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Martedì 27 Settembre 2016, San Vincenzo de' Paoli
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L'isolo

Verona / Italia
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Fin da remotissime ere l'Adige, giunto dopo la curva di San Giorgio in Braida a ridosso del Colle di San Pietro, non piegava come adesso a destra ma proseguiva diritto ove è adesso l'Interrato dell'Acqua Morta per quindi rientrare nell'attuale alveo al ponte delle Navi. Poi - non si sa esattamente quando ma certamente prima della fondazione della Verona romana - si ebbe una parziale mutazione del suo letto. Il fiume, infatti, abbandonata questa "Iunata", venne a stabilirsi in rettifilo nell'attuale alveo, dalle regaste Redentore, per Ponte Nuovo, al ponte delle Navi. Ma l'antica sede -pur come ramo secondario del fiume - sopravvisse, determinando, fra il vecchio e il nuovo corso, un'isola alluvionale ove le piene esondavano: anzi ove prima la corrente incideva maggiormente, essa andò poi depositando sempre più le sue deiezioni, determinando quel greto imbonito, rimaneggiato e per varie cause colmato che divenne poi l'Isolo di San Tommaso.

A sua volta l'Isolo era spartito da altro canale minore in Isolo vero e proprio e Isoletto. E mentre l'Isolo, come si vedrà, finirà per essere relativamente presto edificato, l'lsoletto, posto ove adesso è lo slargo della cosiddetta Piazza Isolo, non lo sarà mai. Anzi: soltanto agli inizi del secolo scorso esso fu provvisto di murature di contenimento e più tardi, tanto sopra l'lsoletto quanto sopra i due canali, sarà costruito qualche opificio, danneggiato seriamente dalla piena del 1882.

Dobbiamo arrivare al 1171 per trovare espresso riferimento all'Isolo: nel giugno di quell'anno, infatti, Ognibene, vescovo di Verona, concedeva in locazione e in feudo perpetui ad un gruppo di quarantacinque cittadini veronesi le terre situate nell'«insula episcopatus Verone», conosciuta anche come Isolo, formata da un braccio del fiume Adige, fra la città e il quartiere del Castello. Senz'altro almeno fin da quel momento l'Isolo dovette rivestire, come continuerà poi a rivestire: «importanza notevole come nodo essenziale per il traffico fluviale, attraverso cui passavano commerci e comunicazioni, particolarmente intensi in una città che fu in età comunale una delle piazze commerciali più importanti della Padania» (Castagnetti).

La concessione dell'Isola ad un gruppo di cittadini va vista con tutta probabilità come il primo atto di una vera e propria urbanizzazione -a mezzo piano di lottizzazione - di tutta questa porzione di Veronetta. Il piano deve fin da allora aver previsto la larga strada centrale (tuttora esistente: Via Santa Maria Rocca Maggiore e suo prolungamento fino al ponte delle Navi) e quindi ai bordi del "fuso" due strade minori quasi parallele alla centrale con funzione d’accesso alle case poste direttamente sul ramo principale o su quello secondario dell'Adige.

Perpendicolarmente a questi attraversamenti longitudinali furono previste altre strade di cui la principale, proveniente dalla Levà del Paradiso, imboccava il Ponte Nuovo, dapprima in legno e poi in muratura. Anche l’attraversamento principale longitudinale dell'Isola fu poi collegato, sul finire del secolo XIV, da Cansignorio, al nuovo monumentale ponte delle Navi, direttamente con una rampa che si allacciava al manufatto quasi nel bel mezzo dello stesso. E lungo queste arterie e questi rami fluviali sorsero da subito case e chiese. Due chiese anzitutto: quella di San Tommaso Cantuariense e quella di Santa Maria Rocca Maggiore.

La prima menzione di San Tommaso risale proprio agli anni immediatamente successivi alla occupazione dell'Isola da parte dei cittadini veronesi a ciò autorizzati dal vescovo dell'epoca; essa si trova in una bolla di papa Lucio III databile nell'anno 1185 fra le dipendenze dell'abbazia di San Pietro di Villanova: «unam cappellam Sancti Tomae in Insula veronensi sitam cum pertinentiis suis».

