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Domenica 25 Settembre 2016, Sant'Aurelia
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Lavagno

Verona / Italia
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Non si vada in cerca di Lavagno. Sarebbe, infatti, come andare in cerca di Lavarone o di Pinè. Lavagno, infatti, è un Comune, non un particolare centro abitato. Un ormai grosso Comune (almeno in termini di popolazione e d'attività economiche) posto in zona pedemontana nell'Est di Verona, e costituito dai centri abitati di San Briccio (con Turano e Valdimezzo), di San Pietro (con Barco di Sopra, Barco di Sotto, Boschetto, Busola, Casale, Fontana, Montecurto, Osteria, Preare e Progni) e di Vago (con Busolo, Monticello, San Giacomo e Vaghetto).

Un grosso Comune cresciuto in questi ultimi anni ai lati della Padana superiore (statale n. 11) su un territorio non vasto, ma interessante per la sua morfologia in base alla quale, come ricordava Ezio Filippi, esso può essere diviso in quattro parti:

  • La dorsale di bassa collina, che scende dai Lessini medi nell'alta pianura separando la Valle di Mezzane ad oriente (alla quale appartiene buona parte del nostro territorio) da quella di Marcellise ad occidente;
  • L'alta pianura, che si trova nel tratto terminale della conoide atesina;
  • La bassa pianura sottostante, che costituisce il piano di divagazione dell'Adige entro i sedimenti che aveva depositato in precedenza;
  • Il tratto di fondovalle sovralluvionato della Valle di Mezzane, che confina e si confonde con quello della Valle d'Illasi.


Tutte zone abitate fin dalla preistoria, come testimoniano i ritrovamenti avvenuti a San Briccio e a Castelar di Leppia. Anche l'età romana vi ha lasciato numerosi segni con steli ed are, parte ancora in sito e parte invece scomparse dopo che n'era stata segnalata l'esistenza. Il che non deve stupire, tenendo conto che il territorio di Lavagno era attraversato nella sua parte bassa dall'importante via Postumia, tracciata dal console Spurio Albino nel 148 a.C., come asse longitudinale della pianura padana, avente ai capi estremi Genova ed Aquileia.
Proprio quest'antica arteria viaria finì per separare il territorio di Lavagno in due zone distinte: lo affermano anche documenti medioevali ricordandoci questa netta distinzione di aree: la prima, "Lavaneus ad Montem", caratterizzata da colline che degradano dolcemente verso il fondovalle; la seconda, "Lavaneus ad Planum", da una vasta pianura alluvionale ove l'abbondanza d'acque, che pure costituiva una potenziale ricchezza, portava talvolta alla formazione di zone d'impaludamento. Alle differenze geografiche, corrispondevano - ovviamente, fin da allora - differenze insediative, colturali e gestionali, sulle quali non è possibile, in questa sede, soffermarsi.

Varrà la pena piuttosto di notare come, fino all'ultimo dopoguerra, ma anche oltre, Lavagno abbia svolto, nel panorama economico della provincia di Verona, un ruolo quasi esclusivamente legato all'agricoltura. Il territorio è sempre stato considerato infatti assai produttivo di cereali e di uve, dalle quali si è ricavato anche in passato un vino assai reputato, mentre in ottobre il Comune era centro di rinomate fiere che si tenevano nel secondo, nel terzo e nel quarto lunedì di quel mese, con scambi, in quell'occasione, animatissimi e importanti.

Oggi anche qui la realtà è molto cambiata. L'agricoltura è passata ad avere un ruolo marginale mentre si sono sviluppate le attività commerciali, artigianali ed industriali. E anche l'attività edilizia ha avuto un forte incremento, stante la relativa vicinanza con la città di Verona, però più facilmente raggiungibile ormai dall'autostrada Serenissima che non dalla Statale, antica via dei pellegrinaggi da Gerusalemme a Santiago de Compostela.

Legata alla via dei pellegrinaggi resta, nei pressi di Vago di Lavagno, la maestosa mole delle absidi di una chiesa gotica posta sul colmo di un piccolo colle: una gran costruzione che, almeno da noi, appare insolita in un paesaggio rurale e più adatta piuttosto ad un paesaggio urbano. Si tratta della chiesa di San Giacomo del Grigliano, voluta a furor di popolo dai Veronesi alla fine del Trecento, quando parve che sul colle, alla base del campanile di un'antica cappella, fosse venuta alla luce un'urna marmorea contenente nientemeno che i resti mortali dell'apostolo Giacomo. In realtà un'antica chiesa di San Giacomo qui esisteva già dall'età romanica. Ma le fonti archivistiche e le testimonianze storiche sulla chiesetta si fanno abbondanti soprattutto in relazione alla scoperta delle reliquie attribuite all'apostolo, avvenuta nel 1395 per opera del contadino Filippo da Lavagno, e alla costruzione della nuova chiesa, voluta dalla popolazione veronese e autorizzata da Papa Bonifacio IX, opera dell'architetto Nicolò da Ferrara, già al soldo di Cansignorio della Scala. L'opera, grandiosa, s'interruppe alla costruzione delle sole absidi, affini ad altre delle chiese di Verona del periodo gotico, ed in particolare a quelle di Santa Anastasia.

