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Da Via Roma a Castelvecchio

Verona / Italia
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Il tracciato dell'attuale Via Roma venne formandosi, a seguito della costruzione della cinta di mura che il Comune eresse per delimitare il nuovo perimetro urbano nella seconda metà del XII secolo, sbarrando sul versante meridionale la "penisola" atesina tra l'odierno Ponte Aleardi e la fortezza di Castelvecchio .

Infatti, il fianco sinistro della via presenta edifici bene allineati e una sola interruzione: l'apertura della via Daniele Manin, corrispondente al varco di una porta della cinta muraria comunale; il lato destro della strada, invece, presenta una serie di sporgenze e di rientranze in corrispondenza con gli sbocchi di vie e vicoli irregolarmente aperti all'interno del borgo che venne costituendosi tra la cinta romana (asse via Generale Cantore - Porta dei Borsari), il "corso" e la "Braida".

Via Roma non vanta edifici di grande rilevanza monumentale. In angolo con la Bra’ sorgono, rispettivamente, il Palazzo Ottolini e il porticato del Teatro Filarmonico . L'austero palazzo, progettato dall'architetto Michelangelo Castellazzi (1736-1791), fu costruito dal 1782 per volontà del conte Domenico Ottolini in stile "sanmicheliano".

Il porticato barocco del Filarmonico, disegnato da Adriano Cristofali (1718-1788), si limitava, in origine, alle quattro ultime luci che fronteggiavano l'ingresso del Teatro. L'edificio fu quasi interamente distrutto da bombe incendiarie nella notte sul 24 febbraio 1945. La porzione più antica del porticato è visibile per il colore più scuro delle colonne: la struttura fu prolungata fino all'angolo con la piazza a spese della Società Filarmonica nel 1929 su progetto dell'architetto Ettore Fagiuoli (1884-1961); in quella circostanza fu demolita la casupola d'angolo con la Bra’ dove aveva sede una "Reale" farmacia (la farmacia esiste ancora, spostata verso i "Portoni" della Bra’, con l'appellativo aggiornato in "Internazionale"). A ricordo dell'opera di completamento, sulla cornice dell'architrave del nuovo porticato fu posta l'iscrizione latina

DECORI ET COMMODO CIVIVM AERE
SOCIETATIS ACADEMIAE PHlLARMONICAE
A. D. M.C.M.X.X.I.X. A. VII A.F. R.

Sopra la cornice, sull'angolo verso la Bra’, furono collocate alcune statue - in aggiunta a quelle in essere nel tratto preesistente - quali allegorici simboli della Musica, della Danza, della Vittoria, del Fascismo, della Commedia e della Tragedia.

La presenza del Teatro, a partire dal 1749, valse alla strada l’intitolazione di via del Teatro, documentata già nel 1822. Nel 1871 fu aggiunta la parola "Filarmonico", per distinguere l'edificio dal Teatro Nuovo, aperto dal 1846 in Piazza Navona. Durante il regime fascista si volle che ogni città d'Italia dovesse contare una via intitolata alla capitale: la scelta cadde su questa strada; il vecchio toponimo di via Teatro Filarmonico passò allora al vicolo che collega via Roma con Via Carlo Cattaneo.

Di fronte al porticato, in angolo con la Via Teatro Filarmonico, segnata con il civico n. 5, sorge la casa dove abitò e operò il famoso pittore Gian Bettino Cignaroli (1706-1770), fondatore dell'Accademia di Pittura e Scultura di Verona. Una lapide murata ricorda che in quella casa il pittore ricevette il singolare onore di una visita personale dell'imperatore d’Austria Giuseppe Il; sopra la lapide è incastonato un medaglione in terracotta recante l'effigie a rilievo dell'artista.