Come l’abbazia di Villanova entrasse in possesso di questa chiesa non sappiamo, ma è da pensare che le fosse stata concessa da parte dello stesso Vescovado veronese che più volte ebbe a beneficiare quel cenobio. Del resto la cappella dedicata a San Tommaso da Canterbury non può essere sorta che dopo il 1172, anno della canonizzazione di Tommaso Becket. E che il Vescovado di Verona non sia da considerarsi estraneo alla fondazione di questa chiesa si potrebbe arguire, con Gino Sandri, anche dal fatto che lo stesso vescovo di Verona, Adelardo, cardinale di Santa Romana Chiesa, inviato intorno al 1189 da papa Clemente Il a Riccardo re d'lnghilterra, si gloriava in una sua lettera d'essere tornato «a liminibus Beati Thomae Martyris Cantuariensis». Più tardi, come ben si sa, la chiesa divenne parrocchia, passando infine, nel secondo decennio del Trecento, ai padri Carmelitani che edificarono anche, nei pressi di questa, altra chiesa dedicata alla Vergine Annunciata.

Anche l'altra chiesa - quella di Santa Maria Rocca Maggiore - nacque negli anni della prima urbanizzazione dell'Isolo. Una bolla, sempre di Lucio III e sempre del 1189, ne conferma il possesso al monastero dei Santi Vito e Modesto di Calavena; senza appellativo alcuno - sottolinea Gian Maria Varanini - ma semplicemente come «ecclesia Sante Marie in Insulo Verone».

Sempre per Varanini non occorrerebbe poi far ricorso all'esistenza di presunte rocche per quell'aggiunta che già si trova in documento del 1241, citato da Biancolini, di Rocharnadoro. Pur con le cautele del caso Varanini segnalerebbe piuttosto quel santuario della Madonna, esistente nella strada dei pellegrinaggi fra Tolosa e Limoges e dedicato appunto a «Santa Maria Roche Amatoris» o a «Santa De roca Amadore» o simili.

La chiesa francese aveva già in precedenza l'appellativo citato: «ma - ricorda Varanini - fu decisiva per la sua notorietà la scoperta nei pressi d'essa del corpo di un ignoto personaggio, subito identificato dalla devozione popolare con San Amatore o Amadore».

Sicché: «culto del nuovo santo o popolarità del santuario mariano crebbero così di pari passo e in modo rapidissimo, se una prima raccolta di miracoli di San Amadore è del 1172 ed una prima redazione della sua leggenda compare nel 1183».

Se l'ipotesi di Varanini è vera - come probabilmente essa è - allora: «appare naturale - sono sempre osservazioni dello storico citato -che le due chiese erette in questo nuovo quartiere cittadino siano state dedicate a santi o santuari di recente affermazione e diffusione...», in particolare la chiesa di Santa Maria va riferita al santuario francese «forse per la mediazione delle correnti commerciali che, in quei decenni di intenso sviluppo, toccavano anche Verona».

Nei due secoli dalla concessione dell'Isolo da parte del vescovo ad alcuni cittadini veronesi, su di esso, oltre alle due chiese, erano sorte molte case, parte in muratura e parte in legno. Ne abbiamo tra l'altro notizia da cronache veronesi che riferiscono di un incendio che distrusse interamente gli edifici dell’Isolo di Sopra, assieme al ponte Nuovo allora interamente in legno, il 30 giugno 1334.

Così Torello Saraina descrivendo i particolari dell'avvenimento:

«Grande incendio nella contrada Isolo di Sopra, ove si vedono li legnami e tavole per le fabriche dell'habitationi e si fanno, e racconciano le navi e di stoppa e di pece s'addobbano, acciò che l'acqua non v'entri, per inavertenza delli maestri che bogliva, in una caldaia di pece, s'appicciò il fuoco, e dopo d'una massa di legne minute che si vendevano alli poveri, e più oltrapassato il fuoco in uno fondaco pieno di legnami secchi crebbe in maniera, che si fece inestrugibile, et entrando nelle case contigue indizzò le fiamme di tanta grandezza, che tutte le case di quella contrada abbruciarono».

Che qui già a quest'epoca fossero attivi, con importanti fondaci di legname, anche diverse segherie, lo apprendiamo tra l'altro da documenti della fine del Duecento e dei primi del Trecento ricordati da Gian Maria Varanini e da Gloria Maroso: tra questi anche il documento con il quale il vescovo Tebaldo concesse in locazione perpetua a Guglielmo Bevilacqua alcuni di questi opifici situati all'Isolo Superiore, dopo esplicito atto di rinuncia dei conduttori precedenti, i fratelli Dalla Riva.

