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Lunedì 5 Dicembre 2016, San Saba
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Da Piazza Cittadella a Via SS. Trinità

Verona / Italia
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Quest’itinerario si collega con il precedente (itinerario n° 5) e completa il percorso all'interno dell'ex-Cittadella viscontea.

Prendiamo le mosse dal fornice che si apre nelle mura comunali in corrispondenza con Largo Divisione Pasubio, dietro il palazzo del Municipio: da esso si accede alla piazza moderna che conserva il toponimo della storica Cittadella . Subito di là dalle mura scorreva l'Adigetto, il cui letto è ancora segnato nell'affossamento di vicolo Torre Pentagona che si stacca sulla destra. Oggi è scomparso il Ponte Cittadella, che consentiva il passaggio del corso d'acqua.

Sulla sinistra della piazza si eleva un grande e moderno edificio sorto sull'area di uno stallatico all'insegna del Cavallino, in tempi più recenti trasformato parzialmente in albergo (piazza Cittadella n. 22). Prima dello stallatico, su tale area sorgeva un piccolo convento detto di S. Orsola in Cittadella. La Congregazione di S. Orsola fu istituita nel 1580; le monache, dette volgarmente «Orsoline», dopo vari trasferimenti da una casa all'altra della città, nel 1610 riuscirono ad acquistare una casa in Cittadella, che in seguito ampliarono e attrezzarono a monastero; all'interno eressero la chiesetta dedicata a S. Orsola, che fu consacrata il 28 agosto 1619. Quando il convento fu soppresso e demaniato il 2 luglio 1810, in esso si trovavano soltanto quattro suore.

Dietro l'edificio verso Via Adigetto, all'angolo tra le vie Caserma Ospital Vecchio e Tezone, esisteva un antico fabbricato ad uso d’ospedale delle truppe veneziane costruito nel 1622. Gli Austriaci trasformarono Il fabbricato in caserma: da tali vicende ebbe origine l'articolato toponimo della via.

Annessa all'ospedale vi era una cappella intitolata al Crocefisso, che sorgeva sul luogo dell'odierno fabbricato sito al n. 11 di Via Tezone. Questo toponimo dialettale ricorda la fabbrica di salnitro, ricavato dagli escrementi delle pecore, che qui sorgeva, durante l’epoca veneziana.

Percorrendo il breve vicolo Terese si ritorna in Piazza Cittadella. Nel vicolo, fino al 1945, sorgeva la chiesa - poi bombardata - dedicata alla Madonna di Lourdes e in precedenza a S. Teresa. Qui, infatti, esisteva l'antico convento delle sorelle della Sacra Famiglia, volgarmente dette Terese (da cui il toponimo del vicolo), che nel 1831 trasferirono la loro sede nel vicino ex-convento di San Domenico.

Sull'angolo tra vicolo Terese e Via Caserma Ospitai Vecchio sorge il neoclassico palazzetto Da Persico-Della Torre-Paglieri, oggi sede dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Verona (Piazza Cittadella n. 12): dimora dello storico veronese Giovanni Battista Da Persico, che fu podestà di Verona nel periodo del Congresso della Santa Alleanza (1822), l'edificio fu in seguito abitato dallo scultore veronese Torquato Della Torre (1827-1855). Nella cornice marcapiano della facciata un'iscrizione ricorda l'entrata in Verona dell'esercito italiano il 16 ottobre 1866; un’altra epigrafe ricorda la medaglia d'oro della Resistenza A.L. Paglieri.

Dirimpetto, sul lato sud-occidentale della Piazza Cittadella, si trova la sede dell'Istituto delle Figlie del Sacro Cuore (volgarmente “Istituto Seghetti”). Antico ritiro di monache “dimesse”, il complesso fu demaniato in età napoleonica e acquistato dal signor Gaetano Vela, che in seconde nozze aveva sposato una delle tre ultime discendenti della nobile famiglia Muselli, Teresa.

