e commerci lacuali si fece comunque risentire presto; dopo un’alternativa di offerte e di proponimenti, l'autorità veneziana, siamo nel 1607, decise di ripristinare la dogana e concesse l'uso del fondaco a un gruppo di doganieri. Ci furono anche contese tra gli stessi locatori perché non si mettevano d'accordo a proposito dei prezzi da praticare per le merci alloggiate; ci furono invidie mal riposte, atti di aggressione; nella notte fra il 6 e il 7 gennaio 1616 un incendio, sicuramente doloso, distrusse parte dell'edificio e notevole quantità di colli in deposito recando grave danno alla comunità.

Questa, tuttavia, ottenne dalla Repubblica Veneta diritto civile e acquistò nel 1647 l'intero fabbricato della dogana per una somma di tremila ducati. Il Comune ripristinò l'antico diritto di ripatico accompagnandolo all'obbligatorietà di alloggio delle merci, e affidò la gestione del porto, mediante pubblica licitazione, a singoli appaltatori (o doganieri), per periodi diversi di tempo e con affitti varianti dai trecento ai milleseicento ducati annui.

La fine politica della Serenissima Repubblica quale ente governativo, coincise con la fine della gloriosa Dogana di Lazise. Dopo Campoformio, ma dietro a questo nome c'è tutta una rivoluzione tecnologica in progressivo sviluppo, il porto fu quasi subito deserto e il fondaco inutilizzato. Le nuove strade napoleoniche, i mezzi sempre più celeri di comunicazione che si affacciavano alla ribalta dell'economia europea, il vapore anzitutto con le sue innumerevoli applicazioni, decretarono il rapido tramonto della vita portuale lacuale, destinata ora soltanto a registrare i viaggi di pochi «tre-alberi», carichi di legname o di pietre.

Mutate le condizioni, mutate anche le merci. La vecchia dogana divenne deposito di legnami, di marmi; all'occasione carbonaia. Nessuno, per molti decenni, si preoccupò di sfruttarne le capacità ricettive; nessuno, per tutta la seconda metà dell’Ottocento rimise in piedi un commercio, capace di riutilizzare il porto secondo l'antica tradizione.

Dopo la prima guerra mondiale, murati i due fornici della darsena, l'intero fabbricato fu in qualche modo restaurato e adibito a stabilimento per la filatura del cotone. Nel 1924, il 31 marzo, la casa del doganiere e la torre del Cadenòn furono abbattuti allo scopo di realizzare una piazzetta in cui inserire il monumento ai Caduti; fu un grave scempio urbanistico, poiché quel complesso di edifici costituiva l'esempio di un’architettura mercantile medioevale di cui si sono definitivamente perdute le memorie.

L'ultima manomissione (1937) curata dall'arch. Francesco Banterle fu la trasformazione della «Dogana» nella Casa del Fascio di Lazise. Un atrio, il cui pavimento sollevato dal bordo d'acqua del lago, ha dimezzato l'altezza dei piedritti dei fornici; otto locali di rappresentanza per gli uffici; un ampio magazzino-granaio.

Dopo la seconda guerra mondiale l'edificio fu destinato ad ospitare locali associazioni civili e d'arma; funzione che continua tutt'ora, ma che non ha, ci pare, alcun aspetto protezionistico del monumento.

Il corpo di fabbrica, singolarmente isolato dopo l'ultimo restauro, è ancora una costruzione che sorprende per la sua imponenza e per la severità costruttiva; misura all'esterno m. 43,10 x 23,50; l'altezza media è di mt. 10; m. 8,75 è la luce dei fornici nell'atrio, all'altezza dell'imposta degli archi.

L'edificio si regge su muratura grezza, in gran parte tufacea, con materiale a vista, resa stabile da due ricorsi di marcapiano in cotto, con soluzione di continuità all'altezza del portico, per cui si rinnova l'ipotesi che tutta la zona frontale sia stata aggiunta al preesistente fondaco arsenalotto. Uno studio accurato delle diverse parti che compongono la Dogana metterebbe in evidenza, probabilmente, le intime connessioni architettoniche che hanno caratterizzato l'evoluzione diacronica delle strutture.

L'edificio ha perduto irrimediabilmente la veste originale, e con quella la sua unicità storica; ci sgomenta la mole e nello stesso tempo avvertiamo come errate competenze hanno aggredito e adulterato l'immagine dell'architettura nel suo contesto più valido, anche tecnologicamente.

L'antico arsenale scaligero, l'antica Dogana della Serenissima ci appare oggi come l'infelice, patetica caricatura di un costume, ma soprattutto di un rapporto profondo che l'uomo, nell'alternarsi delle sue vicende fortunose, aveva pazientemente costruito e educato con l'ambiente da cui traeva i maggiori proventi per la sua esistenza: il lago.
Fonte: Vita Veronese - 3-4/1973

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