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Isola Rizza

Verona / Italia
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Isola Rizza, chiamata un tempo Isola Porcarizza, è Comune della Bassa Veronese attraversato dal Piganzo. Fino all'800 il suo territorio era definito com'essenzialmente rurale anche se si dava atto che il capoluogo si presentava già allora come "un grosso borgo con notevoli edifici, tra cui la chiesa parrocchiale, con dipinti del secolo barocco".

Sempre nell'800 il suo territorio era definito "basso e acquitrinoso" e "per la vicinanza dell'Adige molte volte danneggiato per le violente inondazioni del fiume" ma fiorente per le coltivazioni di frumento, del granoturco, della canapa e soprattutto del riso "cui si prestano i molti colatori e fosse d'irrigazione che solcano tutto il Comune". Unica industria del luogo, "a sussidio della produzione agraria", era il copioso allevamento dei suini e del pollame.

Alcune altre notizie sempre della fine dell'800 precisano che "il capoluogo comunale... consiste in una larga strada maestra detta la piazza, fiancheggiata da casamenti privati di civile appariscenza, in mezzo ai quali è la sede del Comune in conveniente edificio con grande sala per balli e ricevimenti e con aderenti opportuni locali per le scuole rurali", mentre, appena fuori del centro abitato, sulla strada che mette dopo due chilometri ad Oppeano "incontrasi, non lungi da una villa dei Bonanome, un vasto edificio, recentemente eretto dal cavaliere Giacinto Bonanome, ad uso da un lato d'asili infantili e dall'altro lato di ricovero per vecchi e mendici, novelle istituzioni che quel benemerito fondò e generosamente dotò".

Sempre dalla stessa fonte, che è la grande monografia della Provincia di Verona edita a cura del prefetto Sormani-Moretti, sappiamo che "poco più avanti, in contrada parrocchia... v'ha isolata, la chiesa parrocchiale con atrio a colonne di pietra tufacea, disegno di Giuseppe Tramontini, dove conservasi una Madonna coi santi Pietro e Paolo, pala di Pasquale Ottino ed altro buon quadro, raffigurante la Vergine, colà portato dall'Eremo di Garda"; e che piccole e sparse frazioni, contrade, corti e fattorie compongono questo Comune "dove al di sotto ed a fianco di risaje confinanti con quelle di Ronco all'Adige, furono scavate qua e là delle pietre scritte romane, diconsi: San Fermo e Bezze, entrambe pure coperte da molte estese risaje; poi Casolati, Casotti, Casalino, Casari, Ca' Perinelli, Broletti, Corte Merle, Conche, Corte Muselle, Corte Capra, Ghetto, Prevesine e Ca' Nuova".

Non si sa con quale autorità don Benassuti potesse scrivere, anche lui ormai un secolo fa, di comunicazioni navigabili fra i fiumi della Bassa Veronese e Padana e persino fra Adige e Po. Egli afferma anzi dell'esistenza di un porto a Roverchiara il quale sarebbe servito di scalo alle merci e d'imbarco ai passeggeri provenienti da Isola Rizza, che sarebbe stata a quella località congiunta appunto da due canali, uno del VI secolo e l'altro del XII, quest'ultimo in parte peraltro ancora esistente, come ricorda Bruno Bresciani, per notevole tratto, di assai maggiore importanza del primo, e denominato canale Ridenza poiché un'imperatrice di tale nome avrebbe contribuito - ma siamo nel regno della pura fantasia - alle spese per la sua costruzione, almeno in buona parte.

Soggiunge comunque Bruno Bresciani, che "i vecchi narravano di aver veduto le barche venire dall'Adige, per quel canale in seno ad Isola Rizza, a scaricarvi i sali ed altre mercanzie, nei fondali della dogana, il cui edificio ancor oggi esiste, e più recente è il ricordo che le sponde del canale, alla sua testata, dov'era uno spazioso approdo, portavano grossi anelli di ferro per fermarvi le barche".

Abitata fin da epoche preistoriche, questa terra, nonostante i vari sconvolgimenti che dovette subire per le inondazioni dei fiumi che la solcano, ha restituito testimonianze di quelle lontane civiltà: qualche decennio fa, ad esempio, a Pieve, nel corso dei lavori d'affossamento per l'impianto di un pioppeto, a circa sessanta centimetri di profondità, apparve un'urna fittile eccezionalmente integra risalente al periodo di transizione tra l'età del Bronzo e l'età del Ferro, oggi conservata presso il Museo di Storia Naturale di Verona. Presso il Museo Archeologico di Verona è invece conservato l'attacco di un'ansa, che è riferibile ad un vaso di bronzo: è configurato a testa di bovide con anello soprastante e risulta essere stato rinvenuto ad Isola Rizza nel 1889; non è noto il contesto del rinvenimento, ma comunque questo reperto è di tipo etrusco ed è databile al VI secolo a.C.