Egli affidò Il compito dl trasformare l'edificio in signorile dimora all'architetto Luigi Trezza (1812-15), il quale concepì un appariscente corpo centrale bugnato nel registro inferiore e scandito da quattro grandi colonne d’ordine ionico; negli intercolunni si aprono piccole finestre esaltate da grandi mascheroni collocati nelle chiavi; una pesante architrave sorregge il timpano; nello sviluppo laterale del fabbricato erano stati previsti due portoni bugnati successivamente occlusi. Nel giardino dell'edificio, che si prolunga cintato lungo Via Carlo Montanari e via Marcantonio Bentegodi, il proprietario successivo dell'immobile, Giuseppe Biasi (+1853), aveva creato un elegante giardino ornamentale, in parte sopravvissuto, dotato di una gran serra per la coltivazione delle essenze esotiche.

Verso il Corso di Porta Nuova, Piazza Cittadella è delimitata dal massiccio palazzo dell'Istituto Nazionale delle Assicurazioni, ultimato nel 1937 in perfetto stile littorio. Sull'angolo nord-occidentale la piazza confina con vicolo Ghiaia, sul quale prospetta la romanica facciata dell'ex-chiesa di Santa Maria della Ghiaia, o della Ghiara , un tempo appartenuta al monastero degli Umiliati che si estendeva lungo l'Adigetto verso oriente.

A Verona gli Umiliati si stabilirono verso il 1162 e s’insediarono fuori città, a sinistra dei Portoni della Bra’ in un luogo allora deserto chiamato glarea per i depositi di sabbia e ghiaia che l’Adigetto aveva stratificato durante i vari straripamenti. Nel sito sembra già esistesse una chiesetta dedicata alla Madonna. Nel 1175 la primitiva cappella era già stata ingrandita in forma di chiesa e accanto era sorto uno dei primi monasteri istituiti a Verona. Si trattava di un convento misto d’uomini e donne; nel 1225 era superiora del convento una tale Garsenda, che aveva alle proprie dipendenze quaranta monache e quindici monaci. La chiesa di Santa Maria della Ghiaia fu consacrata il 17 gennaio 1302 dal vescovo Teobaldo. Il periodo di massimo splendore del convento coincise con gli inizi del Cinquecento. Quando Pio V nel 1570 soppresse l'Ordine a causa delle degenerazioni che in esso erano maturate, la chiesa di Santa Maria della Ghiaia fu eretta in commenda e con bolla del pontefice Gregorio XIV del 5 giugno 1591 fu affidata ai padri Teatini. Nel 1648 essi vi eressero la cappella della Vergine Lauretana, su modello della Santa Casa di Loreto. Nel 1662 sul campanile della chiesa fu collocato un orologio battente ore e quarti, opera del padre teatino Francesco Luciani. La chiesa ebbe splendore anche sotto la reggenza dei Teatini, ma nel 1769 la Repubblica di Venezia impose ai padri di abbandonare quel convento e di concentrarsi in San Nicolò all'Arena. Nel 1774 chiesa e convento furono posti in vendita. La famiglia Grigolati, che li acquistò, affidò la trasformazione architettonica ad uso civile all'architetto Adriano Cristofali. La chiesa fu chiusa e le opere d'arte che conteneva andarono vendute. Di fatto abbandonata, la chiesa andò in rovina: nel 1823 la famiglia Simeoni, che n’era divenuta proprietaria, la restaurò riaprendola al culto; oggi ne rimane solamente la facciata. L'edificio conventuale, invece, fu trasformato in un'elegante palazzina dal Cristofali (l'attico è un'aggiunta posteriore di Luigi Trezza).

L'edificio è a due piani, di cui il primo rialzato e al quale si accede per mezzo di una gradinata centrale a due rampe, con inviti frontali e fronteggiate da balaustre. AI primo piano si apre un piccolo balcone centrale. Ai lati si alternano finestre ad arco, con balaustre e ornate con teste nelle serraglie, a finestre rettangolari sormontate da timpani triangolari e centinati. I mascheroni del cornicione hanno la funzione di gocciolatoi. L'attico, diviso in tre scomparti, è decorato da festoni floreali e da acroteri terminali. All'interno è ancora intatta al piano nobile una ricca decorazione a tempera coeva alla costruzione.

