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Da Porta Vescovo a Via Santa Maria in Organo

Verona / Italia
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La Porta del Vescovo è così chiamata dal teloneo, l'antica tassa sui commerci che il vescovo di Verona vi riscuoteva. I resti dell'antica porta scaligera - detta del Santo Sepolcro - si trovavano più addentro delle attuali mura, in fondo al vicolo Buso, nell'orto del rettore di Santa Toscana, cioè in corrispondenza della breccia aperta in tempi moderni per facilitare le comunicazioni con borgo Venezia.

Le mura costruite da Cangrande della Scala seguivano il corso del Fiumicello che scendeva da Montorio, linea che fu abbandonata dai Veneziani nel 1520, quando posero mano al rinnovamento delle mura.

La porta ora visibile presenta nella facciata verso la campagna eleganti pilastri rinascimentali in marmo bianco e capitelli in rosso Verona: va subito annotato che il solo fornice centrale con le due porticine pedonali sono originali, mentre i portoni laterali furono aperti dagli Austriaci, quando rinnovarono la facciata interna della porta in stile neo-romanico con l'aggiunta di torrette sporgenti.

Fu attraverso questa porta che il 16 ottobre 1866 entrarono in Verona le truppe italiane, a seguito della concordata annessione del Veneto al Regno d'Italia.

Dalla porta, costeggiando le mura in direzione nord, si salgono le pendici delle colline lungo la salita Santo Sepolcro, toponimo che ricorda l’originaria intitolazione della chiesa di Santa Toscana e dell'annesso ospedale. Il toponimo di Piazza Santa Toscana deriva dalla presenza della chiesa omonima. Toscana, nata a Zevio forse dalla nobile famiglia dei Crescenzi sul volgere del secolo XIII, fu sposa di Alberto Occhi di Cane. Rimasta vedova in giovane età, ella si ritirò dalla vita mondana, dedicandosi alla preghiera, e visse in odore di santità, stabilendosi presso la chiesa del Santo Sepolcro, dove divenne suora dell'Ordine Gerosolimitano di Malta e si dedicò all'assistenza dei malati ricoverati nello xenodochio annesso alla chiesa. Toscana morì nel 1343, all'età di circa cinquant'anni e il suo corpo venne sepolto, com’ella aveva richiesto, sotto la strada pubblica nelle vicinanze della chiesa. La venerazione dei fedeli e i ripetuti miracoli indussero le autorità ecclesiastiche a trasferire le spoglie di Toscana all'interno della chiesa del Santo Sepolcro. Il 29 settembre 1343 i resti della pia donna furono deposti nell'arca di marmo che ancora ne conserva le reliquie. Santa per voce di popolo, ebbe Messa propria e proprie letture nel Breviario. Dalla sua chiesa, che cominciò a essere indicata con il suo nome, il culto si estese a tutta la diocesi, dove altari e sacre immagini che raffigurano le sembianze di santa Toscana sono abbastanza frequenti.

L'attuale edificio chiesastico ha origine quattrocentesca. L'interno presenta due navate e una cappella laterale sulla destra, che sembra il principio di una terza navata. Il muro di fondo del presbiterio è affrescato con una Crocifissione, mentre l'arco trionfale presenta nei pennacchi una Annunciazione. AI rinnovo quattrocentesco appartiene anche la Deposizione lignea, opera attribuita allo scultore Giovanni Zebellana, autore anche della Madonna lignea conservata nella chiesa della Strà di Belfiore e, con Leonardo da Verona, di un'altra Madonna lignea conservata nel Castello Sforzesco di Milano.

Sulla parete destra della navata maggiore si trovano due altari: sul primo sta una bella pala di Giambettino Cignaroli raffigurante la Madonna e San Giovanni Battista; sull'altro è una tela raffigurante la Madonna e San Gaetano di Domenico Pandolfi, del secolo XVIII.

Ai lati del piccolo presbiterio si trovano due lapidi che ricordano, rispettivamente, i restauri e la consacrazione del 1489 e la riconsacrazione della chiesa, avvenuta nel 1710 dopo che in essa era stato compiuto un assassinio.

Sull'alto dell'arco è infisso un elegante stemma ottagonale del Rettore del 1489, Andrea Martini. L'altare maggiore è formato da una gran base in marmo rosso sopra la quale poggia l'arca della santa, cui si aggiunsero nel 1741 il parapetto intarsiato di marmi e la statua della Madonna.

