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Fortificazioni: Porta Catena e Porta Fura

Verona / Italia
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Prima di trattare del sistema fortificatorio attuato durante il più splendido periodo scaligero, ci sembra necessario soffermarci su di un complesso di fortificazioni tutto speciale: per la sua storia, per la sua attuale strutturazione architettonica e la "facies" che ne deriva, e per la sua ubicazione fuori dei normali itinerari turistici, quasi abbandonato a se stesso e all'incuria.

Ci riferiamo al complesso di Porta Catena-Porta Fura. Si tratta di complesso posto allo spigolo orientale delle fortificazioni veneziane dei Bastioni di Spagna, verso l'Adige; vi s’incastra con la sua serie di tre archi consecutivi e congiunge con il fiume il possente bastione veneziano. La località in cui si trova, oggi denominata Via Torretta, si chiamava originariamente via delle Torrette, uno di quei toponimi cittadini che bene indicano la situazione storico-edilizia d’alcune zone di Verona.

Anche una ricognizione superficiale sul luogo permette di individuare nel raggio di circa duecento metri l'esistenza di almeno sei torrette, di cui quattro ancora complete o quasi.

Ma veniamo ad una, se pur sommaria, descrizione del complesso, a partire dal fronte "ad agrum". L'arco a tutto sesto, sormontato da un alto muro nel quale si aprono tre feritoie, si deve a quella serie d’interventi murari che Cangrande affidò alla costruzione dell'architetto Calzolaro, e che questi portò a compimento tra il 1321 e il 1325.

Sembra questo l'intervento che, insieme con quelli molto più tardi asburgici, lascia ancora oggi notevoli tracce: sulla più antica Porta Fura, che si apriva probabilmente presso o nello stesso muro di recinzione dei possedimenti della vicina abbazia di San Zeno, fu alzato un muro di rinforzo, nel quale si dovette, ovviamente, aprire un'altra porta, che assunse il nome di "Porta Catena", perché alla torretta a fiume di questa parte di muro e a quella nel greto, tuttora ben visibili e abbastanza bene conservate, si agganciava un tempo una lunga catena che attraversava tutto il fiume e che serviva per il controllo militare e doganale dell'Adige prima che entrasse in città.
Questo muro scaligero di rinforzo era munito di ben ventidue torrette, da cui il toponimo che si è detto, che proteggevano, nella pianura di nord-ovest di là del fiume, le borgate di San Procolo, San Zeno e Ognissanti, già discretamente popolate e tuttavia non ancora difese e rinchiuse entro una sicura cinta muraria. Questo nuovo arco dell'architetto Calzolaro, solido ed elegante, rimanda, forse in modo meno raffinato e ricco, alla forma consimile nel gusto dell'arco della porta esterna della torre del Ponte Pietra. Le epoche dei due archi corrispondono sostanzialmente.

Il rifacimento veneziano e austriaco non consente più di controllare l'esatta entità dell’intervento dell'architetto scaligero: già Scipione Maffei – nella sua Verona Illustrata – poteva annotare poche parole a proposito di questa parte delle fortificazioni: "Sì trova inserito nella cortina un pezzo del muro scaligero". Tuttavia, almeno idealmente, possiamo supporre che l'attuale muro, che scende fino alla torretta all'Adige, corrisponda alla fortificazione scaligera dell'architetto Calzolaro.

Passato dunque l'arco della Porta Catena appaiono evidenti gli interventi austriaci: un Blockhaus ad "opus incertum" con dieci feritoie, tagliato nella curvatura orientale da un solido arco, pure ad "opus incertum", occupa la parte a destra per chi entra; la copertura è composta di lastroni di marmo a cuspide oblunga con spigolo vivo. Di un certo interesse dovrebbe risultare un esame accurato condotto sul muro in cotto che congiunge il Blockhaus con la Porta Catena: potrebbe essere sia scaligero sia veneziano: si aprono in esso ben nove feritoie strettissime nello spazio di pochi metri, variamente orientate.

In questa piazzola interna, fortificata da tutti i lati, munita di un rialzo in muro e terrapieno, e aperta in varia misura a diverse soluzioni d'uso, indicate anche da una fitta serie di feritoie interne per un totale di quindici unità, l'intervento degli architetti austriaci si è profondamente inserito nella compagine della fortificazione veneziana, ed è assai problematico oggi distinguere quanto è stato costruito, quanto ricostruito e quanto aggiunto: se non per ciò che appare evidente ad uno sguardo superficiale. Pensiamo comunque che anche per questa parte si possa supporre un’ideale adesione alle preesistenti strutture murarie; anche perché, ancora oggi, non esistono residui o tracce d’altre fortificazioni in loco o, poco più in là, in riva all'Adige, all'infuori di quelle che stanno ancora in piedi.