Scrive tra l'altro Varanini: «Ma un rilevante impatto sull'assetto ambientale del commercio del legname dovette essere ben precedente. L'estremità di ambedue (dell'Isola e dell'lsoletto) era ghiaiosa verosimilmente soggetta a modifiche di piene e scarsamente abitata. Per la sua posizione era ovviamente appetibile per i radaroli che vi eressero (attestati nel Trecento) numerosi stalli; ad essi si accedeva attraverso la via pubblica raggiungibile sia dall'Isola sia dalla terraferma mediante un ponte detto Piagnolus (una passerella lignea, ubicabile in corrispondenza dell'attuale via ponte Pignolo). Numerose columne, probabilmente pali di legno per l'attracco delle zattere, esistevano "apud Piagnolum" verso la "puncta Insuli"».

A seguito dell'incendio, assieme al ponte Nuovo completamente rifatto dopo tale circostanza in muratura, il quartiere rinacque, tanto che centocinquant'anni dopo, verso il 1476, Francesco Corna da Soncino potrà darci una descrizione molto viva dell'attività che vi ferveva. Così il poeta descriveva l'Isolo maggiore e l’Isoletto, intendendo con quest'ultimo toponimo la striscia di sabbia fra il canale dell’Acqua Morta e quelle delle Seghe quando nell'Isolo venivano ancora a terra zattere con mercanzie i di grande valore che qui trovavano poi ricetto nei fondaci ai piani terreni delle abitazioni, piantate direttamente, come a Venezia, nel greto dell'Adige e dei canali perché nei fondaci erano ricoverati soprattutto legnami da opera e da bruciare.

«Di verso sera è l'Isolo mazore,
dove che viene a terra le cepate
con mercantie de grande valore,
e fontechi gli son come arsenate,
de legname da foco e da lavore;
la via lo divide in doe contrade,
et è formà quasi a modo de ovo.
Da sera parte bate el ponte Novo».


Molto opportuna, in questa ottava, anche l'osservazione "urbanistica" del Corna: una via, quella di San Tomaso per il ponte Nuovo (la prosecuzione cioè dell'attuale via Carducci) divideva l'Isolo - che era a forma di uovo - in due contrade: quella dell'Isolo di sopra e quella dell'Isolo di sotto.

Prosegue il Corna:

«e a quel ponte son tre divisione
che disparteno el ponte con la via:
de la Lamagna ten lo aquilone,
e da vèr l’ostro tiene in sua baila
la Marca Trivisana sua ragione,
e fin al fiumo tien la Lombardia;
e ab antico, s'io non piglio errore,
vi fu una roca, nomata Mazore».


L'Isolo, dove pure era sistemata una dogana, aveva fine al ponte delle Navi, dove più tardi sarà costruita la Dogana per le merci che attraverso l'Adige entravano in città da Venezia e dall'Adriatico. Ma qui già dai tempi del Corna, giungevano molte barche cariche di sale, vino, ferro, cuoio, olio e spezie:

«Questo Isolo da un capo ha le sue sponte
di verso I'ostro al Ponto delle Nave,
e ivi molte barche si ve aponde,
però de più mercanti si risponde:
chi va, chi viene sale, vino: e biave,
fero, corame, olio e spiciarie,
come rechiede a far le marcentie".


È questo, con quello delle ottave precedenti, un quadro vivissimo dell'importanza che aveva l'Adige per la Verona di un tempo, prima cioè che, alla fine del secolo scorso, la preoccupazione di salvare la città dalle ricorrenti inondazioni, distruggesse questo incomparabile scenario, togliendo definitivamente al fiume e a Verona stessa la loro grande importanza sotto il profilo economico.

Su questa porzione di città - ormai urbanizzata a tutti gli effetti - si vengono a stabilire nei secoli successivi, numerose famiglie, anche di elevato rango sociale. Fra questi troviamo i Della Seta con lo splendido palazzo dipinto sulla riva dell'Adige, ma poi i Moscardo, i Rambaldo, i Zucchermaglio, i Sonesoli, i Bernasconi, i Setti, i Maldura, i Piatti, i Pompei, i Rubiani, i Carteri, i Veronica, i Rossetti, i Saibante e gli Scalfo.

