Login / Registrazione
Martedì 6 Dicembre 2016, San Nicola
follow us! @travelitalia

Gazzo - Chiesa di Santa Maria

Verona / Italia
Vota Gazzo - Chiesa di Santa Maria!
attualmente: senza voti.
Terzo fra i fiumi veronesi per abbondanza d'acqua, il Tartaro lambisce quasi, passandole accanto, la bella chiesa di Santa Maria di Gazzo. Le acque sorgive di tale fiume, che nasce poco discosto da Povegliano, sono poi lungo il loro percorso via via arricchite da altri piccoli rii. Per questo motivo il Tartaro, raggiunta Isola della Scala, giunge nelle "Grandi Valli VeronesI" abbastanza ben nutrito, impaludandosi poi a Ponte Molino e confluendo infine nel Po, poco lontano dal territorio d’Ostiglia.

Un tempo, il fiume alimentava le ampie aree per la coltivazione del riso che si potevano incontrare in tutta la Bassa veronese, dopo che quei fertili terreni erano stati disboscati e messi a coltura con varie operazioni di bonifica, le più antiche delle quali risalenti addirittura ad ere preistoriche. E il fiume fu sin da allora, per tutta la zona da esso attraversata, un’importantissima via di comunicazione, alla quale si venne poi aggiungendo, in età romana, la via Claudia Augusta Padana che, partendo da Ostiglia, si dirigeva a Verona. E fu anche fin da allora fonte di sostentamento per le popolazioni locali qui installatesi dapprima cacciando e quindi coltivando anche piccoli o grandi appezzamenti di terreno, sottratti al bosco e alla palude.

L'ambiente doveva ospitare un tempo vari animali allo stato selvaggio, così come ancor oggi ospita varie specie di volatili, tra cui l’allodola, il passero, la capelota (cappellaccia), la speronsola (cinciallegra), la sarsàcola o redestola (averla), le sgussete e i sgussetoni (pispole e spioncelli), il falchèto (gheppio), lo sbuassese (scricciolo), oltre il merlo, il pettirosso, il cardellino, la gazza, il capinero, la baricca (cutrettola), il cucolo, la pernisa (starna), il petonso (strillozzo), lo storno, la viatàra (gallinella d'acqua), l'usignolo, la canarola (cannareccione).

Studi e scavi di Luciano Salzani hanno reso evidente I'importanza della zona fin dalla preistoria; l'abitato antico di Gazzo può essere inserito nel contesto degli insediamenti intorno all'anfiteatro morenico del Garda, in particolare di Bor di Pacengo, Bande di Cavriana e Lago Lucone.

Pare che anche in periodo romano qui esistessero villaggi di una certa importanza e anche di una certa monumentalità, se è vero, come sembra, che le numerose pietre scolpite risalenti a quei secoli giacenti attorno alla chiesa di Santa Maria non possono provenire da molto lontano: si tratta di monumenti funerari ed altro che testimoniano una continuità d’utilizzazione del territorio dalle ere preistoriche fino alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente.

La campagna adiacente cela ancora resti d’antichità: tutt'oggi i contadini, nell'arare il terreno, scoprono vestigia delle civiltà del passato che consegnano al parroco per un piccolo museo che conserva quanto di meglio è stato trovato nella zona: selci, collari, spille, bracciali, fermagli, monete ecc. Fu forse con lo sfasciarsi dell'Impero Romano che questo centro andò rapidamente declinando. Le guerre, le invasioni, i saccheggi, le epidemie lo impoverirono e lo spopolarono. Furono trascurati i lavori d’arginatura dei fiumi, d’espurgo dei canali, di manutenzione delle strade. Le ripetute inondazioni trasformarono la già ubertosa campagna in una vasta palude, fino a quando di nuovo, forse verso l'ottavo secolo, non vi si pose rimedio con altre bonifiche.

Gazzo, dunque, che qualcuno vuole rinato sui resti di un castello od acquartieramento militare altomedioevale, si gloria della sua chiesa di Santa Maria, che conserva tra I'altro una pavimentazione in mosaico dell'ottavo secolo, resto dell'antica cappella costruita probabilmente dagli stessi longobardi che qui s’installarono alla riconquista del territorio, forse esuli padovani qui giunti dopo la distruzione di quell'agro e di quella diocesi.

