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Giovedì 29 Settembre 2016, SS. Michele, Gabriele e Raffaele
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La Brà

Verona / Italia
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La Bra’ (corruzione di Braida, toponimo derivato dal tedesco "breit" = "largo") cominciò a definirsi come piazza solo dalla prima metà del Cinquecento, quando Michele Sanmicheli, costruendo il monumentale palazzo degli Honorii - oggi ristorante "Tre Corone" -fissò una corretta prospettiva dell'Anfiteatro romano e delimitò verso occidente il perimetro della futura piazza. Un ulteriore contributo fu dato dalla fabbrica della Gran Guardia, che, addossandosi alle mura comunali, si apre con il suo imponente prospetto a definire sul versante meridionale il limite dell'area.

Per secoli il Comune cittadino dovette affrontare il problema di tenere pulita la Bra’, ridotta a luogo impraticabile perché piena di "rovinazzi", cioè di scarti della lavorazione delle pietre, e perché usata come discarica dei materiali di risulta provenienti dai cantieri della città.

Nel 1750 Giovanni Rubiani, proprietario dell'edificio in cui ha sede la Società Letteraria, fece selciare con ciottoli di fiume il terreno antistante le cinque botteghe che egli affittava dal lato della Bra’; ma il Comune ordinò la sospensione del lavoro, preoccupato di un eventuale abuso del plateatico.

Soltanto nel 1770, grazie alla munificenza personale del podestà Alvise Mocenigo, fu lastricato per una notevole larghezza il tratto di "Listòn" tra Via Roma e vicoletto Listone: il Consiglio comunale, invece, si limitò a deliberare di far livellare alla meglio la Bra’ creando opportune pendenze per il deflusso delle acque piovane.

Il 13 marzo 1782 certo Francesco Menegatti presentò al Magnifico Consiglio un progetto per la lastricatura del "listòn" "fino all'ultimo confine della Bra’ verso la Via Nuova» a nome di un gruppo di cittadini che si erano all'uopo tassati per finanziare il lavoro. Il Comune approvò ed erogò un contributo mettendo nello stesso tempo a disposizione per la direzione del cantiere il proprio ingegner Antonio Pasetti. Solo dopo la lastricazione del “Listòn”, la Bra’ divenne il luogo preferito per il passeggio vespertino al posto della Piazza dei Signori. Goethe, nel suo Viaggio in Italia (1786), offre un divertito resoconto dei cerimoniosi ritrovi sul "Listòn” di Verona, dove dame e cavalieri giungevano con le loro carrozze.

Ad esse, d'inverno, dopo che era nevicato, si sostituivano eleganti slitte da traino, che nella Bra’ potevano liberamente correre. Di una corsa di slitte svoltasi nel gennaio 1767 abbiamo una gustosa testimonianza: «... a motivo della neve già caduta e che va cadendo, si vede comparire per la città e particolarmente sopra la Bra’ un grande numero di slitte di nuova invenzione, nelle quali vedesi profuso l'oro e le ricchezze della nobiltà veronese più cospicua, trainate da magnifici cavalli adorni di piume di vari colori e dei più bizzarri fornimenti che la fantasia di capriccioso ingegno possa inventare. Inoltre le ricche livree, i lacchè che precedevano e seguivano, rendevano sì vaga pompa al numeroso popolo accorsovi, che ognuno, restò sopraffatto ed attonito...». I cronisti del 1830, anno di freddo intenso e di neve abbondante, narrano che si videro ricomparire in Bra’ le vecchie slitte settecentesche.

Naturalmente il confine del "Listòn" fu più volte rettificato. Nel 1808 il compito del «totale rifacimento del listone» fu affidato all'architetto, Luigi Trezza. E più volte fu modificato anche il livello della piazza. Nel 1820 si promossero alcuni scavi attorno all'Anfiteatro per riportare in vista il basamento dell'edificio, interrato di circa due metri; si abbassò anche il piano della Bra’ di m. 0,70 seguendo una linea lievemente inclinata dalla Gran Guardia all'Arena e si abbassò anche la quota del Listone. Valentino Alberti, oste alle "Tre Corone" in corte Molòn (oggi Melone), annota nel suo Diario che dal 31 dicembre 1821 al 5 gennaio 1822 la Bra’ «venne fatta tutta gualìva»: il Congresso delle Potenze della Santa Alleanza era ormai imminente (autunno 1822) e la città voleva presentarsi all'eccezionale appuntamento nel migliore aspetto.

