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Sabato 3 Dicembre 2016, San Francesco Saverio
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Goldoni e Verona

L'incontro avuto da Carlo Goldoni con il mondo del teatro il 6 luglio 1734 nell'Arena di Verona è stato determinante per la strada che egli avrebbe prescelto e percorso fino al termine della sua vita, non solo, ma è stato anche di capitale importanza per la storia dell'arte drammatica italiana.

Sì, c'era stata la notturna fuga da Rimini sulla tartana dei comici, compiuta dal quattordicenne Goldoni; c'era stato a Milano nel 1733 il suo colloquio con il parmigiano Buonafede Vitali, quel famoso «Anonimo» che vendeva specifici in piazza, aiutandosi con i lazzi dei suoi saltimbanchi, e che aveva favorito la lettura, di fronte alla distratta e sconfortante presidenza del Teatro Regio Ducale, dell'«Amalasunta». Lettura che si era risolta (è bene rammentarlo), in una vorace fiammata, in cui erano scomparsi - ingiallendosi, accartocciandosi, annerendosi, diventando cenere - i fogli del testo. «Je la jette dans le feu et je la vois brûler avec une espèce de complaisance...» ricorderà poi Goldoni.

C'erano state, sempre a Milano, le lunghe, interessanti conversazioni con quell'attore Gaetano Casali che gli avrebbe fatto scrivere e rappresentare l'intermezzo in musica «Il gondoliere veneziano».

Però a Verona si trattava di tutt'altra faccenda: era l'ingresso emozionante ed entusiasmante nel vivo mondo della scena, proprio nell'istante della sua più intensa vibrazione, proprio nel momento in cui riluceva in tutto il suo più affascinante splendore: quello della rappresentazione.

Non voleva dire assolutamente nulla se in quel pomeriggio la compagnia Imer recitava in Arena il consueto canovaccio imperniato sulle funambulistiche e colorate avventure di Arlecchino, rese più comicamente irresistibili dagli improvvisi di Antonio Costantini cui davano corda con le loro «tirate» d'obbligo il benacense Pantalone Andrea Corsini e il Brighella veronese Pietro Gandini. Per quel giovane misterioso spettatore forestiero, immerso nella folla scaligera vociante e sudaticcia, c'era soltanto una rappresentazione e un pubblico, una ribalta e una platea e quindi i mezzi indispensabili per evocare quel sortilegio che, si chiamava spettacolo teatrale e verso il quale si sentiva irresistibilmente attratto. E se non bastasse quell'esperienza, a valorizzare ancor più l'incontro veronese di Carlo Goldoni, c'era stato l'invito, portogli in modo altisonante e festoso, ma con tutte le regole, ad entrare in quel mondo. C'era stato poi un altro fatto di una Potenza decisiva per le intenzioni e gli ideali - forse ancora pressoché ignoti a se stesso - nutriti dall'aspirante commediografo: quello della lettura a tutta la compagnia d’attori (il Vitalba, la Bastona vecchia, il Casali, la Buranella, madre dell'avventuriero Casanova e la romana Cecilia e l’Agnese delle serenate) raccolti intorno al capocomico lmer, del copione vergine e intatto del suo «Belisario», dell'opera nuova con tutti i suoi pregi di spontaneità e tutti i suoi difetti di scarso mestiere, con il suo dialogo e il suo intreccio, con le sue scene e i suoi personaggi in procinto forse di diventar vivi.

Ah! Quale tentazione più grande e travolgente di quella provocata da un capocomico che dichiara all'autore principiante di voler «tenere per sé» la novità, di volerla mettere in scena?

Dunque il fortuito incontro veronese di Carlo Goldoni con il teatro è stato indiscutibilmente decisivo per lui. Ma forse anche di più, perché Goldoni, mentre seguiva il procedere a sussulti e balzelloni scopertamente patetici o volgarmente comici dello spettacolo, avrà cominciato a raccogliere i primi preziosi motivi d’osservazione e d'ispirazione dai riflessi che andavano manifestando quasi inconsciamente gli spettatori seduti vicino a lui.

La comedia l’è stata inventada per corregger i vizi, e meter in ridicolo i cativi costumi; e quando le comedie dai antichi se faceva così tuto el popolo decideva perché vedendo la copia d'un caratere in scena, ognuno trova o in se stesso o in qualched'un altro l'original. Quando le comedie son diventate veramente ridicole nissun ghe abadava più, perché col pretesto de far rider se ameteva i più alti, i più sonori spropositi. Adesso che se torna a pescar nel "mare magnum" de la natura, i omeni se sente bisegar in t'el cuor investendose de la passion o del caratere che se rapresenta, i sa discerner se la passion sia ben sostenuta, se el caratere sia ben condotto e osservà.