Superato l'arco austriaco, siamo di fronte alla faccia interna della Porta Fura vera e propria o Porta San Zeno-Porta Fura come qualcuno (Jacobacci, 1980) ha proposto in questi ultimi anni. A questa più che legittima proposta vorremmo aggiungere un'altra, che speriamo pure legittima: un esame, se pur sommario, del muro orientale che, qui iniziando, termina tra varie interruzioni alla distanza di circa duecento metri, superata anche Via T. Da Vico, in posizione settentrionale rispetto al muro tagliato con l'apertura del moderno ponte Risorgimento, ci sembra dimostri la possibilità di sostenere che siamo di fronte a quanto rimane del tracciato dell'antica cinta difensiva dei possedimenti dell'abbazia di San Zeno.

Non pensiamo si possa trattare di vere e proprie fortificazioni murarie: meglio supporre un muro di questo tipo (esempi anche "civili" n’abbiamo potuti controllare per il muro difensivo di Via XX Settembre), nel quale saranno poi state aperte modeste porte -alcune anche oggi ben identificabili nella cortina muraria all'interno del complesso in esame - e forse sarà stato rinforzato con qualche costruzione, magari un po' rialzata, quasi una torretta, come quella che si può identificare poco più in là della Porta Fura e della quale rimangono nella cortina muraria gli spigoli in cotto. Questo muro, composto con ciottoli di fiume, secondo una tecnica usata soprattutto in epoca comunale, ma nota anche prima, cotto rosso fortemente cementati insieme, corre sostanzialmente diritto sul lato orientale di Via Torretta, fino al numero civico 2c. In questa costruzione è possibile individuare il basamento di un’altra probabile torretta (con quella in riva all’Adige e la torretta al centro del fiume saremmo dunque a sette delle originarie ventidue torrette); quindi piega decisamente a sud-est con angolo ottuso e si riallaccia alla recentissima ricostruzione dell'attuale recinzione dei possedimenti di San Zeno.

Sempre dopo aver attraversato Via T. Da Vico, ancora in via Torretta al numero civico 2d, si alza la torretta che ha dato il nome più recente alla via: sul lato est di questa costruzione scaligera si distingue assai bene l’arco a tutto sesto di una porta probabilmente murata quando l'edificio, forse in epoca scaligera appunto, fu sopraelevato e adattato a torre. Così pare poter arguire dall'esame in superficie del muro superiore. L'arco cieco è in conci regolari di tufo, che fanno senza difficoltà ricordare la consimile forma e la consimile fine della Porta San Sepolcro. Non pensiamo del tutto scartabile l'ipotesi che quest'arco possa esser quanto rimane di una porta (Porta San Zeno?) aperta in epoca comunale nella recinzione difensiva dei possedimenti dell'abbazia di San Zeno.

L'arco appena individuato ha la stessa forma edilizia della Porta Fura vista dall'esterno; e crediamo che anche per questa possibile Porta periferica si possano ritenere valide le date documentarie che testimoniano per due volte l'esistenza di Porta Fura: nel 1195 e nel 1225. Tornando dunque alla terza porta del complesso, Porta Fura, essa poggia su due solidi e compatti stipiti di marmo rosso e marmo rosato di Valpolicella, ed è pur essa in conci regolari di tufo; soprattutto nella parte interna, vicino all’epigrafe che indica l'anno MDCCCXI, è controllabile l'esistenza di una parte dell'antico muro sempre in conci regolari di tufo, più piccoli di quelli dell'arco; così come si può raffrontare nei muri di Porta Organa o nel muro dì Porta San Sepolcro, per non fare altri possibili esempi.

Concludendo l'esame di queste tre porte (tutte e tre con i fori negli stipiti per i cardini, e quindi tutte e tre usate per chiudere in modo decisamente ermetico e sorvegliatissimo questa parte di mura), ci rimane da trattare l'ultimo intervento, quello austriaco del 1840, del quale rimane, oltre alle varie feritoie e oltre ai vari inserimenti e rafforzamenti murari, il Blockhaus di cui già si è detto: costruzione tozza, che s’infila possente all'interno dello spazio tra le due più antiche porte, con un criterio difensivo del tipo di quello che si può notare nel circuito interno del forte di San Mattia.

Il rifacimento austriaco, profondo e non sempre ben visibile oggi, veniva a riattivare un sistema edilizio di fortificazioni rimasto inattivo per lungo periodo, anche se nella gran ricostruzione sanmicheliana ci furono interventi per il complesso di Porta Catena-Porta Fura, dati i cambiati rapporti tra Venezia e l'Impero dopo la guerra che si concluse con la pace di Chateau Cambrésis.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1983

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