All'incrocio con Via Daniele Manin - toponimo deliberato nel 1867 in sostituzione del precedente via San Silvestro, derivato dal nome dell'antica contrada e dell'omonima chiesa - sorge un edificio tardo-ottocentesco di gusto neoclassico con belle teste scolpite sulle serraglie degli archi del piano terreno. Dal lato di Via Manin, dopo l'edificio, corre un basso muro fino ad incontrare il ponte, sui parapetti del quale è scolpito lo stemma della città: si tratta del Ponte Manin, già Ponte Ferdinando, costruito a cavallo dell'Adigetto, di cui s’intravede ancora in parte il letto prosciugato.
Dirimpetto al palazzo, sull'angolo con la Via Carlo Cattaneo, sorge l'elegante edificio già dei Trezza di Musella e poi degli Acquarone, progettato in linee rinascimentali da Francesco Ronzani (1802-1849) nel 1828, che si apre su un vasto giardino interno.

Dal fianco del palazzo si stacca lo strettissimo vicolo Miracoli, che conduce nella Piazza Pasque Veronesi di fronte all’Arco dei Gavi . Incerta è l'etimologia del toponimo, essendo dubbio se essa risalga al nome di una famiglia ivi residente - i "Miragolis" - ovvero, con maggiore suggestione, alle vicende di un'osteria, dove ogni sera -secondo la tradizione - si riunivano finti storpi, finti ciechi, finti sordomuti, i quali, gettate grucce e bende e riacquistati miracolosamente voce e udito, facevano baldoria alle spalle dei pietosi che durante il giorno li avevano beneficati.

Poco discosto si stacca un altro vicolo, che corre parallelo al precedente sboccando di fronte a Castelvecchio: vicolo Morette. In questo caso il toponimo è documentato: esso trae origine dall'insegna di un'osteria che nel 1742 era gestita da tale Piero Bonzi ed era detta "Alle Due Morette". Questo vicolo ebbe, in alternativa, anche il nome dei Perez, la nobile famiglia d’origine còrsa che vi risiedeva. Lo storico del Risorgimento veronese Osvaldo Perini narra che nella vecchia osteria, sul volgere del 1828, erano soliti radunarsi i componenti della Società detta dei "Masenìni", una società segreta veronese in relazione con i "Carbonari" di Modena, di Parma e di Bologna. Gli affiliati si prefiggevano lo scopo di "masenàr", cioè di "bastonare" per bene, ogni qual volta se ne presentava l'occasione, gli ufficiali austriaci e i cittadini filoaustriacanti; come distintivo, i soci portavano un nodoso bastone. Primo capo della società segreta fu il conte Liberale Morando.

Siamo ormai giunti nell'ultimo tratto di Via Roma. Sulla sinistra sorge l'elegante Palazzo Carli, oggi sede del Comando delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa (F.T.A.S.E.). L'edificio fu costruito verso la metà del Settecento dal marchese Giuseppe Della Torre, sposato ad Elena Carli; nel 1789 la proprietà del palazzo passò allo storico e letterato Alessandro Carli, fratello d’Elena, il quale, dopo i rivolgimenti del periodo napoleonico, lo vendette ai fratelli Basilea. Questi, a loro volta, nel 1839, alienarono lo stabile all'Imperiale Regio Demanio austriaco; da quella data il palazzo fu sempre adibito a sede d’alti comandi militari: Comando di guarnigione ai tempi della dominazione austro-ungarica, Comando del Corpo d'Armata di stanza in Verona dopo l'annessione del Veneto all'Italia, Comando della Divisione "Verona" nell'immediato ultimo dopoguerra. Il corpo di fabbrica prospetta su un cortile interno, al cui centro si erge un'elegante fontana; la facciata è a tre registri: il piano terreno presenta archi bugnati con pilastri d’ordine ionico; il primo piano, in corrispondenza con il salone centrale, si apre in una loggia arricchita da un timpano terminale decorato lateralmente con statue scolpite da Lorenzo Muttoni; internamente sono ricordati affreschi di Gian Bettino Cignaroli, di Domenico Pecchio e di Marco Marcola. Un breve giardino alle spalle dell'edificio digradava verso il letto dell'Adigetto.

