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Martedì 27 Settembre 2016, San Vincenzo de' Paoli
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Fortificazioni Longobarde

Verona / Italia
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Dopo i Goti a Verona, fu la volta dei Longobardi e del loro famoso re, AIboino. Per la capacità di resistenza che Verona aveva dimostrato, il truce condottiero longobardo la scelse come sua prima capitale, e qui a Verona accaddero i sanguinosi fatti della coppa data a bere a Rosmunda e la conseguente tragica fine d’Alboino: fatti di cui la leggenda presto s’impossesserà e tramanderà anche attraverso la popolare canzone di "Donna Lombarda".

Verona longobarda resistette al ritorno dei ricacciati Bizantini, ancora alleati dei Franchi, anche nel 590; un anno dopo, cioè, la tremenda piena che aveva raso al suolo una parte notevole degli edifici sacri di Verona: ma non le mura, evidentemente. Così la nostra città fu per circa due secoli uno dei ducati più importanti del regno longobardo e la sua trasformazione, anche dal punto di vista della struttura urbana, fu notevole, pure se non radicale. Per Verona possiamo veramente parlare di profonda longobardizzazione, tanto che, quando i Franchi, nuovi invasori e vincitori, si sostituiranno ai vinti, dovranno passare vari decenni prima di rintracciare nei documenti la firma di un nome franco. E anche i duchi longobardi si preoccuparono di rafforzare la città con una serie d’interventi architettonici, oltre che genericamente urbanistici, che ci sono in modo discretamente puntuale descritti dal "Versus de Verona", (composizione poetica del IX secolo).

Ben quarantotto torri contribuivano a rinforzare l'azione di vigilanza esercitata dalle mura: quaranta erano mediane, e otto più alte: le torri gemine di Porta San Zeno, Porta Arena e Porta San Fermo (Porta Leona: così chiamata dal vicino monastero di San Fermo) e le torri del "palatium" teodoriciano: erano torri ottagone, probabilmente ancora d’antica fondazione romana, ma presumibilmente rinforzate dai nuovi dominatori. Le torri saranno la caratteristica anche di Verona in questi secoli e in quelli immediatamente successivi: una vera e propria selva, se si deve credere interamente alle cronache del tempo che n’enumerano fino a 700! Porta Organa e Porta Santo Stefano, invece, non avevano torri.

Siamo dunque nei secoli che vanno dalla fine del VI alla fine dell'VIII: la città resta nelle strutture generali quella romana, ma sicuramente il centro della sponda destra ha subito travagli, distruzioni e abbandoni (non si deve dimenticare che fino in epoca comunale all'interno della cinta muraria rimanevano vasti spazi coltivabili che permisero ai cittadini di sostenere anche lunghi periodi d’assedio senza soffrire la fame).

La suddivisione dei quartieri attraverso gli assi del Decumano e del Cardine è rimasta, (Quartiere del Ferro, Maggiore, dei Capitani, della Chiavica e, sulla sinistra dell'Adige, il Quartiere del Castello), ma profondamente sconvolta nella sua organicità dalla presenza all'interno degli stessi di due territori fiscali, la Corte Regia e la Corte del Duca, che dimostrano una diversa sistemazione sociale dello spazio interno cittadino, insieme con una diversa forma di vivere civile: così dicasi, ad esempio, la suddivisione dei quartieri in "waite » che rimarrà intatta nei secoli trasferendo quindi la sua funzione di struttura per il reclutamento militare e la suddivisione pro capite del monte tasse, alle parrocchie: anche la "waita" si denomina molto per tempo col nome del santo titolare della chiesa sorgente nel suo territorio.

La Corte del Duca, più famosa col nome di Cortalta (resta l’attuale corte Cortalta nel quartiere della Cadrega), comprendeva gli isolati racchiusi tra l'Adige e le vie Garibaldi, Emilei e San Salvar vecchio: zona fiscale da antica data (la dedica di una chiesa al Salvatore ne è inoppugnabile testimonianza), vi doveva sorgere anche la sede del Duca, un castello (una costruzione fortificata oggi ricordata solo dal toponimo di vicolo Castelrotto). La corte era opportunamente situata vicino alla Porta sud principale, Porta San Zeno, per motivi difensivi, ma anche per motivi economici: per entrare in città si pagava il dazio sul pedaggio e sulle merci; più tardi, sul finire del X secolo - ma la tradizione veniva da lontano - in questi paraggi sorgerà un "palatium San Zenonis", una specie d’ufficio imposte, e il nome di V. Tascheria (corrispondente al borgo Tascherio di Porta Organa) ricorda ancora la caratteristica del luogo.

La Corte Regia occupava invece, all'altro lato della città, nel quartiere della Chiavica, la zona compresa tra l'Adige e le vie Cappello, Cairoli e Pescheria: in essa risiedeva il Gastaldo. L'importanza della Corte Regia è anche più evidente: era situata all'uscita che immetteva sulla importantissima strada per Ostiglia attraverso Porta Leoni, probabilmente Porta Regia nel periodo di cui stiamo parlando; e lì vicino sull'Adige c'era il porto con tutto quello che significava militarmente ed economicamente.

Tutto è ricordato ancora oggi dai toponimi di Ponte Navi, v. San Salvatore Corteregia; e l'esistenza del palazzo del Gastaldo è testimoniata dalla denominazione ancora esistente nel X secolo di San Sebastiano ad Palatium.

La città in periodo longobardo si fortificò anche oltre la cinta delle mura, grazie al nascere di tre sempre più grandi e sempre più importanti conventi, che vengono edificati proprio sulle vie d’uscita dalle porte principali: da porta San Zeno il convento di San Zeno, che è destinato a diventare una delle più potenti abbazie benedettine di tutta l'Italia settentrionale; da Porta Regia (Porta Leoni, poi Porta San Fermo) il convento di San Fermo, centro religioso e culturale squisitamente cittadino: intorno alla traslazione delle reliquie dei due martiri Fermo e Rustico avvenuta nel 765, si muoveranno la fede e la fantasia di tutta la città (cfr. il Velo di Classe) ; fuori Porta Organa, l 'antico e importante monastero di Santa Maria in Organo, sorto ancora nel VII secolo. Ricordando la funzione dei monasteri in questi secoli, si potrà facilmente comprendere quale prezioso antemurale, in tutti i sensi, essi fossero per Verona.

Il periodo longobardo fu sostanzialmente pacifico per Verona, e la città resistette per quasi due anni all'attacco franco, grazie alla solidità dell'impianto delle sue fortificazioni : solo nell'ultimo e definitivo assalto, condotto con fermezza su due fronti dal conte Vulvualno, la città, e l'ultimo duca longobardo, Giselpert, che risiederà indisturbato in Verona per altri dieci anni, cedettero; parte delle mura furono abbattute e il convento di San Zeno venne incendiato e distrutto. Ma ci vorrà tempo, non poco, prima che i vari Gisulfo, Grasulfo, Mimulfo, Zangrulfo, Ulfari, Gaidulfo ecc. lascino il posto nei documenti ai nomi dei vincitori Franchi.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1982

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