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Isola della Scala

Verona / Italia
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Isola della Scala contava, al 31 dicembre del 1986, 10.535 abitanti, con un aumento, rispetto al 1985, di 60 unità.

La tendenza al recupero demografico, dopo il calo intervenuto nel corso degli anni '60, è attribuibile e al generale arresto dell'emigrazione verso i grandi centri industriali e alla nascita, promossa dalle amministrazioni comunali che si sono succedute in quest'ultimo trentennio, di una zona artigianale e industriale che ha consentito a molti pendolari di trovare occupazione in loco.

In passato Isola fu centro agricolo di notevole importanza per la bontà dei terreni irrigui e perché, essendo collocata lungo un'arteria stradale e ferroviaria di gran traffico, fu sempre luogo privilegiato per transazioni economiche e commerciali.

La proprietà fondiaria risultava divisa fra pochi latifondi, d'antica origine e ognuno con al centro la corte, microcosmo contadino. Il fondo più esteso era quello dei marchesi Pindemonte, le cui origini vanno ricercate addirittura nel 1391 quando questa famiglia acquistava il possesso di Ciringhelli da Guardino Colleoni di Bergamo. Cinquant'anni dopo i Pindemonte entravano in possesso anche delle terre di Settimo, nei pressi di Buttapietra. Da qui la proprietà si allargò con acquisti dai conti Campagna, dai Giuliari, dai Rivanelli e dallo stesso comune di Isola, inglobando le terre di Vo', Oseggiolo e arrivando alla contrada Doltra, ossia all'immediata periferia del capoluogo per un complesso di oltre tre mila campi. A giusto emblema della Potenza economica e della dignità nobiliare nel frattempo ottenuta, la casa dominicale di campagna fu trasferita al centro della possidenza, a Vo', ove, nel 1742, fu edificata su progetto del celebre architetto Alessandro Pompei, la bella villa che ancora si ammira e di recente restaurata. Era la residenza di campagna sostitutiva, in determinati momenti dell'anno, di quella urbana della contrada di S. Egidio e centro amministrativo dell'azienda.

Nobili illustri i Pindemonte; fra i quali emerge la figura del letterato Ippolito la cui malinconica musa trovò di certo motivi di ispirazione durante i soggiorni in questa campagna - ma non in grado di competere con i patrizi veneti Zenobio, proprietari del fondo di S. Gabriele, a sud-est del capoluogo di Isola, dove fecero costruire un'interessante dimora della quale, però, poco si conosce. Sappiamo che i primi acquisti degli Zenobio in S. Gabriele furono fatti nel 1654 e che nella prima metà del Settecento essi disponevano già di 1085 campi. Il loro stemma - il leone e l'aquila alternativamente disposti nelle quattro campiture - campeggia sul fastigio dell'edificio. I cospicui beni subirono, agli inizi dell'Ottocento, i contraccolpi delle sfortune politiche della casata, avversa ai Francesi.

Altre due famiglie gentilizie possedevano la parte nord-orientale del territorio comunale: i Fumanelli a Caselle e i Brà ai Boschi. In quest'ultima località resta la bella villa settecentesca, anch'essa di recente restaurata. Con i campi dei Fumanelli e dei Brà confinavano quelli dei Peccana che raggiungevano le 1500 unità. La loro corte in Casalbergo era fra le più complete per la presenza, oltre che della casa padronale, di quelle dei contadini, delle varie stalle, delle officine degli artigiani di corte e di altri rustici.

La serie delle corti si completa con quella dei conti Guarienti a Tarmassia, dei Nogarole al Baldon, dei Pellegrini nella frazione un tempo loro feudo e che da essi prese il nome. Il palazzo di questi ultimi, pur avendo subito i danni del tempo, si segnala per l'originalità di alcune soluzioni architettoniche. La facciata rivolta a sud, con la parte centrale sopraelevata rispetto al resto, termina con un timpano ornato di guglie. Ad essa si arrivava, un tempo, attraverso un viale affiancato da statue di cui non è rimasta traccia alcuna.

In questi latifondi la coltura principe era quella del riso, costosa, per i lavori che richiedeva, ma assai remunerativa. Isola era, con Zevio e Gazzo Veronese, la zona di maggiore produzione del così detto "frumento delle paludi". Anche se in misura assai minore, la risicoltura è praticata ancor oggi, soprattutto nella varietà del vialone nano, assai apprezzato per i risotti. AI riso è legata la tradizionale "fiera" che si tiene ogni anno la prima domenica di ottobre, con la distribuzione in piazza del cosiddetto "risotto all'Isolana" che altro non è che una riproposta del piatto che i nostri avi confezionavano con la carne del maiale appena ucciso.

