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Garda

Verona / Italia
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Una delle capitali del Benaco, la cittadina di Garda si affaccia sul golfo omonimo avendo alle spalle le vallette che salgono verso Castion e Costermano, delimitate queste ultime dalle colline dietro punta San Vigilio e dalle alture dalle quali si affaccia la Rocca.

Con Garda capoluogo, nel quale si contano più di millecinquecento residenti, vanno registrati anche nell'ambito dell'attuale Comune, gli abitati minori di Canevini Alto, Ca' Nova. San Vigilio e Villa Garda, dove risiedono complessivamente un altro migliaio d'abitanti, oggi dediti alle più svariate attività, ma i cui nonni erano un tempo occupati quasi esclusivamente nel settore della pesca.

Comune oggi ad eminente vocazione turistica, Garda ha perduto, infatti, in questi ultimi decenni, le sue peculiari caratteristiche di paese di pescatori, anche se il processo di graduale abbandono della pesca non andrebbe considerato come irreversibile, giacché sempre nuove iniziative vengono via via proposte - e talvolta con indubbio successo - per ridonare meritata dignità al mestiere degli avi.

Il paese è di origini antichissime, e conserva ancora in parte -nonostante l'enorme sviluppo edilizio di questi ultimi decenni - la sua impronta medioevale con resti di torri e di mura. Ai piedi della cosiddetta Rocca sono stati ad esempio ritrovati palafitte e utensili dell'età del bronzo, mentre si sa che frammenti di edifici romani sono stati scoperti ancora in scavi del 1662 per gettare l e fondamenta dell'eremo dei Camaldolesi.

Una celeberrima "Rocca" - detta della Regina - sovrastava il capoluogo (a m. 294 d'altitudine) e dominava il lago almeno fin dall'età longobarda: i documenti medioevali la nominano spesso, assieme ad altre rocche e castelli che insistevano nel golfo. Un'altra rocca sembra essere stata costruita nel luogo dove adesso c'è I'Eremo (a m. 309 d'altitudine) e un "Castellum de Garda plana", in basso sul lago, sembra riferirsi proprio al centro abitato. Delle rocche la più famosa è quella nella quale fu imprigionata la sventurata regina Adelaide di Borgogna. I fatti sono così riassumibili: dopo Berengario la corona d'Italia era passata ad Ugo di Provenza e poi al di lui figlio Lotario che, nel 947, aveva sposato Adelaide di Borgogna. Ma Lotario fu avvelenato dal proprio tutore. Berengario duca di Ivrea propose allora a Adelaide di sposare Alberto, suo figlio ed erede. Essendosi però Adelaide rifiutata, egli la fece imprigionare nella Rocca di Garda, donde misteriosamente essa riuscì a fuggire e a porsi poi in salvo divenendo in seguito la moglie di Ottone.

L'eco di questo fatto storico c'è anche in una poesia di Berto Barbarani:

Lago da I'aqua fresca o celestina
de le fontane che te sbrissia dentro,
lago de Garda da la recia fina
che te senti tremar le vele al vento
e i limonari quando i se inchina
zo da le rive a farte complimento,
l'èto vista scapar quela regina
che i aveva impresonado a tradimento?


Garda fu sempre, per il periodo medioevale, il centro della Giudicaria Gardense, un distretto amministrativo che comprendeva, con i paesi del lago, anche quelli dell'entroterra, fino a Bussolengo: dalla Giudicaria derivano anche le successive forme amministrative che, pur sotto la tutela del Comune di Verona, facevano capo ad un Capitanato del Lago il quale - con sede a Malcesine - esercitava il suo potere su tutti i Comuni rurali della zona. Niente da stupirsi, dunque, se sulle sponde del Lago di Garda la località che sembra aver ospitato il più importante insediamento d'età longobarda con annessa area cimiteriale è ritenuto lo sperone roccioso posto tra le attuali Garda e Bardolino, chiamato appunto "La Rocca". L'importanza di tale insediamento si accrebbe, infatti, ulteriormente nel IX e X secolo, quando Garda divenne il centro principale della Giudicaria, ed è chiamata civitas, cioè città, nelle fonti scritte.