Luciano Salzani segnala ancora come a Casalandri nel gennaio del 1982 si sia avuto il rinvenimento d'alcune tombe, venute alla luce a seguito di lavori edilizi. La necropoli è stata poi oggetto di tre campagne di scavo, dal 1982 al 1984, per opera della Soprintendenza alle Antichità delle Venezie. Complessivamente sono state portate alla luce centoundici sepolture. La massima parte è in semplice fossa, alcune però sono di tipo a cassetta di tegoloni. L'area centrale della necropoli è tuttavia occupata da un edificio moderno.

Annota Salzani: "II rito funebre è misto, con una prevalenza del numero degli incinerati rispetto a quello degli inumati. Le ossa bruciate delle tombe a cremazione non sono deposte all'interno di un'urna, ma sono ammucchiate in un angolo della tomba. E' anche possibile che fossero contenute all'interno di un recipiente di legno o di cuoio che non ha lasciato tracce. Assieme alle ossa si trovano una o più monete e le fibule. Il resto del corredo è costituito da piccoli vasetti, ollette e da ciotole contenenti ossa d'animali. Le armi sono rappresentate da spade, coltellacci, punte di lancia e umboni di scudo. Le tombe ad inumazione non presentano un'orientazione ben definita. In queste tombe il corredo si trova di regola presso la testa del defunto".

Questa necropoli può essere datata tra il II ed il I secolo a.C. Ma anche per l'Alto Medioevo il territorio è stato prodigo di ritrovamenti. Di qui viene, infatti, il cosiddetto "Tesoretto di Isola Rizza", custodito ora al Museo di Castelvecchio. Fu appunto nell'inverno del 1873 che un contadino, mentre scavava in un campo, rinvenne, sotto una pietra, un tesoro: tredici oggetti d'oro e di argento che furono subito acquistati dal Museo di Verona dove adesso se ne conservano undici, essendo due di essi andati nel frattempo smarriti.

Fra gli oggetti merita una speciale attenzione un piatto d'argento con un grande medaglione centrale a sbalzo sul quale è rappresentato un cavaliere che infilza con la sua lancia un guerriero. Tutti questi pezzi ritrovati ad Isola Rizza possono essere datati fra la fine del VI secolo e i primi decenni del VII e devono essere stati nascosti durante i tempi di pericolo, probabilmente determinato da guerre o incursioni. Evidentemente i proprietari del tesoro, senza dubbio longobardi, non poterono più riprendersi, passato il pericolo, i loro oggetti preziosi: forse perché trucidati o forse perché allontanati dalle loro dimore.

La località doveva essere d'una certa importanza anche nel secolo XII se allora la chiesa aveva già il titolo di pieve, così come la ricorda papa Eugenio III in una sua bolla: "plebem insule porcaricie cum cappellis et decimis". La chiesa era già allora dedicata agli apostoli Pietro e Paolo, mentre da altri documenti sappiamo che nel 1212 vi risiedeva un arciprete col titolo di magister. Vi si faceva vita comune da parte del numeroso clero che la officiava con le cappelle soggette e che godeva di una massa di beni poi spartita in vari chiericati, uno dei quali andò, nel secolo XVI, a formare la cosiddetta Mensa Cornelia. Aveva comunque nove porzioni e la curtis era del vescovo di Verona.

La chiesa era stata rifabbricata nel 1535 dall'arciprete Leonardo Auricalco e un bel pezzo di relativa incisione si vede ancora nella parte inferiore del campanile. Ebbe la forma attuale nel 1789 e nel 1868 le fu aggiunto il pronao.

Dalle varie visite che fecero a Isola Rizza il vescovo Giberti ed i suoi vicari, fra il 1529 ed il 1541, sappiamo che I'arciprete don Leonardo Auricalco non vi risiedeva, ma stipendiava in loco un suo cappellano. La cura d'anime e I'officiatura non erano svolte molto diligentemente, e presso la pieve "opulenta fructibus et numerosa populo" e presso altra chiesa periferica detta Santa Maria di Mezzavilla o Cesiola. In questa ultima località era ricordato dagli anziani di quel tempo anche un ospedale il cui edificio ormai in rovina si era forse ripreso a ricostruire. Nella pieve sopra menzionata, vi erano, oltre al maggiore, altri due altari: uno dedicato a Sant'Agapito e l'altro a San Michele. C'è menzione anche di una chiesa dedicata ai Santi Fermo e Rustico (con tutta probabilità all'interno dei possedimenti del convento veronese di San Fermo) e di altra chiesa dedicata a San Marco, quest'ultima dei no bili Maffei.