Un bel trittico di Liberale da Verona con cornice intagliata dorata rappresenta Santa Toscana fra san Pietro e san Giovanni Battista: nella predella, in sette riquadri, è narrata la vita dalla santa. Nell'oratorio, dedicato a san Giovanni, in alcune tele racchiuse entro cornici settecentesche in stucco, è narrata la Vita di San Giovanni Battista.

La piazza prosegue con la piazzetta XVI Ottobre, che si estende tra la Salita XX Settembre fino a Via San Nazaro, sede di un vivace e variopinto mercato rionale. Il toponimo ricorda il giorno dell'anno 1866 in cui entrarono le truppe italiane in Verona.

Le truppe italiane, comandate dal generale Medici, prima del trionfale ingresso in città, sostarono fuori Porta del Vescovo, nell'attesa del disbrigo di tutte le formalità diplomatiche. Nella mattinata a Palazzo Carli i plenipotenziari austriaci e francesi firmarono l'atto di cessione, quindi il podestà di Verona Edoardo de Setta controfirmò l'atto, invitando le truppe italiane a entrare in città.

L'ingresso fu salutato da una gran festa popolare, con sventolio di tricolori, mentre gli ultimi soldati croati lasciavano la città attraverso Porta Nuova .

Secondo la tradizione, l'attuale piazzetta XVI ottobre fu il primo luogo in cui le truppe italiane sostarono per riordinarsi. E XVI Ottobre fu chiamato anche il piccolo rione sorto sulla sommità della collina sovrastante Via San Nazaro, oggi noto come Alto San Nazaro, dove si conservò a lungo la tradizione di una festa popolare annuale a celebrazione del giorno fatidico.

Via San Nazaro - un tempo via Porta Vescovo - collega con andamento rettilineo piazzetta XVI ottobre con via Muro Padri. Il toponimo, che si ripete anche nella Via Alto San Nazaro e nel largo San Nazaro, trae origine dalla presenza di una delle più belle chiese di Verona, intitolata ai santi Nazaro e Celso , alla quale era in antico annesso un monastero di regola benedettina. La strada non presenta particolari emergenze storico-artistiche. Sul fianco destro si apre vicolo cieco Fiumicello, un angolo caratteristico della vecchia Verona, che ricorda come un tempo, prima che fosse interrato, scorreva di là un corso d'acqua proveniente da Montorio e chiamato appunto Fiumicello. Dopo avere attraversato la campagna su cui sorse l'attuale borgo Venezia, il Fiumicello costeggiava il primo tratto di Via San Nazaro per poi piegare, lungo vicolo Terrà, verso via XX Settembre e quindi entrare nell'area del Campo Marzo.

Sempre sul fianco destro della Via San Nazaro si apre la lunga scalinata XVI Ottobre che dà l'accesso al rione Alto San Nazaro e a via San Zeno in Monte.

AI civico numero 65 della via sopravvive una piccola porta, unico avanzo dello stabile quattrocentesco che fu dimora di Girolamo Pompei, sul cui architrave si legge l'iscrizione greca traslitterata latinamente "thyra domus asphaleia"; lo stemma che campeggiava in posizione centrale fu scalpellato.

Ormai in prossimità di largo San Nazaro si apre l'imponente complesso architettonico del Palazzo Murari della Corte Bra’, poi Bocca Trezza. Si tratta di un edificio di impostazione classicheggiante, databile alla seconda metà del Cinquecento, che molto soffrì a seguito dell'abbandono in cui fu lasciato dopo l'ultimo conflitto mondiale. All'interno ancora si possono ammirare in numerose sale soffitti splendidamente decorati con stucchi del secolo XVI, piccole scene mitologiche e paesaggi sapientemente incastonati negli stucchi; fregi affrescati e, nelle sale maggiori, monumentali camini. Verso il Iato prospiciente Via San Nazaro il sottogronda è affrescato con scene dipinte da Giovanni Battista del Moro; nel portico centrale terreno si conservano monocromi dipinti da Paolo Farinati raffiguranti gli Amori di Venere e Adone, mentre nel lato prospettante verso il giardino esiste ancora un fregio sotto gronda raffigurante una serie di busti di imperatori romani con schiavi e soldati, opera di Anselmo Canerio. In una delle sale terrene si ammirano bellissime grottesche con paesaggi e grandi figure dipinte da Bernardino India, al cui pennello si deve anche l'imponente fregio del salone centrale raffigurante il Trionfo di Mario sui Cimbri.