Con queste sue considerazioni, artistiche e morali, estetiche e pratiche, scritte nel dialetto della sua adorabile città, l'avvocato veneziano erigeva i pilastri della sua celeberrima riforma.

E’ noto quale grande, lunghissima, dura e spesse volte ingrata battaglia egli abbia condotto per diecine d'anni di seguito al fine di raggiungere la sua meta. Come sull'asperrimo terreno della tragedia il veronese Scipione Maffei si era proposto di liberare il palcoscenico dalle vuote e stucchevoli elucubrazioni o scopiazzature classiche degli arcadici (oh! i violentissimi attacchi del domenicano padre Concina contenuti nel suo “De Spectaculis theatralibus”!), così su quello non meno accidentato e infido della commedia, Goldoni si era proposto di favorire il graduale riaccostamento del teatro ai problemi umani, ormai alterati, confusi, falsati e contorti dai lazzi e dai stereotipati pezzi di bravura dei comici.

Non si ripete qui il lento processo evolutivo della riforma goldoniana, passata attraverso i roventi crivelli dell'abate Chiari o dell'aristocratico Cozzi o del saggista Barretti, oltre che sotto le forche caudine dei capricci e dei ripicchi degli attori. La conoscono un poco tutti. E’ invece opportuno ricordare come al completamento di quell'imponente disegno vi sia arrivato a gradi. Del resto, per individuare con minuziosa concisione qual era il mondo o, meglio, l'ambiente teatrale al tempo delle «Sedici commedie nuove», cioè quando Goldoni figurava come «poeta scritturato» della compagnia Medebach al Teatro Sant'Angelo nel 1750, possono bastare alcune battute messe in bocca a Tonino-Pantalone nel «Teatro comico», che è la prima del cospicuo gruppo d’opere baldanzosamente promesse dall'autore in quella famosa Quaresima.

Un povero commediante che ha fatto el so studio secondo l'arte - dice Tonino-Pantalone - e che ha fatto l'uso de dir all'improvviso ben o mal quel che vien, trovandose in necessità de studiar e de dover dir el premedità, se el g'ha reputazion, bisogna che el ghe pensa, bisogna che el se sfadiga a studiar, e che el trema sempre ogni volta, che se fa una commedia, dubitando o de non saverla quanto basta o de no sostegnir el caratere come xe necessario.

Ora Goldoni viveva ormai da anni tutto il santo giorno con gli attori, e conosceva di ciascuno pregi e difetti, vapori e melanconie, caldane e abbandoni ipocondriaci, altezzose impennate e appassionate dedizioni. Ed usava il loro stesso linguaggio per poter dissertare su una lezione che altrimenti non avrebbero mandato a profitto in alcun modo. Capite, dunque? In quelle poche battute dell'attore Tonino o del personaggio Pantalone ci sta tutta la cronaca spicciola e quanto mai controversa della storica riforma, che ha avuto - vivente e operante l'autore a Venezia - momenti di gioia e tempi di sconforto, trionfi e disfatte, ebbrezze e smarrimenti, soddisfazioni e amarezze, come quando (in bautta e con la serica mascherina nera sul volto) Carlo Goldoni si recava silenzioso al Ridotto per sentirsi dileggiare dai suoi concittadini - ahimè! presto dimentichi! - già indaffarati a decretargli la sepoltura.

Questo periodo è ormai consacrato alla storia, sia a quella del teatro che a quella del costume, le quali insieme si divertono talvolta nel prendere a gabbo sia i frettolosi lettori che i chiosatori miopi. «Goldoni ha spazzato via dalla scena le maschere, ha soffocato la commedia dell'Arte! Lui dunque non è stato alla fin fine che un sovvertitore, un rivoluzionario!...». E magari nel contempo capita d'incontrare chi, avendo guardato frettolosamente le tele di un Guardi o di un Longhi, presenta Carlo Goldoni in patetica effusione con Coviello e Truffaldino! Certo si è che la più grossa qualifica appare pur sempre quella del rivoluzionario, perché l'avvocatino veneziano - di temperamento mite e accomodante - uno sconvolgitore non lo è mai stato. Forse aveva connaturato la filosofia del tempo. Se fosse stato vivo oggi, si sarebbe detto che era un seguace della teoria di Gandhi: la resistenza passiva.

Si sta scherzando... A lungo andare le diatribe, le controversie, le polemiche volgari, i vili intrighi hanno finito col fiaccarlo, col disamorarlo, tanto da fargli accettare l'offerta di Francesco Antonio Zuanazzi - capintesta della compagnia dei «Comédiens du roy» - di andare a Parigi a scrivere scenari ben rimunerati con luigi d'oro. Tutto finiva dunque cosi: in una questione di prezzo? L'ultima commedia rappresentata dalla compagnia del Teatro San Luca il martedì grasso del 1762 «una delle ultime sere di carnevale» era proprio un «ammaina bandiera», il malinconico segnale della resa?