Una cosi numerosa presenza di cospicue famiglie nobili, accanto a quella, altrettanto e forse più numerosa, di famiglie mercantili, arricchì l'Isolo, dal Cinquecento all'Ottocento, di numerosi edifici qualificati e qualificanti. Essi costituiscono ancora in buona parte -salvo gli abbattimenti sull’Adige negli anni appresso la grande inondazione del 1882 - un patrimonio edilizio meritevole di conservazione, restauro e valorizzazione, specie su via Santa Maria Rocca Maggiore e vicoli adiacenti, che sono la parte ancora più intatta dell'Isolo.

Nel Seicento la zona fu anzi arricchita - come ci informa Paolo Rigoli - persino di un teatro: il teatro dell'Isolo, appunto. Esso, il primo teatro pubblico a palchetti di cui si abbia notizia a Verona, fu ricavato nel 1651 in un magazzino posto nella contrada Isolo di Sopra posseduto dal mercante di legnami Francesco Desiderato.

"E’ assai interessante - annota Rigoli - l'estrazione sociale dei quattro fondatori-impresari: un prete (Gerolamo Zaninelli), un musicista romano proveniente d Ferrara (Paolo Cornetti), un ballerino (Anastasio Anastasi), un falegname (Francesco Nobili detto lo "Straforo", padre del pittore Antonio Nobili) il quale fu probabilmente ideatore e costruttore del teatrino". Garanti dell'impresa furono i conti Giovanni Paolo Pompei e Marco Antonio Falier.

La vita della piccola sala (42 palchetti in due ordini) fu brevissima poiché lo Zaninelli, dopo le recite dell'opera musicale "Endimione", dileguò con l'incasso. In seguito al processo intentatogli, il teatro fu messo all'asta per soddisfare i creditori, e smontato; si aggiudicò l'asta per 165 ducati Valentino Nascimbeni, altro commerciante di legnami.

Intanto era nata anche - per volontà del Repubblica Veneta - la dogana dell'lsolo contrapposta in origine allo "sborro" del Crocefisso, e poi alla dogana del ponte delle Navi: la prima per accogliere le merci provenienti dalle regioni ultramontane, la seconda per accogliere le merci provenienti da Venezia.

La dogana dell'Isolo (la più importante e per il grande afflusso di merci e per l'apparato di vigilanza sanitaria di cui disponeva) si trovava esattamente sull'angolo formato dalle attuali via ponte Pignolo e via Interrato dell'Acqua Morta, ove adesso sono palazzo Wallner e i giardini della Giarina. AI suo servizio diretto era anche il ponte Pignolo, eretto diversi secoli prima e che svolgeva il ruolo di collegamento fra l'Isolo e la zona di San Giovanni in Valle e di Santa Maria in Organo: dapprima probabilmente piccolo pedagno di legno o pedagnolo (di qui il Pignolo), era poi stato costruito in pietra, per deliberazione consiliare del 1484, al principio del Cinquecento.

La dogana dell'Isolo fu soppressa dal Senato Veneto nel 1790, trasferendo altrove l'annesso Ufficio di Sanità. Si è già detto di numerose seghe, al servizio dei commercianti di legname che qui avevano i loro fondaci. La situazione dei due canali delle Seghe, divisi da una lingua di sabbia, ove ora è piazza Isolo e la via Interrato dell'Acqua Morta, è ben descritta dalle tavole del catasto degli anni 1830-40 circa, nel quale si legge ancora assai bene tutta la situazione urbanistica dell'Isolo prima dell’"amputazione" operata sul lato verso l'Adige di una fetta di territorio per rettificare, allargandolo, il corso dell'Adige.

Quando si intervenne ad operare questa mutilazione (abbattendo case e palazzi sull'Adige e sulla Binastrova), l'economia fluviale - che tanta importanza ebbe sullo sviluppo dell'lsolo - era già da decenni in crisi. Una crisi che si riverberò poi per oltre un secolo anche sull'edilizia, fino a quando cioè, anche l'Isolo, in questi ultimi anni, cominciò, come tutto il centro storico di Verona, ad essere riscoperto. E con la riscoperta ad essere considerato e riassettato.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1990

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