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Fortificazioni Austriache

Verona / Italia
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Nessun altro come Michele Sanmicheli lasciò un'impronta così chiara, inequivocabile e moderna nella definitiva sistemazione delle fortificazioni cittadine; e per questo pensiamo che, per quanto possa valere nella storia degli uomini, sia corretto definire il piano e la realizzazione sanmicheliana come "ultima sistemazione definitiva di Verona. Tale rimase, infatti (e tale, nonostante le molte distruzioni, continua a rimanere oggi) fino al fatidico primo giugno del 1796, quando truppe male armate e peggio equipaggiate, al comando, però, del più grande stratega dei tempi moderni, Napoleone Bonaparte, senza colpo ferire, s’impadronirono della città infrangendo l’imbelle neutralità veneziana.

Da quest'anno fino al 1814, Verona subirà una serie d’interventi, spesso frettolosi se non frenetici, sia per opera dei Francesi sia per opera degli Austriaci, e di quest’agitato periodo in cui la città, per pochi anni, fu spartita fra i due contendenti originando quel toponimo di "Veronetta" ancora oggi vivo, che designava allora (dopo la pace di Lunéville del 1801, fino al 1805) la piccola Verona che restava in mano degli Austriaci, non rimane, in vecchie fotografie se non il ricordo delle torri di Castelvecchio mozzate, e lo smontaggio dell'Arco dei Gavi.

Il 4 febbraio del 1814 le truppe austriache del generale Stefanelli entravano vittoriosamente in città, bene accolte da una popolazione stanca e delusa, che già nelle "Pasque veronesi" aveva dimostrato la sua poca disponibilità per le novità giacobine.

Ritornati definitivamente a Verona, divenuta una delle città del regno Lombardo- Veneto, ben protetti dalla Santa Alleanza, gli Austriaci non pensarono subito a costruire nuove fortificazioni: il nemico era stato totalmente debellato. Per circa quindici anni si limitarono ad intervenire sulle precedenti fortificazioni con lavori di restauro e migliorie minime, dettate dal normale mantenimento di routine.

E' dopo la rivoluzione francese del 1830, con i relativi risvegli liberali in tutta Europa, Italia compresa, che la corte di Vienna ritenne opportuno studiare un piano sistematico di rinnovamento organico per tutto il perimetro difensivo veronese, allargandone l'importanza e la portata alla più lontana periferia: uscendo cioè dall'antichissima cinta scaligero-sanmicheliana, per costruire una numerosa serie di grandi fortificazioni periferiche. Venne così ideato e progettato quello che diverrà famoso nella storia del nostro Risorgimento come il Quadrilatero, comprendente, come ognuno ben sa, le piazzeforti militari di Verona, Peschiera, Mantova e Legnago, e affidandone l'esecuzione, insieme con una folta equipe d’ingegneri militari altamente qualificati, al generale Franz von Scholl, agli ordini del Maresciallo Radetzky. Scholl concluderà la sua esistenza qui a Verona, schiantato dal dolore per la perdita della moglie, nel 1838.

Il grosso dei lavori voluti dalla "Sovrana veneratissima Risoluzione" dell'8 febbraio 1833, e successivo Rescritto n. 239 del 15 febbraio, si può situare tra questa data d'inizio e il 1842: la prima parte di questi lavori consistette proprio nella ristrutturazione generale delle fortificazioni sanmicheliane, sia per quanto riguarda la sinistra Adige, sia per quanto riguarda la destra. Partendo da quest'ultima sponda, le fortificazioni precedenti furono rase al suolo, ad eccezione dei Bastioni di Spagna e dei Bastioni di San Francesco, che si erano salvati nelle demolizioni del 1801: per essi si procedette esclusivamente ad un’operazione di restauro, o di parziale trasformazione.