E’ interessante leggere l'ammirata e un poco stupita descrizione della vita del Listone veronese pubblicata da un anonimo cronista nel 1837 sulla rivista "Esperia": «... il Listone è il pubblico passeggio de' Veronesi, spazio libero esteso, quale in poche città si trova: qui gli uomini d'affari trovano ristoro e consolante colloquio, l'ozio si ricrea, e le belle vi accorrono a ricevere i tributi di sguardi e di sospiri dei loro adoratori... e i numerosi caffè offrono brillante e sufficiente accoglimento alle numerose riunioni che ivi convengono. Suonatori ambulanti e improvvisatori, poco gradevoli in vero, ma dalla vivacità degli abitanti sempre bene accolti, rompono la monotonia del cicalio; e le musiche militari della guarnigione aumentano assai il divertimento. Vaghissimo a vedersi è nella bella stagione migliaia di persone d'ambo i sessi, sedute sotto e innanzi al portico; ed una folla più attiva aggirarsi costantemente entro i viottoli formati dai filari dei sedili, ed ora dispensare un inchino, ed or soffermarsi vicino a qualche bella, vibrare invidiosi complimenti e parole di voto e di speranza... mentre le belle girano circospetto lo sguardo, cercando in quel confuso brulichio, con mal celata impazienza, il saluto o la fermata del più caro fra quell'allegro convegno...».

Nel passato l'area della Bra’ aveva conosciuto ben altri impieghi. Da quando essa era stata compresa nel tessuto urbano di Verona a seguito della costruzione della cinta delle mura comunali (metà sec. XII), vi si teneva il mercato del legname, del fieno e della paglia, nonché del bestiame, tanto che spesso i documenti antichi ricordano la Bra’ con il nome di "foro boario".

Dal primo periodo della dominazione veneziana (1405), la Bra’ venne utilizzata anche come piazza d'armi.

Il 21 gennaio 1633 il Senato Veneto approvò l'istituzione in Verona di una "Fiera delle merci" secondo schemi concordati con il Consiglio della Città e con i Savi della Mercanzia di Venezia. La Fiera si sarebbe svolta in Bra’ due volte all'anno per una durata di quindici giorni ciascuna a cominciare, rispettivamente, dal 25 aprile (il giorno di San Marco) e dal 25 ottobre di ogni anno. Da un dispaccio dei Rettori Veneti si apprende che la Bra’ venne «compartita in tre grandissimi stradoni, ai quali d'ambo le parti s'aprono ordini uniformi e ben composti di 250 botteghe, con altri venditori e banchetti fuori dell'ordine suddetto, tutto pieno ed abbondante delle più ricche, e delle più speciose robbe d'ogni sorte, che possono desiderarsi e godersi, e per sodisfattione e per commodo. Intorno al recinto si vedono pure molti fondachi nelle case de' particolari, che accrescono la ricchezza e la pompa, e poco lungi sono le dogane ben fornite di colli forastieri, et il sito presso le mura vecchie coperto di cavalli, e d'altri animali... ». Questa Fiera continuò a celebrarsi in Bra’ per quasi ottant'anni, fino all'incendio del 28 ottobre 1712, che la distrusse: «...In questo anno medesimo occorse pure il vorace e lagrimoso incendio nella nostra Città accaduto la notte delli 28 ottobre col quale in breve ora restarono quasi del tutto incenerite e consumate le Botteghe che di legno si costumavano farsi per la Fiera sopra la Bra’, insieme con le sostanze de' Mercanti. Fatto giorno, la Città tutta atterita spettatrice, altro non rimirava che orribili avanzi di drappi d'oro et argento, pezzi di setta e di panni finissimi e delle più ricche suppellettili, mezzo o del tutto consunte e fumicanti, tra il loto et immondizia avvolte rimanere, che apportò poi fallimenti irreparabili, dessolationi alle famiglie, ed un tottale sconvolgimento del commercio...».