«Buon viaggio! Felice ritorno! Non mancate! » gridavano all'autore i Veneziani in quel momento festosamente sinceri, ma nelle battute di Anzoletto, il disegnatore che nella commedia abbandona la patria per andarsene a portare la sua valentia in Moscovia, ci sta tutta una malinconia rassegnata e profonda.

E allora - terzo campione apparso nell’infuocata lizza teatrale veneziana - Carlo Gozzi aveva ragione da vendere quando nella sua «Tartana degli influssi per l'anno bisestile 1756» se la prendeva sia con il Goldoni sia con il Chiari, caldeggiando il ritorno delle maschere e cioè - a suo dire - della libera poetica fantasia?

Non era affatto così.

L'Arcadia, tutta intenta ad annodare nastrini di seta al collo di profumate pecorelle, non si avvedeva che l'enciclopedismo andava gonfiando con le sue idee un aerostato ben più imponente e baldanzoso dell'involucro inventato dal signor di Montgolfier! E nemmeno Goldoni lo aveva avvertito, tutto compreso - com'era - del suo mondo delimitato da un salotto e un «mesà», da una bottega del caffè e un «campielo», da un ridotto e una villa sul Brenta. Goldoni si era dato volontario esilio per trovare pace, sicurezza e nuove ispirazioni in terra straniera, dopo che la sua Venezia aveva finito col lesinargliele. Però la Senna non poteva imitare Il Canalazzo e Notre-Dame sostituire la Basilica di San Marco!

E la sognata riforma, dunque? Che ne era accaduto?

Si provi a pensare un po’. Mentre Carlo Goldoni esalava il suo ultimo respiro (6 febbraio 1793) in un modesto appartamento parigino, assistito dalla tenera moglie Nicoletta e dal nipote Antonio, le acque della Senna erano sporche di sangue, le vie della città apparivano come sconvolte da un apocalittico sommovimento tellurico. Le impannate delle finestre vibravano per i violenti procellosi conati della Rivoluzione. La testa di Luigi XVI era già stata mostrata dal carnefice alla folla sovraeccitata e urlante, il Terrore era alle porte!

Ma se le ingrate battaglie mosse sui palcoscenici o sulle gazzette veneziane avevano fatto fuggire Carlo Goldoni, ora era forse il violento e minaccioso canto della Carmagnola a spazzar via le immagini delle Pamele e dei Lindori, dei don Marzio e delle Mirandoline? Il canto rivoluzionario giungerà di lì a poco anche nella aristocratica Piazza San Marco e davanti alla preziosa ieraticità dei suoi mosaici bizantini il popolo dei gondolieri e delle buranelle intreccerà frenetiche carole intorno all'albero della Libertà.

Però non è la convocazione degli Stati Generali o le infiammate arringhe di Mirabeau o i processi sommari dei Comitati di Salute Pubblica o l'assalto alle Tuileries per opera dei battaglioni marsigliesi o la tragica fine della duchessa di Lamballe a corrodere, a frantumare, a polverizzare le miniature goldoniane. Esse avrebbero potuto durare ancora, costituire un rifugio spirituale, un refrigerio, un motivo di evasione, perfino una qual sorta di innocua ma potente rivoluzione frammezzo ad una rivoluzione di sangue. Ma c'era ben altro! Marie-Joseph Chénier, il fratello del poeta André eternato dalla musica di Giordano, giungerà, sì, a portare - tardivo ma pur sempre generoso e soccorrevole - l'aiuto decretato dal Direttorio a favore del malato e deluso poeta italiano, ma intanto alla ribalta del «Théatre de la Nation» s'imporrà trionfante il suo dramma «Charles IXème», che trae ispirazioni e corrosivi parallelismi dalla strage compiuta nella notte di San Bartolomeo. Camille Desmoulins, commentando questo violento lavoro del suo compagno di ideali politici, osservava: «Esso giova alla nostra causa più ancora che le giornate di ottobre». E a far risaltare più ancora l'importanza che aveva tale avvenimento teatrale per l'opinione pubblica, servono i versi di una canzone popolare che in quei giorni si era messa a galoppare per le vie di Parigi:

« Enfin, j'ons lu la pièce nouvelle,
Que les sacristains ne trov' pas belle;
Le pourquoi, c'est que l’Ecole des Rois
Leur donn' diablment sur les doigts!...»