Dalle pendici inferiori della Rocca di Garda provengono numerosi i ritrovamenti d'epoca longobarda, scoperti nell'arco dei ventesimo secolo. Anche se per la mancanza di scavi sistematici non è possibile affermare con sicurezza quante tombe siano state finora scoperte e, soprattutto, come fosse strutturato I'insediamento, i dati ora in possesso permettono tuttavia agli archeologi medioevali di affermare che, durante la seconda metà del VII secolo, le pendici inferiori della Rocca di Garda furono usate come area cimiteriale.

Deriva dal Comune rurale la stessa Corporazione degli originari, che ha la sua sede a Garda e della quale fanno appunto parte tutti i discendenti degli antichi originari del luogo. Nata nel lontano 1452, quest'associazione vanta i suoi diritti sulla pesca del pesce nelle acque del lago, diritti che furono allora acquistati per la somma di 4.000 ducati. I diritti erano tutelati dalla Serenissima e furono rispettati persino da Bonaparte e riconosciuti dal Regno d'Italia. Ancor oggi, ogni anno, nella festa di S. Bernardo, vengono distribuite fra gli originari le quote del ricavato dell'affittanza della pesca.

Come informa anche Nereo Mafezzoli, il primo documento che riguarda la Corporazione degli Antichi Originari di Garda, allora tutti pescatori, è I'atto di transazione fra il nobile Andrea Becelli e Bonaventura Stagnati da Garda, assieme alle Comunità di Torri e Sirmione, riguardante la vendita della Peschiera del Vo' avvenuta sabato 16 settembre 1452. Erano sicuramente occorsi alcuni lustri prima di arrivare al concordato: anni di sofferenze, d'angherie subite, di sotterfugi cordialmente ricambiati, di liti, di denunce, di reti sequestrate, di fantasiosi espedienti per abborracciare un pasto, il lago essendo allora la vita.

Il clima politico non era dei più favorevoli alla stipulazione d'impegni onerosi. Ma l'eco sinistra delle contese "internazionali" in atto non era giunto sulle tranquille rive del lago: così nell'umile casa di un pescatore di Garda si firma un atto che legherà in fratellanza molte famiglie, anche di paesi diversi, e vincolerà loro la fonte del reddito per oltre venti generazioni. L'atto - oltre seicento righe di fitta scrittura - è la prima fonte d'interessanti notizie.

Dell'elenco dei contraenti - una trentina con nutrito codazzo di curiosi - delegati dalle comunità di Garda, Torri, Sirmione - si possono anzitutto ricostruire i cognomi: Bontempi, Franchini, Pezani, Briseti, Buscheli, Colombini "omnes piscatores et habitatores in terra Garde"; Marai e Fava di Torri; Alberti, Francischini, Venturini di Sirmione. Segue la lunga anamnesi. In quasi otto fogli sono ricordate le liti, le denunce, le sentenze, gli appelli infiniti alla Camera di Verona e ai Magnifici Signori Auditori nuovi a Venezia. Vengono poi indicati i confini della Peschiera, dal Corno di Torri all'aguiolo di Bardolino fino al monte subacqueo Varana, compreso il Vo'. Tutto "secundum quod cantant instrumenta livellaria", proprietà di Andrea Becelli e soci che vendono la peschiera alle tre comunità per mille ducati d'oro fino e di peso esatto da pagarsi a rate nella festa di Pasqua dei prossimi quattro anni.

Il pagamento dei fitti passati e non pagati sarà fatto tenendo conto delle reti in possesso. Per quelli di Sirmione: ogni rete "a sardenis", nove libbre. Per quelli di Garda: venticinque libbre e duecento sardene. Ogni brossolo (rete sciabica per lucci in dialetto detta brassol, brossol, reet), quattro libbre; per ogni avolarolo, sei libbre; tutti i bertovelli, diciotto libbre. Per quelli di Torri: ogni rete da sardelle, quattordici libbre; ogni rete da carpioni, quattro libbre; ogni avolarolo, quattro libbre e ogni brossolo una libbra. Fino alla completa osservanza di tutti i patti, i contraenti avrebbero conservato in pegno tutti i loro beni mobili e immobili.