Le altre fortificazioni, invece, furono ricostruite in modo pressoché totale, inaugurando quella tecnica muraria e quell’arte architettonica militare che ancora oggi non possiamo fare a meno di ammirare nelle sue caratteristiche di sobria e maestosa eleganza e di valida possanza. In più di un'occasione le ricostruzioni vennero attuate riadoperando lo stesso materiale delle demolizioni. Così, tra il 1833 e il 1839, vennero edificati i Baluardi di SS. Trinità, di Santo Spirito, di San Bernardino, dei Riformati, di San Zeno e di San Procolo: osservando una tecnica sostanzialmente identica che prevedeva ai piedi dei Baluardi dei muri staccati detti alla Carnet, i quali presentavano nicchioni interni muniti di numerosissime feritoie, qualche volta anche in duplice fila, per attivare un fuoco di fucileria che sarebbe stato veramente micidiale, e con saponiere (delle postazioni a casamatta in muratura che sporgevano dal muro di scarpa) e orecchioni (si tratta dei raccordi arrotondati che uniscono tra loro le parti rettilinee della fortificazione) ai fianchi, per battere anche le facce di questi muri, se per caso fossero state esposte ad un attacco diretto. Così come possiamo vedere nei Baluardo della Trinità, dotato di possenti muri alla Carnet e di due orecchioni per parte.

Tutte queste opere fortificatorie furono dotate di una notevolissima capacità di fuoco che assommava a ben settantadue bocche. Ma va anche sottolineato un altro fatto per noi, probabilmente, più interessante: queste saldissime cortine murarie furono costruite seguendo ovunque una tecnica edificatoria identica, che consisteva nel rivestimento dei baluardi con muri di tufo composti di blocchi a varie facce, squadrati e levigati, accostati a spigolo vivo con quella precisione di gusto, si direbbe artistico, che possiamo ancora oggi chiamare "asburgico", comprendendo con quest’aggettivo tutta una cultura europea, della quale, purtroppo, abbiamo potuto godere solo gli aspetti certo meno belli. Resta comunque tale caratteristica asburgica in queste costruzioni inconfondibili, che offrono un volto di Verona non meno importante degli altri.

All'interno di questi baluardi di cui stiamo parlando, sia che fossero in muro o in terrapieno, furono aggiunte delle poterne, e cioè dei passaggi muniti, che servivano per il trasferimento ed eventuali sortite delle truppe: anche in questo seguendo gli Austriaci un sistema che era noto a Verona fin dai tempi del doppio muro scaligero. Tale considerazione ci permette di far osservare come in tutte queste complesse e monumentali operazioni d’architettura militare, gli Austriaci siano stati in grado di mantenere un certo rispetto nei confronti delle precedenti fortificazioni, sia sanmicheliane che scaligere: lo si può notare, per fare l'esempio più evidente e convincente, in quella singolare, ed unica, combinazione d’epoche e di porte, data dal complesso della Porta Catena-Porta Fura. Anche per gli Austriaci si trattava di un punto particolarmente importante della cinta muraria destra-Adige, e per questo erano già intervenuti con un restauro di rafforzamento del Bastione di Spagna, attuato fra il 1839 e il 1840: gli interventi sono riscontrabili con facilità sul corpo sanmicheliano d'origine. Nella Porta Catena-Porta Fura, fra le due porte, dopo aver rinsaldato i muri di copertura, la zona d’accesso e d’uscita, inserirono un Blockhaus, munito di copertura spiovente in marmo, e delineato nella parte mediana di passaggio uscendo come una saponiera: tutta la Porta risulta alla fine completamente coperta dalle feritoie, ma non distrutta o deturpata dall'operazione che s’inserisce perfettamente nel più ampio contesto architettonico. La lapide sull'esterno della Porta Fura, riporta l'anno di completamento di questa parte, 1840.

Per quanto riguarda gli interventi sinistra-Adige, il lavoro fu sicuramente più articolato e più massiccio, perché la situazione collinare comportava problemi diversi, ma anche perché questa parte di mura era stata particolarmente "maltrattata" negli ultimi decenni. Castel San Felice, ad esempio, era praticamente diroccato: fra il 1837 e il 1842 gli interventi austriaci lo ricondussero al primitivo aspetto. Furono rinforzati i puntoni con l'aggiunta di quelle strutture architettoniche che, per la loro evidente somiglianza, i Veronesi chiamano "nave", e fu aggiunto a rinforzo un rivellino, a sua volta protetto e collegato da un corridoio d’accesso munito, il tutto dotato di ben diciotto bocche da fuoco, aprentisi da altrettante feritoie quasi quadrate, diversamente dalle solite oblunghe e molto profonde. Altro intervento fondamentale fu operato nei Bastioni di Santa Toscana e delle Maddalene, con la costruzione di tutte le strutture interne e con l'aggiunta, per il primo, di una batteria di scarpa che s’inserisce direttamente sulla più antica struttura scaligera. Altri interventi venero eseguiti per il famosissimo Bastione delle Boccare che fu collegato con il Bastione della Bacola, a sua volta rinsaldato verso Castel San Felice da quella poderosa costruzione su cui oggi girano i due tornanti di strada intorno al Parco delle Colombare. E’ interessante ricordare che la vita del Bastione delle Boccare, se così si può dire, è continuata fino a non molti anni or sono, poiché durante l'ultima guerra, data la sua particolare posizione e l’altrettanto particolare forza delle sue murature, fu adoperato come rifugio antiaereo e la galleria anulare fu così suddivisa in vari settori. Questa costruzione per esser stata adibita anche a maneggio, fu pure chiamata la "cavallerizza di Radetzky".