Il lato settentrionale di Piazza Cittadella conserva una caratteristica scarpata acciottolata che digrada verso alcune case, oggi perlopiù ristrutturate: unica degna di nota è la casa Kurmer-Reitano, che reca in facciata tracce di un affresco centrale raffigurante la Madonna con il Bambino e San Giovannino, attribuita a Michelangelo Aliprandi, contemporaneo e seguace di Paolo Veronese.

Prima di lasciare la piazza, piace ricordare la sistemazione che per essa aveva ideato nel 1822, come corollario del nuovo assetto di piazza Bra’ da lui concepito, Gaetano Pinali, singolare figura d’archeologo e studioso d’architettura vissuto fino al 1846: egli aveva immaginato di completare l'edificio della Gran Guardia Vecchia dotandolo di una facciata monumentale anche verso l'Adigetto, di scavare al centro della piazza Cittadella un vasto invaso nel quale convogliare le acque dell'Adigetto e di sistemare tutto il terreno attorno a Prato alberato. La sorte, invece, riservò alla piazza ben più prosaico aspetto: utilizzata come mercato della legna e del fieno dal 1865, fu adibita in seguito a mercato del bestiame fino alla prima guerra mondiale.

Ultimato il giro di Piazza Cittadella, riprendiamo il percorso dall'angolo di vicolo Terese, risalendo Via Carlo Montanari. Il toponimo, inteso a commemorare il concittadino Martire di Belfiore, fu deliberato dopo che Verona fu annessa all'Italia nel 1867, sostituendo quello antico di Via Stimmate.
Nel primo tratto si fiancheggia la sede della Congregazione dei Padri Stimatini, fondata dal sacerdote veronese Gaspare Bertoni (1777-1853), elevato agli onori degli altari nel 1989, fino alla piccola chiesa seicentesca delle Stimmate, che sorge sull'angolo dell'omonimo vicoletto. Eretta nel 1624 in forme molto sobrie, la chiesa ebbe la facciata rifatta nei primi decenni dell'Ottocento. L'interno è diviso in tre navate da quattro grandi colonne ioniche: fu decorato nel 1902 dai pittori Carlo Donati ed Ettore Tessiore; sul primo altare a destra è degno di nota un San Francesco dello scultore Giuseppe Zannoni.

Dirimpetto alla chiesa, dove oggi si trova il parcheggio “Arena”, sorgeva lo stadio di calcio intitolato a Marcantonio Bentegodi, benemerito cittadino veronese (1818-1873), che lasciò una parte del suo patrimonio al Comune perché con i relativi redditi sovvenzionasse le civiche istituzioni di ginnastica e di scherma.

Sull'angolo di vicoletto Stimmate sorge Palazzo Verità-Montanari, eretto nel 1583 - come avverte un'iscrizione latina sul gran portale a bozze e a cariatidi - da Giacomo Verità. Un muro con merli coronati da una grossa palla chiude il cortile antistante l'edificio. La facciata si potrebbe dire sanmicheliana, tanto imitano gli stilemi propri del grande architetto le finestre centinate con protomi nelle chiavi, il portale e la loggia. Qui abitò Carlo Montanari, alla cui memoria sono dedicati la lapide e il busto murati nel muro di cinta. Divenuto proprietà comunale nel 1892, il palazzo dal 1949 ospita la sede dell'Accademia di Pittura e Scultura di Verona, intitolata a Giambettino Cignaroli, dopo avere accolto per un ventennio anche le aule del Liceo artistico cittadino.

Alle spalle del palazzo, verso la fine del secolo scorso, fu costruito il massiccio Istituto Magistrale di Stato, al quale si accede da vicoletto Stimmate.

Subito dopo il palazzo rinascimentale vi è il complesso che fu già sede dell'Orfanatrofio Femminile e quindi dell'Istituto Educativo Femminile. L'edificio ospitava in origine il convento, con annessa chiesa, di S. Croce delle Zitelle. Nel 1616 certa Maddalena Gamba, rimasta vedova, si ritirò, assieme alla figlia, a vivere in eremitaggio in una casa nei pressi della SS. Trinità. Alle due donne si unirono in seguito altre giovani e insieme costituirono una Congregazione di monache "dimesse". Nel 1706 la Congregazione eresse la propria chiesetta, consacrata nel 1714 dal vescovo Gianfrancesco Barbarigo. Per essere accolte nella Congregazione, le aspiranti dovevano oblare una dote di 800 ducati e portare con sé il mobilio per la propria stanza. Convento e chiesa furono soppressi e avocati al Demanio l'undici maggio 1810.