Legato alla storia della Corporazione degli originari sembra anche il capitello di Pal del Vo'. Si sa che il fondo del Garda è assai irregolare, ha notevoli dossi, banchi d'arenaria, massi, secche e scogli. La roccia subacquea che si allunga, poco discosta dalla Punta di San Vigilio, sino a Sirmione, detta appunto Pal del Vo', pare che anticamente in certi punti affiorasse formando una serie di scogli. Su uno di questi v'era un palo che sosteneva un piccolo capitello di legno con entro un'immagine della Vergine. Altri vo' si trovano presso Peschiera, Desenzano, Manerba e Salò. Vo' dal latino "vadum" corrisponde, infatti, a "guado, passaggio".

In margine alla festa che gli originari facevano in giugno, recandosi al capitello, è nata anche la famosa sardelada al Pal del Vo', che si tiene annualmente al largo del lago, appunto al Pal del Vo', ove i pescatori si recano con le barche cariche di reti, ad attendere il passaggio delle macie o banchi di sardelle. Per ormai lunga tradizione i pescatori sono seguiti da altri natanti con passeggeri, e, dopo la pesca abbondante, si celebra la sardelada sul lago stesso, friggendo il pesce ancor guizzante e innaffiandolo poi con libagioni di vini locali.

AI fascino di queste feste e di queste pesche pare non si siano sottratti nemmeno gli imperatori tedeschi di passaggio nella zona. Tra questi Federico III, che nel 1489 volle vedere il Garda con tutta comodità. Incontrato a Rovereto dagli ambasciatori veneziani, venne condotto a Lazise ove s'imbarcò sopra una magnifica galera che la Repubblica Veneta aveva mandato da Venezia. L'imperatore veleggiò lungo le sponde accompagnato da numerose imbarcazioni piene di autorità e di curiosi, divertendosi nel pescare i celebri carpioni.

Sempre di antica origine è anche un'altra manifestazione collegata con le tradizioni locali della pesca: si tratta della gara delle bisse, imbarcazioni caratteristiche di origine veneziana, lunghe e basse, spinte da quattro rematori in piedi. La gara ci riporta al tempo in cui solo la forza delle braccia dei pescatori era garanzia di sicurezza nelle improvvise e pericolose tempeste. Essa si svolge fra gli equipaggi di numerosi paesi del lago e alla fine, attraverso una classifica, viene assegnata al vincitore la bandiera del lago.

Ma, lasciando la pesca e tornando alla storia, occorrerà dire qualcosa, a questo punto, anche dei vari monumenti artistici di cui è ricca la cittadina, iniziando da quella pieve di Garda, che è una delle più antiche della zona, perché nel secolo decimo aveva già un capitolo di canonici facenti vita comune, nonché chierici dislocati a Torri e a Bardolino. Da questa pieve dipendevano nel secolo decimosecondo Bardolino, Costermano, Torri, Castion, AIbisano, Montagna, Marciaga e in parte Pesina. Nel 1522 venne unita all'Ospedale Maggiore di Brescia. Dedicata a Santa Maria, la pieve fu ricostruita dopo il terremoto del 1117 e quindi rimodernata e modificata nel 1824. Il suo campanile fu costruito nel 1571. Dell'antica costruzione medievale della pieve rimangono tracce murate nel campanile e nel chiostro.

Altra chiesa di Garda è Santo Stefano, a fianco della strada che attraversa il paese, vicino al torrente della SS. Trinità. Esisteva di certo prima del 1687, data scolpita su una parete esterna. Nel 1877 fu innalzata e restaurata.

Notevole anche la chiesa di S. Bernardo, che risale al principio del sec. XIV (forse 1305). Fu ampliata nel 1872 e anche nel 1890.

Anche la chiesa di San Carlo, sulla strada che da Garda va a punta San Vigilio, è chiesa di un certo interesse: appartenne alla famiglia Becelli e fa ora parte del complesso di villa Albertini.