L'intervento più consistente fu tuttavia quello operato nei pressi della Porta San Giorgio: nella parte a monte a rafforzamento delle mura fu aggiunta una vasta rondella, detta di San Giorgio, che la collegava con le precedenti mura veneziane; nella parte a fiume fu costruito il vasto Bastione di San Giorgio che si prolunga, praticamente, fino quasi all'attuale Ponte Garibaldi, e comprende a nord un muro di raccordo, e sul fiume il rifacimento della torretta costruita sull'antichissimo zoccolo scaligero che ancora oggi s’intravede. L'antica Porta venne così letteralmente incassata tra due possenti opere munitorie che sostituivano con ben maggiore Potenza quelle precarie costruzioni antemurali denominate tenaglie per la loro caratteristica forma e funzione.

Non va inoltre dimenticato che tutti questi interventi ripristinarono l'antico splendore di questa parte di città, che sul finire del secolo precedente era stata quasi abbandonata alle sterpaglie e al naturale degrado: le scarpate terrose erano state coltivate a gelsi, i valli colmati dai detriti e molti muri erano crollati.

In questo secondo dopoguerra alcune di queste complesse strutture fortificatorie austriache hanno registrato interventi, anche ampi, in relazione alla viabilità e all'utilizzazione degli spazi.

Quanto abbiamo finora succintamente esposto riguarda esclusivamente la cinta cittadina, che viene dunque rinsaldata seguendo l'antico periplo veneziano-sanmicheliano, che a sua volta è la riproduzione fedele di quello scaligero. Fino al 1866 il volto di Verona non può mutare, e anche in seguito l'urbanizzazione risentirà, direttamente e indirettamente, di questo schema militare che non poteva ammettere costruzioni esterne alla cinta muraria. Ma l'opera architettonica dell’ingegneria militare austriaca che noi oggi maggiormente ammiriamo e che, ancora in parte, costituisce motivo turistico, sia interno che esterno (ricordo delle scampagnate fuori porta di un tempo!) è costituita da quella serie veramente nutrita di fortini, forti e fortificazioni che si trovano sia nella parte di pianura che in quella di collina: dalle così dette Torri Massimilianee ai Forti che ci accingiamo a presentare uno per uno, accontentandoci, naturalmente, d’indicazioni sommarie e anticipando che essi, strutturalmente parlando, pur essendo molto diversi l'uno dall'altro per grandezza, formazione e funzione, sono però frutto di in medesimo progetto globale, e per questo presentano un’identica "facies" architettonica, dettata dalle stesse esigenze che hanno guidato la realizzazione delle opere fin qui descritte. Tutte queste fortificazioni furono costruite in funzione del compito che Vienna affidava alla piazzaforte di Verona, la quale doveva ospitare e proteggere un'armata di circa 120.000 effettivi, ed essere il perno del sistema difensivo-offensivo del Quadrilatero. Le direttive del Consiglio di Guerra di Vienna non lasciano dubbi in merito, soprattutto dopo gli eventi precipitosi della prima guerra d’indipendenza. Bisognava "convertire la città di Verona in una perfetta piazza d’evoluzione e di deposito per l’armata imperiale. ... Occorre dare a questa piazza spaziosa, oltre un grado conveniente di solidità e Potenza difensiva, la proprietà di favorire celeri movimenti di truppe sia per ritirarsi dopo una battaglia perduta, sia per battere parzialmente il nemico e finalmente per aspettare dentro i suoi baluardi che l'esercito rinforzato di nuove truppe possa procedere ad una generale offensiva".