La Fiera fu ripristinata nel 1722 ma nella più periferica area del Campofiore, dove continuò a funzionare fino al 1749. La Fiera venne nuovamente istituita nel 1822, a seguito dell'interessamento del podestà Giovanni Battista Da Persico, che nel 1820 aveva ottenuto dall'imperatore d' Austria i privilegi e le immunità d'uso per tali manifestazioni. In città si accesero forti polemiche sulla scelta del luogo più idoneo per ospitare la rinata Fiera: alla fine prevalse la Bra’.

Il 27 settembre 1822 fu inaugurata la prima Fiera, così descritta da un cronista: «Per ordine della Municipalità, nella Chiesa di San Nicolò, alle ore 8 antimeridiane, fu cantata messa solenne. Poscia mons. Dionisi vicario con 24 religiosi seguiti dal R. Delegato, il sig. G.B, Da Persico podestà, e tutta la Camera Mercantile, fiancheggiata da 30 granatieri, entrarono nello stradone di mezzo della Fiera, nel fine dal quale mons. Dionisi sparse la benedizione sopra la fiera: terminata la quale si partirono ed entrarono in casa fu Guglienzi, ora Taffeli, sopra il Listone, dove il sig. podestà aveva fatto preparare un suntuoso rinfresco"... Furono nella Bra’ costruite 76 botteghe di legno di bella forma ed aggradevole con due colonne schiacciate fra una e un'altra porta delle botteghe, sostenenti un cornicione e fregio dorico, con metope allusive al commercio che girava all'intorno delle botteghe. Negli spazii o strade che conducevano nella fiera erano disposte varie piramidi per adornamento delle medesime».

La voce dei cronisti non fu tuttavia unanime: uno scrisse che la fiera in Bra’, fatta di casotti di legno, sembrava un "ròccolo". Ma la delusione maggiore fu di ordine economico: infatti la fiera fu invasa da merci tedesche, protette a livello daziario, mentre pesanti restrizioni erano imposte per i commercianti degli altri Stati italiani. La fiera si protrasse per vent'anni poi scomparve. Solo nel 1897 Verona istituì la nuova Fiera dei Cavalli, che poi si sviluppò in altri settori legati particolarmente all'agricoltura e al suo indotto.

Dell'antica usanza della Fiera in Bra’ sopravvive la tradizione della fiera di Santa Lucia, che si rinnova ogni anno tra l’11 e il 13 dicembre. Si tratta di una consuetudine remota, di cui non conosciamo l'origine. La leggenda vuole che, essendo scoppiata in città un'epidemia di mal d'occhi, forse in età comunale, i Veronesi abbiano deciso di compiere un pellegrinaggio a piedi scalzi alla chiesa di Santa Lucia, annessa all'omonimo convento, che sorgeva verso Porta Palio. I bambini, recalcitranti all'atto di devozione, sarebbero stati persuasi dai genitori con la promessa che al ritorno avrebbero trovato le scarpine colme di doni. Il prodigio si verificò e da allora avrebbe avuto origine la piccola fiera in coincidenza con la festa della Santa.

Nel Iato orientale della Bra’, sull'area dell'odierna residenza municipale, sorgeva un tempo il piccolo rione di Sant'Agnese con l'omonima chiesa. Il tempio era molto antico quanto a fondazione, tanto che la "contrada di Sant'Agnese" nel Quartiere Maggiore è ricordata già nello Statuto dei Notai di Verona del 1268.

Nel sec. XV il rione era malfamato, tanto che la chiesa, impossibilitata a sostenersi finanziariamente anche per il progressivo spopolamento della contrada, cedette nel 1443 la sua giurisdizione parrocchiale alla vicina chiesa di S. Donato alla Colomba, che sorgeva nel sito oggi occupato dall' Albergo Colomba d'Oro in Via Carlo Cattaneo.