Numerosi sono gli affreschi qui conservati della fine del '300 e della prima metà del '400 - ruotanti attorno alla figura del frescante Martino da Verona, discepolo di Altichiero. Vari affreschi, staccati e restaurati, sono collocati oltre che all'interno della chiesa nella vicina villa Milani. Ma l'arredo della chiesa è completato da varie opere di produzione artigianale veronese come altari e paliotti, sculture in legno e in pietra e mobili d'arredamento, di epoche successive.

Altre chiese costellano il territorio, tre delle quali accolgono anche altrettante comunità parrocchiali: quella di San Briccio (la più antica), quella di San Pietro e quella di Vago (la più recente). Un dato curioso si può aggiungere al proposito: la più recente delle tre, cioè Vago, è diventata la parrocchia più numerosa, mentre la più antica, cioè San Briccio, in un secolo e mezzo ha avuto ripetute variazioni e attualmente è rimasta la più piccola.

La parrocchiale di San Briccio fu comunque ricostruita nel 1885 su disegno dell'abate Gottardi. Quella di San Pietro è pure neoclassica e si dice edificata nel 1821, mentre quella di Vago, anch'essa neoclassica, parrebbe essere stata terminata nel 1847, anche se il riconoscimento di parrocchiale le giunse solo nel 1899. Tanto la chiesa di San Briccio come quella di San Pietro ospitano opere d'arte. A San Briccio la pala del coro (la Madonna, San Briccio, Tobia, Raffaele ecc.) è del Giolfino; e pure le pale dei due primi altari sono buone; quella di destra è di Michelangelo Prunati e rappresenta la Madonna del Rosario, San Domenico e Santa Caterina da Siena; quella di sinistra è dell'Ugolini con la Vergine, San Luigi ed altri santi.

A San Pietro, oltre che alcuni rilievi romani murati nel campanile, si possono ammirare altari di stile composito della fine circa del secolo XVI, assai belli: il maggiore e il secondo a destra del Crocifisso provengono dalla chiesa della Disciplina a Verona. Ma in quest'ultimo la Madonna e il San Giovanni furono aggiunti nel 1893 da G. Pontedera. Il San Pietro del coro è di Giulio Sartori, mentre la pala con la Madonna e i Santi Antonio di Padova, Gaetano, Luigi sul primo a destra è di Giovanni Caliari; quella del primo a sinistra è di Paolo Pellesini.

Numerose, nel territorio lavagnese, anche le ville. Lungo la strada da Vago a San Pietro si trova villa San Rocco ai Monticelli, eretta verso la metà del secolo XVIII per incarico dei Castelli; fu poi dei conti Torri Bugna, della famiglia Comini e del conte Serego. Alla villa è annessa una cappella privata.

Proseguendo si notano altri interessanti edifici, per lo più case padronali del secolo XVIII. AI crocevia per San Briccio è ancora la villa dei conti Da Porto, poi Albertini, del secolo XVIII, dotata di un bel parco, e poco oltre troviamo villa Fraccaroli al Boschetto già dei Verità, eretta nel secolo XVI e poco dopo arricchita di uno splendido giardino al quale non deve essere stato estraneo l'apporto dell'archi- tetto Domenico Curtoni. A proposito di questa villa e di questo giardino Anna Maria Conforti Calcagni annota:

"Vero è che il complesso di Lavagno (in cui c'è da annoverare la ristrutturazione della vecchia casa dominicale, ora resa difficilmente leggibile dal successivo intervento settecentesco), realizzato ormai alla soglia del Seicento, quando cioè il linguaggio rinascimentale comincia ad esaurirsi e va maturando la spazialità del Barocco, continua ad essere invece, a Verona, un esempio di indiscussa rigorosa classicità. La simmetrica distribuzione degli elementi che configurano la sua architettura all'aperto: (il teatro "romano", il parterre centrale, la grotta-fontana con il laghetto di forma geometrica), costituiscono infatti uno spazio perfettamente tripartito, di perfetto, immutabile equilibrio. Uno spazio da cui è già, e per sempre, bandita ogni "licenza" manieristica e nel quale le inquietudini e le tensioni che qualche decennio prima avevano trovato espressione, ad esempio, nella villa Della Torre di Fumane o nel percorso imprevedibile e ricco di sorprese del Giardino Giusti, non hanno più alcuna eco".

Sicché

"se per la bellezza delle sue strutture e l'ampio respiro dei suoi spazi, la realizzazione curtoniana di Lavagno si propone come un'opera di primo piano, essa è anche già in grado di prefigurare, agli albori del XVII secolo, il carattere fondamentalmente classicistico dell'architettura del Seicento veronese, dalla quale le arditezze del Barocco saranno pressoché bandite".

Questo nostro excursus attraverso la storia di Lavagno sarà meno incompleto se, almeno di sfuggita, noteremo come questa terra abbia espresso anche personaggi di rilievo nei vari campi della letteratura e delle arti.

Di qui sono originari, tra gli altri, quel maestro Marzagaia che è uno dei massimi grammatici dell'epoca scaligera, e quel Gerolamo Zavarise, considerato, nella Verona del secolo XVIII, uno dei più validi costruttori di organi.

Ma possono per vari motivi essere considerati lavagnesi, almeno di adozione, quel Gerolamo Verità, letterato, che qui costruì la villa al Boschetto; quel patriota e martire del nostro Risorgimento che fu Carlo Montanari; quel Sandro Baganzani che occupò uno spazio non secondario nella cultura del primo Novecento; e quel pittore Giuseppe Resi che, allievo di Alfredo Savini, fu uno fra i più cospicui frescanti di chiese nel Veronese e altrove.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1991

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