Via Roma incrocia un tratto del rettifilo stradale d’origine romana che per secoli fu indicato nella toponomastica cittadina semplicemente come il "corso". Il breve rientro della strada cui mettono capo i vicoli Morette e Miracoli ha oggi il nome di piazza Pasque Veronesi: il toponimo, come quello precedente di "Case abbruciate", commemora le vicende connesse con l'insurrezione popolare comunemente nota, appunto, come Pasque Veronesi: nella settimana di Pasqua del 1797 - esattamente tra il 17 e il 23 aprile - parte della popolazione si ribellò alle truppe d'occupazione francesi, che furono costrette ad asserragliarsi nelle caserme, tra cui, in primo luogo, il Castelvecchio. La reazione che seguì all'insurrezione fu violenta e alcune case prospicienti l'attuale piazza e gli adiacenti vicoli andarono parzialmente in fiamme. Tre nobili cittadini - Francesco Emilei, Giambattista Malenza e Augusto Verità - furono ritenuti responsabili della rivolta; condannati a morte, essi furono giustiziati sul non lontano bastione dei Riformati presso la Porta Nuova.

Nell'antistante piazzetta Castelvecchio, tra il maniero scaligero e l'Adige, sorge, ricomposto alla meglio nel 1932, l'Arco dei Gavi , un monumento onorario del I secolo d.C., la cui originaria ubicazione era di fronte all’imboccatura del ponte del castello, ancora oggi segnata nel selciato stradale da alcune lastre di trachite che interrompono la pavimentazione in cubetti di porfido in corrispondenza dei quattro pilastri su cui si ergeva l’Arco.

Siamo così giunti in quel breve tratto del "corso" che s'intitola dal Castelvecchio, che su di esso prospetta.

La reggia-castello fatta erigere nel biennio 1354-1355 da Cangrande Il della Scala per proteggersi da eventuali sedizioni interne alla città, era denominata San Martino in Aquaro, dall'omonima chiesetta inclusa nel perimetro del castello e dal ponte che varcava il corso dell'Adigetto in corrispondenza con la Porta del Morbio, aperta nella cinta delle mura comunali e tuttora esistente. La chiesetta era d’antichissima fondazione, forse già esistente nell'VIII secolo: inclusa nel 1354 nella fortezza, essa venne a trovarsi ubicata a ridosso del muro che divide il cortile principale dall'accesso secondario che immette al ponte; sopravvissuta fino ai primi anni dell'Ottocento, la chiesetta fu demolita nell'ambito della ristrutturazione della caserma del Castelvecchio attuata all'epoca del napoleonico Regno d'Italia.

L'Arco dei Gavi, che era stato raccordato alle mura comunali dirette verso la Bra’, funse per secoli da porta d’accesso alla città. Il 5 agosto 1805 la Municipalità veronese, adducendo pretestuose ragioni di viabilità, ordinò la demolizione dell'insigne monumento romano, suscitando l'indignata reazione dei pochi cittadini sensibili ai valori della storia. Tra essi si distinse la figura di Gaetano Pinali, geniale dilettante d’antichità e d’architettura, che intraprese una solitaria battaglia per la ricostruzione del monumento. Vani furono gli sforzi del Pinali e i blocchi del demolito monumento vagarono tra il vallo dell'Arena e la Cittadella, fino alla ricostruzione - già ricordata -del 1932 che non tenne conto del necessario criterio filologico, sicché, per esempio, lo stilobate dell'Arco fu lasciato sepolto nel sito originario.

La reggia-fortezza di Castelvecchio subì non meno infelice sorte della Signoria scaligera: ! occupata nel 1387 dalle truppe di Gian Galeazzo Visconti, essa fu destinata da allora al usi prettamente militari fino al 1923. Solo allora, sotto la direzione di Antonio Avena e dell'architetto Ferdinando Forlati, fu attuato un radicale restauro del maniero, finalizzato a mettere in luce le strutture originali; la rocca con il cortile, alle cui mura gli Austriaci avevano addossato una caserma, fu trasformata con l'inserimento di vari elementi architettonici provenienti da numerosi edifici veronesi demoliti. Furono così create due facciate, una gotico-veneziana, l'altra rinascimentale. A restauro ultimato nel 1926 il Castello, passato in proprietà del Comune, fu destinato a sede delle civiche collezioni d'arte medievale e moderna.

Lo spazio museale ricavato all'interno del Castello conobbe una seconda ristrutturazione tra il 1958 e il 1960 sotto la direzione dell'architetto Carlo Scarpa.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1992

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