Nel 1478 accanto alla chiesa di Sant'Agnese si costruì un ricovero di emergenza in caso di pestilenza. Nella seconda metà del sec. XVIII Adriano Cristofali rinnovò l'edificio sacro, la cui facciata fu ornata con le statue raffiguranti le Sante Agnese e Lucia scolpite da Angelo Sartori.

Le antiche cronache narrano che nel 1515 un cittadino, Gian Antonio Ferrari, di mestiere spadaro, prese l'iniziativa di soccorrere le prostitute che frequentavano il rione ricoverandole in una vicina casa: alcuni cittadini, unitisi allo spadaro, acquistarono la casa e le attrezzature per uso di ospedale. Nel 1519 San Gaetano Thiene, allora a Verona, perorò l'iniziativa di quei pietosi cittadini e ottenne dal Comune che anche un vasto edificio adiacente alla casa di ricovero, di proprietà dell'Ospedale dei Santi Giacomo e Lazzaro di Tomba, fosse pure adibito a ricovero degli ammalati. Sorse ,c'~.".. c così l'Ospedale della Santa Casa della Misericordia, riconosciuto ufficialmente il 1° marzo 1520 con ducale di Leonardo Loredan.

Nel 1780 una commissione composta da Francesco Cartolari, Giovanni Sagramoso e Lodovico Maria de' Medici, incaricata fino dal 1774 dal Magnifico Consiglio della Città di fare un censimento dei luoghi di pubblica assistenza esistenti in Verona, presentò la proposta di costruire un nuovo ospedale vicino a quello della Misericordia al centro dell'area della Bra’. Il vasto fabbricato a pianta trapezoidale prevedeva sedici botteghe al piano terreno e sopra dei mezzanini da assegnare in locazione; il primo piano sarebbe stato adibito a ospedale, mentre il secondo piano avrebbe funzionato come dormitorio e refettorio dei «pupilli, derelitti e mendicanti». Approvato nel 1782, il progetto fu realizzato entro il 1786 e fu intitolato alla Misericordia Nuova per distinguerlo dall'antico ospedale della Misericordia Vecchia. La costruzione suscitò violente critiche sia per motivi di opportunità e di estetica sia per ragioni di funzionalità. Difatti già nel 1802 il Comune fu costretto a chiedere al Demanio la cessione del complesso dell'ex-convento di Sant'Antonio (Via Marconi), che entro il 1812 fu ristrutturato e attrezzato a uso di ospedale civile.

I due nosocomi della Misericordia, rimasti liberi, furono demoliti nel 1819 e la Piazza Bra’ fu finalmente liberata. Sorse allora il problema di dare adeguata sistemazione al lato orientale della piazza: nelle casette della Misericordia Vecchia e nella chiesa di Sant'Agnese era stato nel frattempo acquartierato il corpo di guardia austriaco. Nel 1827 prevalse l'idea di costruire un grandioso edificio, consono con l'importanza assunta ormai dalla Bra’ nel tessuto urbano di Verona, da destinarsi a sede della Guardia civica austriaca. Il 16 dicembre 1830 la Congregazione Municipale, decisa la demolizione del rione di Sant'Agnese, affidò all'ingegnere del Comune Giuseppe Barbieri l'elaborazione di un progetto. Tra l'approvazione di questo (1831) e la costruzione dell'edificio (l'attuale residenza municipale, escluso il corpo di fabbrica semianulare posteriore) passarono sedici anni: nel fatidico 1848 vi si insediò l'lmperial Regio Comando di Città e di Fortezza. Nel 1866, annesso il Veneto all'Italia, l'edificio della Gran Guardia Nuova - come era stato chiamato - rimase inutilizzato. Si pensò allora di trasferirvi la residenza municipale, ma si resero necessari ingenti lavori di ristrutturazione: nel 1869 cominciarono a funzionarvi i primi uffici del Comune di Verona. Di lì a pochi anni la parte centrale della Bra’ fu sistemata a giardino in mezzo all'infuriare delle polemiche di coloro che vedevano in quell'intervento urbanistico uno snaturamento del ruolo storico della piazza.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1990

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