All'interno di questo vasto e organico piano difensivo e offensivo, furono costruiti fra il 1837 e il 1844 - come si può dunque vedere sono questi anni d’intensissime e febbrili costruzioni - il fortino della Biondella, le quattro Torri Massimilianee, dette anche Torricelle o Torri di San Giuliano, i Forti Santa Sofia, San Leonardo e San Mattia.

Le quattro Torri Massimilianee furono costruite identiche nel 1837: a pianta perfettamente circolare, comprendono al loro interno due ampie gallerie anulari sovrapposte, e una più stretta galleria che si apre con le feritoie basse più esterne; diversamente dal solito, i muri sono coperti da conci regolari di tufo a forma rettangolare; la copertura è stata effettuata con uno strato asfaltato e lastroni di pietra viva. Queste, che possiamo considerare delle vere e proprie batterie coperte, non prevedevano molti spazi né per i depositi né per gli alloggiamenti. Alla fine della dominazione austriaca risultò che, nonostante questa loro poderosa struttura, erano armate in modo ridotto, e quindi sottoutilizzate. Il nome Massimilianee deriva dall'arciduca Massimiliano d'Austria del ramo Asburgo-Este che le aveva ideate, e n’aveva fatte costruire ben 32 di simili per la piazzaforte di Linz.

Nel 1838 viene costruito Forte Santa Sofia, sulle colline più basse tra la fine della Valdonega e le pendici della valle di Avesa; i Veronesi lo conoscono anche con il nome di Colombaia, poiché per un certo periodo il Genio Militare vi tenne un allevamento di colombi viaggiatori. Oggi è affidato come deposito all'Azienda demaniale delle foreste. La costruzione, circondata da boschetti di sempreverde, si appoggia allo zoccolo tufaceo e se n’avvantaggia nella parte settentrionale, formata da un robusto muro di protezione e da un vallo scavato appunto nel tufo; a fronte, davanti al corpo centrale costituito da un tamburo sopraelevato, è rinforzata da due piccole caponiere oblunghe che possono battere tutta la facciata. Maestosa è la porta d'ingresso cui si accede attraverso un ponte. Tutta la costruzione è sufficientemente conservata e ben tenuta. Nel 1866 era armata con 14 bocche da fuoco.

Sempre nel 1838 venne edificato anche Forte San Leonardo, che prende il nome dall’omonima chiesetta medievale che sorge a poche centinaia di metri di distanza in direzione ovest-nord-ovest.

Fra questi due primi Forti scorre la "Lasagna": una strada militare che inizia nei pressi di Porta San Giorgio e, profondamente scavata nel tufo vivo nelle parti basse, e sempre protetta da alti muri mano a mano che sale, giunge fino alla piazzola davanti alla chiesa di San Mattia, che dà il nome al terzo dei Forti delle colline veronesi. Ancora oggi questa singolare strada militare costituisce un percorso di estremo interesse turistico, sia per i cittadini sia per i turisti. Forte San Leonardo, che nel 1866 era munito di soli sei cannoni, durante la parte più cruenta della seconda Guerra Mondiale ospitò, insieme con il Forte Santa Sofia, nei suoi sotterranei, le prigioni nazi-fasciste, in cui furono imprigionati e torturati numerosi patrioti. All'inizio degli anni cinquanta il Forte è stato radicalmente ristrutturato nel corpo centrale per ottenervi il santuario della Madonna di Lourdes, inaugurato in occasione del primo centenario delle apparizioni, nel 1956; i baluardi di protezione a nord sono invece rimasti pressoché intatti, come inalterate sono le costruzioni di alloggiamento di guardia agli ingressi laterali. La spianata che si vede oggi davanti al tempio, è stata ottenuta in parte interrando e in parte spianando la precedente struttura. Da questa spianata si gode uno dei più completi e suggestivi panorami sull'intera Verona e sulla più lontana pianura atesino-padana. Come il precedente forte, anche San Leonardo è protetto sul lato nord da una strada profondamente incassata nella collina tufacea dentro la quale è stata scavata; è anche questo un ammirevole esempio di intervento combinato tra situazione naturale del terreno e costruzioni artificiali: una tradizione edificatoria che prende le sue origini, a Verona almeno, fin dai tempi romani!