Un'altra chiesa che però più non esiste era quella di San Biagio, che si trovava vicino alla parrocchiale dove ora sorge la farmacia. E' ricordata nell'anno 1728 quando si costruì la sacrestia. Fu officiata fin poco dopo il 1800 e poi venne abbandonata, finché nel 1860 fu distrutta e sulla sua area fu costruito l'attuale palazzo Comencini.

Un'ultima chiesa è a San Vigilio, piccolo promontorio che si tuffa dolcemente nel lago, prima di Torri, e che racchiude una splendida insenatura chiamata la "Baia delle Sirene". Si racconta che sul promontorio esistesse anche qui in antico una rocca. Dopo la calata dei Franchi tale rocca, ormai in rovina, sarebbe stata regalata da Carlo Magno ad un eremita, di nome Vigilio. Egli avrebbe trascorso in questo luogo una vita esemplare e, morto, sarebbe stato dichiarato santo. Il promontorio e la chiesetta, forse da lui stesso costruita, presero così il nome di "San Vigilio". Ma si tratta di una pia leggenda, perché la chiesa è in realtà dedicata al santo vescovo di Trento.

Fra le ville del territorio è doveroso ricordare almeno il "Palazzo" già Carlotti, la villa Albertini, la villa Canossa e la villa Guarienti.

  • Il "Palazzo" già Carlotti a Lungolago, da quanto rimane, appare di eleganti forme cinquecentesche, con scala esterna nella facciata sud e con torre. Aveva ampio giardino cinto da mura e prospiciente il lago, su la cui riva - ora percorsa da strada pubblica - rimane la caratteristica Loggia, già facente parte della villa e che serviva di darsena e di belvedere. La tradizione la dice sanmicheliana; e forme sanmicheliane mostrano anche le superstiti parti architettoniche del "palazzo", nel cui interno assai trasformato, restano alcune belle porte e il soffitto a travatura scoperta d'un grande salone, ora suddiviso in vari locali.
  • La villa Albertini è situata in una meravigliosa posizione, al centro del golfo di Garda. D'architettura composita, parte classicheggiante e parte medioevaleggiante, è sorta e s'è ampliata a varie riprese su un'antica proprietà dei Becelli. Le sue maggiori attrattive e bellezze consistono nell'immenso parco, che si estende su per la collina e nel quale sono vari edifici minori: torri, belvedere, tempietti, chioschi, serre, cedraie, oltre a viali e fontane. In questa villa, una delle più grandiose del Garda, Carlo Alberto, il 10 giugno 1848, ricevette la deputazione lombarda che gli recava l'atto di annessione al Piemonte.
  • La villa Canossa a Scaveaghe è di origine cinquecentesca. Già dei Carlotti, trasformata e ampliata dall'architetto Giacomo Franco nell'Ottocento, ora ha linee ottocentesche, di una certa fastosità. Ricca di opere d'arte, in stupenda posizione, sotto il monte roccioso che da Garda si protende verso San Vigilio, essa ha un vasto parco all'intorno e, davanti, un giardino che declina fino alla riva del lago.
  • La viIla Guarienti, a Punta San Vigilio, è fra tutte la perla. Essa venne costruita nel secolo XVI da quell'Agostino Brenzone, buon umanista lodato dall'Aretino, oltre che famoso giureconsulto e filosofo, che qui compose un trattato "Della vita solitaria". La tradizione vuole che della semplice costruzione a logge e del bellissimo giardino all'italiana abbia dato i disegni Michele Sanmicheli. Sono annesse alla villa altre fabbriche di quell'epoca, tra cui una chiesetta - più volte restaurata, ma d'origine molto antica - e un altro edificio a doppia loggia, che dà sul lago presso il pittoresco porticciolo e che è adibito ad albergo. Stupendi sono il viale d'accesso, con duplice fila di cipressi secolari, e l'oliveto adiacente. Nel giardino, molto ben curato, vi è dovizia di busti, statue, lapidi con iscrizioni latine e italiane, che stanno tuttora a testimoniare la cultura e il gusto del fondatore della villa.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1987

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