Risale ai primi anni della dominazione veneziana la "conquista" di queste fertili campagne da parte della nobiltà veronese e veneta, e dunque si possono far risalire a quell'epoca le prime bonifiche, I'escavo di numerosi canali atti a drenare i molti terreni allora rimessi via via a coltura come risaie, e le prime corti rurali con le abitazioni dei coloni e, ma solo stagionalmente, dei proprietari dei vari fondi. Del resto qui, proprio da quest'epoca - mentre in età scaligera vi dominarono i rettori del Capitaniato di Zevio - cominciò a risiedere un vicario eletto dalla città e che aveva giurisdizione su Ronco, Palù, Tomba e Malavicina.

Così, nell'ordine, ci elenca queste corti venete Remo Scola Gagliardi in un suo recente lavoro: la corte dei Maffei al Minello, passata poi ai Pindemonte Rezzonico; la corte dei Bonanome alla Pieve, passata poi ai Bellinato; la corte dei Maffei, poi dei De Medici, poi dei Grigoli e quindi dei Ferrari alla via Nova; la corte dei Sagramoso, poi dei Bruni e quindi dei Ferrari ancora alla via Nova; la corte dei Recalco, poi dei Ridolfi, poi dei Canossi ed ora del Comune, sempre alla via Nova; la corte dei Martelli, poi dei Colpani, poi dei Cartolari ed ora dei Coeli nel centro abitato; la corte dei San Bonifacio, poi dei Bruni ed ora dei Ferrari sempre nel centro abitato; la corte dei Morando, poi dei Malaspina, quindi dei Cengiarotto e dei Colleoni ai Morgatoni; la corte dei Da Corno, poi Tedeschi e dei Grigoli ora sede del Comune di Isola Rizza in piazza; la corte dei Maffei, poi dei De Medici, quindi dei Grigoli ed ora dei Rossignoli in contrada Capra; la corte dei Mandelli, poi dei Maffei ed ora dei Seren alla Campagnola; la corte del monastero di San Fermo, poi dei Merlo ed ora degli eredi Ziviani sempre alla Campagnola; la corte dei Mini- scalchi, poi dei Faccini ed ora dei Malacchini al Casalino; tutte un tempo sedi di altrettante aziende agricole nelle quali coltura privilegiata era, come si è già annotato, quella del riso, "estraendo" alla bisogna, attraverso opportune seriole (prese), l'acqua dei vari dugali.

Una di queste presenze nobiliari è già attestata agli inizi del secolo XV quando, precisamente il 9 settembre 1413, Daniele Maffei acquistò per 1663 ducati d'oro dalla Fattoria di Verona tota possessio de Insula Porcharetia, con le sue decime, i suoi fitti, le sue pezze arative prative, vignate e paludate, e le case con tutte le giurisdizioni spettanti a detta possessione, e con parte dei molini pure spettanti a detta terra. E molti, come si è veduto, seguirono poi, via via, il suo esempio, qui attratti dalla possibilità di buoni investimenti e particolarmente in quel settore della coltivazione del riso divenuta poi, almeno per tre secoli, il nerbo dell'economia della zona, quando progressivamente terre sterili, paludose e incolte trovarono in questa coltura nuovo e conveniente sfruttamento.
Di questa coltura è forse una menzione in uno degli stemmi cinquecenteschi della comunità, murati alla base del campanile della parrocchiale, dove appare una scrofa che stringerebbe nella sua bocca un manipolo di riso, e che fu riproposto a quel Comune nel 1932, qualche decennio dopo che si volle peraltro la modificazione del nome del Comune già di Isola Porcarizza in quello - ritenuto meno offensivo - di Isola Rizza. Parve comunque in quella circostanza opportuno che il Comune di Isola Rizza riprendesse almeno il suo antico stemma: "d'azzurro alla scrofa passante su un Prato erboso, e tenente in bocca un manipolo di spighe di riso al naturale", e questo perché non avrebbero dovuto vergognarsi gli isolarizzani se il loro stemma aveva per figura un animale immondo, come non si vergognarono di averlo nel loro blasone famiglie illustri, quali gli Scrofa, antichi nobili di Vicenza, gli Scrovegni di Padova ed altri ancora.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1995

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