Il palazzo, costruito dai conti Murari della Corte Bra’, rimase in proprietà della famiglia fino al 1837. Passò quindi in diverse mani fino al 1853, quando fu acquistato dalla famiglia Trezza. Lavinia Trezza vedova Bocca, morta nel 1922, lasciò palazzo e pertinenze in proprietà del Comune di Verona. Dopo i restauri postbellici l'edificio fu adibito dal Comune a sede dell'Istituto d'Arte Napoleone Nani.

Largo San Nazaro è caratterizzato dall’inconsueta presenza architettonica del recinto semicircolare del sagrato della chiesa, innalzato nel 1688 dall'architetto Saletti. Dà accesso al sagrato un maestoso portale inquadrato da due coppie di colonne i cui fusti sono animati da finti drappi. L'edificio chiesastico è uno dei principali della città. Ci limitiamo qui ad annotare che prima dell'attuale chiesa di San Nazaro, che è di impianto romanico, altra n’esisteva, antichissima, della quale restano soltanto tre vani incavati nel monte che dovevano essere completati da costruzioni murali ora scomparse. Il vano più interno costituiva la vera chiesa con l'altare: nella parete di fondo del vano si apre una nicchia. A questa chiesetta si accedeva anche per una scaletta che scendeva dalla sommità del monte Castiglione, sulle cui pendici essa fu scavata.

Da largo San Nazaro si prosegue lungo Via Muro Padri fino a Piazza Enrico Bernardi. Il toponimo stradale ricorda la presenza dell'antico muro di cinta dell'orto che apparteneva al monastero dei Benedettini di San Nazaro (i "Padri"), costruito sul lato destro della via. Il monastero fu soppresso nel 1772 dalla Repubblica di Venezia e passò quindi a un gruppo di monache provenienti dal convento di San Daniele.

Nel 1806, in base ai decreti napoleonici, anche le monache furono espulse, e nel 1807, nell'ambito della riorganizzazione delle giurisdizioni parrocchiali, la chiesa dei Santi Nazaro e Gelso fu costituita in parrocchia, estendendo il suo territorio fino a Santa Toscana. Il "muro" dei "Padri" sopravvisse fino al 1831, anno in cui fu demolito; lungo il suo perimetro furono costruite case d’abitazione.

Secondo la testimonianza autorevole di Luigi Simeoni (1909), in prossimità del largo San Nazaro esisteva un pozzo della vicinia o contrada, che era provveduto di corda a spese della contrada, compito che era affidato al giurato della stessa. Il pozzo scomparve sul volgere dell'Ottocento e per suggerirne l'idea non troviamo esempio migliore di quello tuttora esistente in Via Mazzanti .
Dopo la prima guerra mondiale la strada fu allargata sul lato sinistro dove si apre, ormai in prossimità di Piazza Bernardi, il vòlto Muro Padri che introduce in un vicolo cieco anonimo.

Sul lato sinistro della via, prima del vòlto, al civico numero 24, si trova la Casa madre delle suore Orsoline Figlie di Maria Immacolata, istituto fondato nel 1860 da don Zeffirino Agostini, arciprete di San Nazaro, originariamente per l'assistenza alle giovani e alle donne anziane indigenti della parrocchia. Con il tempo, l'istituto si mutò in collegio educativo e prese a espandersi all'interno e fuori della diocesi.

Sempre sul lato sinistro della strada, in corrispondenza con il civico numero 30, si nota il palazzo sul quale s’innesta il vòlto con portali e stipiti delle finestre di età rinascimentale.

La moderna Piazza Bernardi, uno dei fulcri del traffico di Veronetta, raccorda le vie Muro Padri, Giosuè Carducci, Giardino Giusti e la galleria San Zeno in Monte. La sua intitolazione ricorda la figura dell'ing. Enrico Bernardi (Verona, 1841-1921) inventore della prima vettura con motore a benzina.

Il nostro percorso prosegue lungo la Via Giardino Giusti , già via Santa Maria in Organo, all'inizio della quale si affaccia la mole solenne del tardo-cinquecentesco Palazzo Giusti , alle cui spalle si apre il magnifico giardino che sale, tra aiuole e fontane e lungo viali di cipressi, verso il colle di San Zeno in Monte. La facciata del Palazzo Giusti era stata affrescata da Orazio Farinati, ma già agli inizi di questo secolo le pitture erano sparite. Il portale d'ingresso è a bugne dal forte aggetto, simile a quello di Palazzo Ottolini nella piazzetta omonima.