Ma il più imponente di questi forti, anche per la posizione che occupa, in cima alla collina che domina il cavaliere che divide la Valdonega da Avesa, è Forte San Mattia. Lo schema generale prevede le stesse parti degli altri due: corpo centrale protetto a nord, ampio fossato scavato e terrapieno o corpo tufaceo naturale di completamento; qui però le articolazioni sono più complesse e la pianta risulta alquanto irregolare, anche perché segue più naturalmente le asperità del terreno. Il Forte presenta una vasta gola di accesso dominata da una specie di piccolo tamburo con terrazza; i due possenti bracci meridionali culminano con altrettante caponiere. Nell'ampio fossato alle spalle, che si allarga al centro in forma circolare, si allunga una terza caponiera, ora semidistrutta, munita di una triplice fila di feritoie.

Tutte queste strutture ampie e poderose avrebbero potuto ospitare una guarnigione di ben 350 uomini, con una corrispondente capacità di fuoco: in realtà nel 1866 il Forte era armato con solo quattro cannoni e aveva poche decine di effettivi. Le condizioni attuali di Forte San Mattia sono pressappoco identiche a quelle di Santa Sofia (con qualche crollo in più).

Ben più nutrita è la serie delle fortificazioni nella parte di pianura, più direttamente esposta ad eventuali attacchi e quindi bisognosa di un più articolato sistema difensivo. Tutti i Forti che ora citeremo erano strettamente collegati tra loro e con le fortificazioni dell'intero sistema del Quadrilatero: a partire da Forte San Procolo, che veniva a trovarsi a soli 300 metri dall'omonimo bastione e che serviva praticamente a rinforzare questa parte dl città non sufficientemente protetta dai bastioni di Spagna e Porta Catena-Porta Fura su cui erano stati operati interventi di altro tipo. Si tratta dunque di Forti costruiti nel decennio dal 1849 al 1859, subito dopo, cioè, l'esperienza della prima guerra d'indipendenza, durante la quale le truppe piemontesi erano arrivate a meno di un miglio dalle mura della città.

Uno dei più importanti di questi Forti, sia per ampiezza sia per guarnigione (360 uomini e 27 bocche da fuoco) era Forte Kaiser Franz Joseph (Forte Chievo), iniziato a costruire dopo il 1850 e terminato nelle parti fondamentali due anni dopo: è a punta poligonale con una forte costruzione al centro fornita di un robusto tamburo con otto cannoniere; due accessi a destra e a sinistra e due potenti caponiere a protezione dei muri di scarpa; per le necessità di guarnigione che abbiamo detto, era dotato di ampi spazi interni.

Degli altri Forti ricorderemo la singolarità del materiale edilizio (mattoni e marmo, anziché tufo) di Forte Radetzky, detto Forte San Zeno, nei pressi delle prime scarpate fluviali della Croce Bianca; Forte Clam (Forte Porta Nuova) e Forte Culoz (Forte Tombetta) sono invece stati demoliti per motivi di viabilità e di espansione edilizia. Rasi al suolo in varie epoche, già prima della Grande Guerra, i Forti Schwarzenberg (Forte Santa Lucia), D'Aspre (Forte Fenilone), Alt-Wratislaw (Forte Palio) e Kaiserin Elisabeth (Forte San Michele), l'unico di questa serie in pianura costruito sulla sinistra Adige.

Ancora in piedi, invece, e interessante anche perché esteticamente parlando è forse quello più curato, Forte Hess (Forte Santa Caterina): costruito tra il 1850 e il 1852 in riva all'Adige in località Pestrino, poteva ospitare fino a 600 uomini di guarnigione, che nel 1866 avevano a disposizione ben trentatre bocche da fuoco, disposte lungo i suoi cinque lati raccordati e protetti da tre solide caponiere e da un tamburo.

Come si può vedere, dunque, anche da questi rapidi cenni, il sistema difensivo-offensivo austriaco era veramente capillare: le direttive viennesi erano state eseguite, e molto sollecitamente, alla lettera: Verona era divenuta una potente, inespugnabile grande fortezza, circondata da una catena continua di fortificazioni saldissime e munitissime.
Fonte: Notiziario BPV numero 2/3 anno 1985

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