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Da Lungadige Porta Vittoria a Via Cantarane

Verona / Italia
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Varcato l'Adige sul Ponte delle Navi , a destra si apre lungadige Porta Vittoria: il percorso offre una sequenza di suggestivi panorami verso il Colle di San Pietro , la città antica (chiesa di Sant'Anastasia ) e il complesso di San Fermo , la settecentesca Dogana d'acqua e il rione dei Filippini.

Il lungadige ha un toponimo composito: "Porta" indica l'apertura nel tracciato delle mura, che si snodano a sud-est, praticata fin dalla loro prima stesura per opera di Alberto I della Scala tra il 1283 e il 1287, conosciuta storicamente come Porta di Campomarzo e in seguito come Porta Pellegrina. Nel 1838 l'antica Porta fu occlusa dagli Austriaci e sostituita con quella tuttora in funzione detta "della Vittoria" , progettata da Giuseppe Barbieri.

Il nome "della Vittoria" ricorda il successo militare ottenuto in quei paraggi nel 1354 da Cangrande Il della Scala sul fratellastro Fregnano, che aveva organizzato una sollevazione armata contro il legittimo Signore di Verona.

Il doppio piano stradale, così come nelle Rigaste di San Zeno , fu creato per ragioni di raccordo altimetrico con gli altri segmenti di lungadige dopo la costruzione dei muraglioni lungo il tratto cittadino del fiume dalla fine del secolo scorso. Alcune costruzioni che si affacciavano sul lungadige Porta Vittoria, furono colpite dai bombardamenti aerei durante la seconda guerra mondiale: al loro posto sono sorti moderni edifici, che in parte hanno alterato l'originaria fisionomia della strada, quale sopravvive ancora nella casa antica sull'angolo della Via Museo (n. 7 B), la quale conserva sul fianco un portale cinquecentesco e qualche debole traccia di decorazione ad affresco.

L'edificio che s'impone subito all'attenzione è il sanmicheliano Palazzo Pompei , oggi sede del civico Museo di Scienze Naturali . Commesso dai Lavezzola a Michele Sanmicheli, il palazzo fu realizzato tra il 1527 e il 1530; quindi passò ai Pompei a seguito delle nozze tra Olimpia Lavezzola e Alessandro Pompei (1579). L'edificio è una delle prime opere di architettura civile eseguite dal Sanmicheli: il registro inferiore della facciata è a bozze rustiche aggettanti, mentre il primo piano si apre con una serie di finestroni centinati, decorati con balaustre e con teste di Satiri nelle serraglie. I finestroni sono inquadrati da colonne doriche che sostengono la trabeazione, in cui si alternano triglifi e metope.

Nel corso della prima metà dell'Ottocento il palazzo fu donato al Comune di Verona con la clausola che esso fosse adibito a Museo: in seguito passarono al Comune anche le ricchissime collezioni di dipinti antichi che vi si trovavano. Il palazzo, riattato a sede museale, fu aperto al pubblico nel 1857.

Dopo l'ex-sede della Questura (n. 17), s'incrocia Via San Francesco, per la quale c'inoltreremo di ritorno dal lungadige.

AI n. 37 si apre un accesso all'area entro cui ha sede la Facoltà di Magistero; sul lungadige prospetta un elegante chiostrino con bel puteale al centro: vi si trova oggi l'Istituto di Scienze Economiche dell'Università di Verona, ma i resti architettonici antichi appartengono all'ex-convento di Santa Maria della Vittoria, che sorgeva in quell'ultimo tratto di lungadige.