Dopo l'incrocio con la Via SS. Trinità, la strada prosegue con il nome di via del Minatore, imposto durante il regime fascista. Il grande edificio d'angolo, oggi sede del Comando del Presidio militare di Verona, era stato costruito come Casa d'Industria per i poveri disoccupati all'indomani dell'annessione all'Italia.

Sul lato sinistro di via del Minatore sono state costruite, dalla fine degli Anni Cinquanta, numerose case d'abitazione che raggiungono la circonvallazione interna Raggio di Sole.

Il lato destro della via è occupato dagli edifici e dal parco dell'Educandato statale “Agli Angeli”, la cui facciata prospetta su via Cesare Battisti. L'istituzione scolastica pubblica, un tempo riservata alle sole femmine, fu decretata nel 1812 dal Viceré d'Italia per volere di Napoleone; come sede fu scelto l’ex-convento di Santa Maria degli Angeli, soppresso e demaniato nel 1810. Si trattava di un edificio vetusto, risalente al sec. XIII, quando ospitava due distinti monasteri di Benedettini Olivetani e una piccola chiesa intitolata al Corpus Domini. Verso la metà del Trecento, il complesso era stato trasformato in ospedale e nel 1533, infine, l'edificio era stato riconvertito per accogliere le Benedettine del monastero di Santa Maria degli Angeli, che sorgeva nei pressi di San Michele Extra. Ristrutturato sul volgere del Settecento – ne rimane una parte di facciata al n. 6 di Via Battisti, dovuta a Luigi Trezza –, l'edificio, che dall'età napoleonica in poi aveva continuato a funzionare come istituto scolastico statale, fu occupato dopo l’otto settembre 1943 dalla «kommandantur» addetta al controllo del nodo ferroviario di Verona; bombardato il 6 aprile 1945, nel 1951 l'Educandato statale riprese a funzionare, dopo che al suo interno fu aperta una sezione di Ginnasio-Liceo di Stato.

Scendendo lungo la Via SS. Trinità si raggiunge l'omonima chiesa, una delle più importanti testimonianze artistiche del Romanico veronese. La chiesa sorse già nel sec. XI in un sito chiamato Monte Oliveto dai monaci Vallombrosiani. Il monastero fu trasformato in commenda nel 1443 e tale rimase fino al 1740. Il monastero fu demaniato nel 1806; la chiesa fu eretta in parrocchia con giurisdizione sul territorio che era stato della chiesa di S. Croce di Cittadella, a sua volta soppressa. Nel 1867 il chiostro e il convento furono riutilizzati come sede della già ricordata Casa d'Industria. La pianta della chiesa, pure nelle profonde trasformazioni subite, richiama quella di San Fermo Maggiore . La costruzione è longitudinale, chiusa da un'abside che occupa tutta la larghezza della navata, con due cappelle affiancate alla maggiore a formare un piccolo transetto. L'edificio fu completato entro il 1140: a quell'epoca vanno riferiti, in particolare, l'atrio e l'abside maggiore, che sono ben distinti dalle parti anteriori. La facciata è a capanna, decorata da archetti in tufo finemente lavorati. Di fianco al portale si aprono due trifore con archi a doppia ghiera, quella interna in tufo, quella esterna in cotto; le colonnine binate sono in marmo rosso. Lungo il fianco settentrionale dell'avancorpo si aprono nove arcatelle, uguali a quelle delle trifore. L'abside maggiore presenta semicolonne trasformate in lesene, completate da capitelli che sostengono archetti a doppia ghiera. Il campanile, di tufo e mattoni, diviso lungo la canna da tre corsi d’archetti, è scompartito su ogni faccia da due contrafforti angolari e da una lesena in posizione centrale. Tutte le altre parti della chiesa, rifatta nel Trecento, hanno perduto l'originario carattere romanico. Internamente si conservano vari brani d’affreschi databili tra il XIV e il XVI secolo.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1990

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