Se la fiera del riso è di recente istituzione, assai più antica è la "sagra della Bastia", che si festeggia attorno al santuario romanico che sorge ai margini della valle del Tartaro, e che una tradizione riaffermata nelle visite pastorali vuole sia stata la prima chiesa parrocchiale. La facciata a capanna, in cui si intervallano corsi di blocchi di tufo e filari di mattoni, porta la data 1121. Il portale, forse uscito dall'officina dei Pantei, fu installato nel XVI secolo eliminando il protiro pensile di cui si scorgono le tracce. L'interno si adorna di alcuni affreschi parietali da ritenersi ex-voto dei secoli XIV-XV. Le tre statue lignee raffiguranti la Madonna e i santi Simone e Giuda sono state rubate pochi anni or sono, mentre è scampata fortunatamente al furto la Madonna in terracotta, tuttora oggetto di speciale affezione da parte degli Isolani.

L'attuale chiesa parrocchiale fu edificata fra il 1558 e il 1619 su progetto di Bernardino Brugnoli, nipote di Michele Sanmicheli. Il tempio pur essendo di notevoli dimensioni è a navata unica. Non esiste più I'altare maggiore del '600 costruito in seguito ad un cospicuo lascito dell'abate Giovanni Bongiovanni, ma vanno segnalati per la complessa struttura i due del transetto. Quello di sinistra fu disegnato dall'architetto illuminista Luigi Trezza ed eseguito dallo scultore Pietro Puttini. Nel tornacoro trovano posto le tre pale del Ridolfi che illustrano il martirio di Santo Stefano, titolare, con San Giacomo, del tempio. Agli altri altari ci sono dipinti di Pietro Ronca, Saverio della Rosa, Francesco Perazzoli e della scuola del Giolfino. Opera di gran pregio è la vasca battesimale in marmo rosso di Verona, voluta dal Comune nel 1412. Nelle otto facciate vi sono altrettanti rilievi con i busti della Madonna, di Cristo e di alcuni Santi.

Nel patrimonio pittorico del comune vanno ricordate anche due pale, di notevoli dimensioni, conservate nella parrocchiale di Tarmassia, firmate l'una da Felice Brusasorzi e l'altra dal Farinati.

Fino alla soppressione, voluta da Napoleone nel 1806, operava in Isola anche un convento di frati Francescani. Poche tracce sono rimaste di esso ma è sopravvissuta, seppur ridotta da tre ad una sola navata, la chiesa di Santa Maria Maddalena ad esso legata. L'Amministrazione Comunale si è impegnata, in questi ultimi anni, nel recupero dell'edificio per ricavarvi un ambiente polifunzionale da utilizzare per iniziative culturali. I lavoro hanno portato alla luce resti di affreschi seicenteschi ed altri appariranno quando sarà possibile eliminare lo scialbo delle pareti dell'abside che li copre.

La storia di Isola, che tante tracce ha lasciato nei secoli fin qui considerati, ha radici remote che vanno ricercate soprattutto nell'ambiente geografico caratterizzato dalla presenza di due grossi corsi d'acqua, il Tartaro e il Piganzo, che nascono dalle sorgive dell'alto agro Veronese e si uniscono immediatamente a sud del capoluogo. Proprio alla loro confluenza sorge il mulino chiamato della Giarella, forse il più antico dei tre che un tempo servivano la comunità.

Il corso del Tartaro è stato qui spostato rispetto a quando dilagava in una vasta depressione provocandone I'impaludamento. Proprio questa situazione dovette apparire ottimale alle popolazioni dell'età del Bronzo che qui si stanziarono. Resti di un esteso insediamento di quell'epoca sono venuti alla luce presso il suddetto mulino e molto di più affiorerebbe se fosse condotta una campagna di scavi. I reperti che è stato possibile raccogliere in occasione di lavori agricoli sono esposti ad Isola della Scala in un piccolo museo, annesso alla Biblioteca Civica, inaugurato nel 1980.

La zona ad est del capoluogo, occupata dalla depressione valliva del Tartaro, risulta attualmente coltivata a pioppeti e costituisce un patrimonio ecologico da conservare.

All'abbondanza di acque Isola deve la propria denominazione come terra affiorante in mezzo al bosco e alle paludi. La specificazione "della Scala" le fu data dai Signori di Verona nel '300. Prima ancora si chiamò Isola Cenense, cioè "fangosa", con specifico riferimento alle condizioni dell'ambiente. I veneziani vollero chiamarla Isola di San Marco; inutilmente perché gli isolani tennero fede alla denominazione che meglio evidenziava la loro veronesità. Ancor oggi essi riconoscono nella cosiddetta Torre Scaligera, fatta erigere da Mastino Il della Scala a guardia del Tartaro contro le incursioni mantovane, il proprio emblema civico, così come riconoscono nel santuario della Bastia il simbolo più evidente del loro sentimento religioso.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1987

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