Lungo Via Porta Organa corre l'antico muro comunale del secolo XII, il "Muro novo" - come allora era chiamato - in blocchi di tufo irregolarmente tagliati, che prosegue fino al crinale della collina di San Zeno in Monte, delimitando il versante orientale del Giardino Giusti. Alla fine della via è aperta nel muro una porta ad un solo fornice costruita in tufo e in cotto, nota con il nome di Porta Organa . All'innesto tra le vie Giardino Giusti e Santa Maria in Organo esisteva una porta gemella, scomparsa.

Il rettifilo stradale di Via Giardino Giusti prosegue mutando nome in via Santa Maria in Organo fino all'incrocio con le vie San Giovanni in Valle e Ponte Pignolo, da dove prosegue con il nome di via Santa Chiara.

Il toponimo Santa Maria in Organo deriva dalla chiesa omonima che sorge nelle immediate vicinanze della via. Il toponimo Organo non deriva dallo strumento musicale ma da un imprecisabile edificio a cupola indicato come Organum nella mappa rateriana disegnata nel secolo X.

La strada ampia segue Il tracciato della romana Via Postumia, del cui lastricato restano ampi tratti a un paio di metri di profondità sotto l'odierno livello stradale.

Il fianco destro della via è scandito da alcuni palazzi nobiliari. AI civico numero 2 sorge la quattrocentesca casa Dal Pozzo, dove visse Bartolomeo Dal Pozzo (morto nel 1722), cavaliere di Malta, storico del suo Ordine e noto soprattutto come biografo degli artisti veronesi. L'edificio, passato ai conti Campostrini, è oggi sede dell'istituto fondato nel secolo scorso da suor Teodora Campostrini allo scopo di curare l'insegnamento scolastico delle giovani. Il prospetto della casa presenta luminose finestre ad arco e porte abbinate nel balcone al primo piano. Bellissimo è il fregio monocromo affrescato sotto gronda con figurazioni di Creature marine fantastiche.

Un balcone con bellissima ringhiera in ferro battuto del XVIII secolo decora il prospetto dell'edificio al civico numero 4.

AI civico numero 10 una lapide ricorda la casa natale del poeta Vittorio Betteloni, morto nel 1910.

AI civico numero 14 s’incontra una costruzione di notevole interesse: una robusta porta d'ingresso con stipiti tardo-romanici è sovrastata da una terrazza ornata da statue di putti. Nel cortile si trovano, poste su alti piedistalli, le statue di Michele Sanmicheli e di fra’ Giovanni da Verona, il celebre monaco olivetano maestro insuperato nell'arte della tarsia pittorica e dell'intaglio ligneo.

AI civico numero 22 Palazzo Fumanelli-Zamboni, rimaneggiato nel secolo scorso dal patriota e architetto dilettante Carlo Montanari, conserva al suo interno resti romanici e affreschi, fra i quali esisteva una solenne raffigurazione della storica Cavalcata di Carlo V imperatore e papa Clemente VII dipinta da Paolo Ligozzi e attualmente conservata al Museo degli Affreschi a San Francesco al Corso, presso la "tomba" di Giulietta.

AI civico numero 24, al primo piano della casa in angolo con Via San Giovanni in Valle, rimane una Madonna col bambino dipinta a fresco. In quella casa, fino agli inizi dell'Ottocento, si apriva l'antica osteria "a la Loza" (alla Loggja), il cui nome rimase fino quasi ai nostri giorni a designare le case prossime all'incrocio stradale.

II fianco sinistro della Via Santa Maria in Organo, invece, è quasi interamente occupato dai fabbricati un tempo appartenuti al monastero benedettino di Santa Maria in Organo, fondato nel secolo VI, ricostruito nel XV secolo e soppresso nel 1806.

All'angolo con Porta Organa sta un capitello, detto popolarmente "La Madonnina", già esistente nell’Ottocento. Agli inizi del Novecento, l'immagine affrescata fu sostituita dalla statua dell’Immacolata scolpita da un umile scultore, certo Pontara.

Il fabbricato corrispondente al civico numero 1 è oggi Casa madre delle Pie Madri della Nigrizia, ordine missionario fondato dal beato Daniele Comboni: un tempo rappresentava - come ha documentato Luciano Rognini - la gran fattoria del monastero.

Si conservano del passato tracce di un portale romanico e la imponente porta carraia che reca sulla serraglia lo stemma degli Olivetani.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1998

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