Gazzo deriva del resto il nome dal bosco che si estendeva in questa zona, vastissimo. E come numerosi boschi coprissero un tempo buona parte della Bassa veronese si capisce dai toponimi di Nogara, Cerea, Castagnaro, Engazzà (che si potrebbe tradurre come imboscà), Salizzole, Ronco, Albaredo, Roveredo, Boschi Sant'Anna ecc. Qualche storico ha notato come sia significativo a proposito di longobardi che il culto di San Prosdocimo, protovescovo patavino, si trovi proprio nella frazione di Pradelle di Gazzo, portatovi probabilmente dagli stessi profughi padovani che nella diocesi di Verona trovarono rifugio e portarono la venerazione dei loro santi: siamo nel secolo ottavo, quando i longobardi si convertono e fraternizzano con gli abitanti di una zona al cui risveglio contribuirono in modo decisivo monaci seguaci della Regola di San Benedetto, costruendo i monasteri di Nogara, di Roncanova, di Erbé, di San Pietro in Valle e di Santa Maria in Gazzo.

Le terre cominciarono allora ad essere risottratte alla palude e alla foresta, dissodate, coltivate: quei luoghi che erano fiorenti giardini dal tempo di Augusto fino a Teodosio, divennero nuovamente tante colonie agricole, biondeggianti di messi. Nacquero pievi, cappelle. E' così che intorno alla metà del secolo ottavo già esisteva sul luogo dell'attuale tempio romanico di Santa Maria una chiesa che dovrebbe essere quella beneficata da due re longobardi e che più tardi passò sotto la giurisdizione del monastero di Santa Maria in Organo, ai tempi dell'abate Audiberto (834), munifico restauratore.

Fondata dunque tra gli acquitrini delle Basse, su terreno fecondo di memorie e di antichi marmi, la chiesa di Santa Maria di Gazzo è monumento dell'architettura altomedievale veronese. Anche se l'attuale edificio risale al secolo dodicesimo. Ci sono pero resti archeologici e documenti che affermano come questa chiesa esistesse già nel secolo ottavo.

L'aula primitiva di Santa Maria occupava la navata centrale della chiesa riedificata in periodo romanico. La pavimentazione a mosaico di quell'antico tempio è venuta alla luce nel 1938 durante gli scavi sistematici che furono completati nel 1940. I mosaici coprono un’area di circa venti metri quadrati divisa in due tratti: una plebana e una presbiteriale. In quella plebana ricorrono molti dei motivi iconografici delle chiese paleocristiane delle Venezie: il tralcio di vite, le pelte contrapposte, i cantari ecc. Meno ancorato alla tradizione paleocristiana e più aperto alle tendenze di certi prodotti artistici delle province del Nord e allo spirito dell'arte preromanica in generale, appare invece il tratto presbiteriale.

Oltre ai mosaici dovevano far parte della chiesa altomedioevale marmi scolpiti e due iscrizioni ad essi coeve. Nei primi ricorrono motivi tipici della scultura a rilievo fra il settimo e il decimo secolo. Nelle iscrizioni si parla della consacrazione dell'altare per opera dell'abate Audiberto e si elencano le numerose e preziose reliquie in esso contenute.

Si è già detto come l'attuale edificio sia però quello romanico, cominciatosi a edificare poco dopo il terremoto del 1117, in laterizio romano spianato ed in gran parte proveniente dalle rovine dei preesistenti edifici.

La gran chiesa a tre navate spartite da colonne pure lavorate nel solito laterizio romano - e della quale già il Chiappa aveva fatto notare l'autonomia stilistica nei confronti delle coeve costruzioni cittadine e gli influssi di carattere lombardo di cui risente - resistette ai secoli e all'incuria degli uomini e, restaurata a metà degli anni ‘80, è stata riconsiderata anche dalla D'Arcais nel volume "Chiese e monasteri nel territorio veronese", edito dalla Banca Popolare di Verona. Ponendo l’accento sulle ascendenze "lombarde" dell'edificio, la studiosa osserva che

L'aggiunta quattrocentesca di pinnacoletti e gugliette in facciata e sui displuvi del tetto nella zona posteriore e il rifacimento della cornice in elaborato decorativismo gotico bene si legano all'armoniosa struttura, non segnando nessun momento di stacco, e tuttavia accentuano quest’aspetto così “straniero” e poco veronese di questa calda struttura rossa.

Si ricorderà infine come, con la chiesa, i monaci di Santa Maria in Organo possedessero anche il feudo di Gazzo, feudo del quale fu investito nel 1307 Federico della Scala attraverso vicende narrate in documenti originali in possesso della Biblioteca Capitolare, nel piano probabilmente di una serie di predisposti interventi della famiglia dominatrice di Verona, per entrare nel godimento delle rendite di buona parte dei beni ecclesiastici: i sei rotoli che riguardano l'investitura sono stati a suo tempo pubblicati da monsignor Giuseppe Turrini negli atti dell'Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1986

Condividi "Gazzo - Chiesa di Santa Maria" su facebook o altri social media!