Poi c'erano le strofe di André, il fratello del drammaturgo rivoluzionario, finito sotto la ghigliottina:

«On vit, on vit infâme...
On y chante, on y joue, on y lève des jupes;
On y fait chansons et bon mots... »

E a completare il quadro c'erano anche i versi, beffardi e ironicamente galanti, con cui si commentava la moda classicheggiante, ma di una sulfurea spregiudicatezza, con cui si agghindavano le «merveilles» per far colpo sui «Lyons de Paris»:

«Grâce à la mode
Une chemise suffit.
Une chemise suffit,
Ah! qu' c'est commode! »

Ricordate? «La commedia l'è stata inventada per corregger i vizi e meter in ridicolo i cativi costumi... ». Argentina e Colombina erano un monumento di candore e la vedova scaltra Rosaura uno squisito e inimitabile esempio d’onesto vivere. Però la bella signora non avrebbe più trovato a farle la corte né lord Rubenif, né monsieur le Bleau, né don Alvaro, né il conte di Bosco Nero, rimasti per sempre incollati alle tele di un Guardi o alla ritrattistica di una Rosalba Carriera. Il torto alla fin fine era dunque di Mirandolina che ignorava «Le Contrat social» di Gian Giacomo Rousseau? Il torto era dunque di don Marzio che non aveva mai visto nemmeno la copertina del Dizionario filosofico di Voltaire?

Ai temi deliziosamente galanti di un Watteau, di Boucher, di un Fragonard s'imponevano con baldanzosa prepotenza i soggetti classici di un David, diventato pittore ufficiale. E dunque quale eco flebile poteva avere ancora all'orecchio dell'esile commediografo veneziano la «Biondina in gondoleta» di Antonio Lamberti?

La dormiva su sto brazo,
Mi ogni tanto la svegiava;
Ma la barca che ninava
La tornava a indormenzar ...


Dove c'era ancora posto per le chiacchiere del caffè, per le complicazioni della casa nuova, per le smanie della villeggiatura? Ahimè! Non esistevano Pamele acconciate alla moda del Direttorio!

Per converso - labilissime ombre, trasparenti larve di un mondo dileguato da gran tempo - avevano resistito per un poco le maschere, gli Zanni e gli Arlecchini, dal 1763 al 1771 dominando dispoticamente sui testi composti un po' alla brava dallo stesso Goldoni tanto per rastrellare qualche Iuigi d'oro dalle annoiate e molto commerciali rappresentazioni della compagnia diretta da mons. de Préville. Cosi era accaduto che la decantata riforma goldoniana aveva finito col diventare un oggetto inutile polveroso custodito sotto la campana di vetro, da conservare nella bacheca di un museo, mentre la gente che camminava vociando per le strade si sentiva poco disposta ad andarla a osservare. Frustrata e dispersa nella sua patria, si era dunque rassegnata all'estero a riconoscer I'inanità del suo proposito, l’inattuabilità del suo disegno, finendo proprio col ripiegare vergognosamente e amaramente su posizioni già decisamente avversate in passato?

Si doveva dunque affermare che anche la riforma goldoniana - al pari di altre umane intraprese - si era manifestata troppo presto o era nata troppo tardi? L'Arlecchino Sacchi o l'Arlecchino Bertinazzi non avrebbero potuto certo sostituire l'attore tragico Talma tuonante dalle scene parigine o Kean imperante su quelle londinesi.

Era la morte di tutto un mondo; era la polverizzazione di un costume, l'incenerimento di un’estetica.

Ma dileguata dal cielo dell'umanità anche l'ultima nube dell'uragano, ecco l'antico seme sepolto da Carlo Goldoni nella zolla calpestata e sconvolta del teatro, rivelarsi con il suo verde virgulto, con la sua spiga granita: dai proverbi romantici di De Musset ai drammi di Dumas fils, dalle trame di Paolo Ferrari alle commedie di Giacosa, dai bozzetti di Gallina agli studi di carattere di Renato Simoni, la ricerca, l'insegnamento, gli indirizzi, le intenzioni del poeta scritturato veneziano hanno riportato alla luce la bontà e la verità di un ideale d'arte servito e conclamato, ravvivato e difeso per tanti anni… Dove erano andati a finire i suoi detrattori? Le Tre melarance non valevano certo una civettuola schermaglia di Mirandolina!

Aveva scritto: «Adesso che se torna a pescar nel "mare magnum" de la natura, i omeni se sente a bisegar in t'el cuor investendose de la passion o del caratere che se rapresenta... », affermando così una volta di più che l'arte teatrale giustifica la sua esistenza soltanto se sa interpretare la vita umana (e meglio se vi riesce con un soffio di poesia!) con tutte le sue ansie e le sue speranze, con tutti i suoi sogni e le sue delusioni, con le sue albe gioconde e i suoi tramonti grevi di malinconia.

Per questo, anche a noi uomini del XX secolo, tutti presi nel nostro quotidiano vivere frenetico, vale ancora il messaggio del limpido poeta lagunare. Forse, nel nostro sconfortante disincantamento, ci sembrerà di anticiparne il linguaggio, ma la sua è stata una grande e valida battaglia!

Fonte: Vita Veronese – 5/1957
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