Non esiste più la chiesetta intitolata a Santa Maria delle Grazie - popolarmente detta della Vittoria "Nuova", costruita dai frati Gerolamini tra il 1487 e il 1512 a ridosso del piccolo chiostro. La chiesa fu soppressa e demaniata il 4 luglio 1806 e i cinque monaci allora presenti nel complesso furono trasferiti nel convento di San Sebastiano a Venezia. Nella sacrestia della chiesa si trovava la celebre "Deposizione di Cristo" di Paolo Veronese, oggi al Museo di Castelveccho dopo essere stata temporaneamente esportata a Parigi come bottino di guerra all'epoca della prima Campagna d'Italia del generale Bonaparte. Nella chiesetta vi era pure la cappella gentilizia dei Pompei, dalla quale proviene la tela di Liberale da Verona raffigurante i Santi Girolamo, Paolo e Francesco, oggi anch'essa nel Museo di Castelvecchio.
Dopo la sconsacrazione, la chiesa fu adibita come fabbrica del nitro. Poco oltre il chiostrino - unica reliquia dell'ex-convento di Santa Maria della Vittoria "Nuova" - quasi a ridosso delle mura, sopravvive la facciata d'impianto romanico della chiesetta di Santa Maria della Vittoria "Vecchia": essa fu eretta da Cangrande II della Scala com'ex-voto dopo la vittoria sul fratellastro ribelle (1355); l'intitolazione originaria era a Maria Vergine e a San Giorgio, ma la dizione popolare "della Vittoria" prevalse su quella ufficiale. Nel 1465 chiesa e casa canonicale furono concesse in uso al beato Filippo dell'Ordine di San Girolamo della Congregazione del beato Pietro da Pisa, volgarmente detta "dei Girolamini". Tra il 1469 e il 1481 fu eretto il convento per i monaci: essi, dopo la costruzione delle vicina chiesa "Nuova" - di cui si è già parlato -, lasciarono la chiesetta originaria, affidandola alle cure di una "Compagnia segreta". Anche questa chiesetta - soprannominata "Vecchia" per distinguerla da quella adiacente "Nuova" - fu soppressa e demaniata nel 1806. Occupata dai militari, fu trasformata in officina, ma i danni maggiori li subì durante i bombardamenti aerei degli inizi del 1945.

Siamo ormai al termine del lungadige presso i resti del muro scaligero, rinforzato prima dai Veneziani e poi dagli Austriaci. E' ancora funzionante la Porta della Vittoria aperta nel 1838, di cui si è già fatto cenno in apertura.

All'estremità destra del lungadige sporge sul fiume un torrione merlato che reca lo stemma scaligero e le iniziali di Antonio della Scala: ad esso era ancorata una catena, simile all'altra, esistente a monte della città nei pressi dell'odierno Ponte del Risorgimento. Servivano entrambe per il controllo doganale delle merci trasportate sul fiume.

Volgiamo ora a ritroso fino a Via San Francesco. Il toponimo deriva dalla sconsacrata chiesa di San Francesco da Paola, oggi inserita nel contesto degli edifici della cittadella universitaria. La chiesa fu fondata da padre Giovanni da Paternò di Calabria dell'Ordine dei frati minimi di San Francesco da Paola. Il religioso venne a Verona nel 1593 per introdurvi il proprio Ordine; grazie alle contribuzioni di vari cittadini, tra cui furono determinanti quelle dei conti Massimo e Agostino Giusti, nel 1596 il progetto di padre Giovanni prese corpo e fu eretto l'edificio di culto intitolato al Santo calabrese. In seguito fu costruito anche un vasto monastero. Il complesso, restaurato e ampliato verso la metà del Settecento, fu soppresso il 4 luglio 1806 - all'epoca ospitava solamente sei frati e due conversi - e demaniato. Gli edifici furono accorpati e adibiti a caserme. Dopo le gravi distruzioni patite durante l'ultimo conflitto mondiale, parte del grande chiostro conventuale - oltre che la chiesa - è stata recuperata per ospitare alcune strutture dell'Università.

La Via San Francesco si immette nella via dell'Artigliere, l'antica via di Campomarzo, che deve il recente toponimo alla presenza di una caserma di Artiglieria a partire dall'età napoleonica. L'originario toponimo designava la vasta area paludosa del Campomarzo, che si estendeva anche fuori la cinta muraria verso l'area oggi occupata dal Cimitero monumentale , attraverso la quale scorreva lento, prima di gettarsi nell'Adige, il Fiumicello proveniente da Montorio Veronese.

Sul luogo della caserma "Passalacqua", tra il 1718 e il 1722, fu co?ruito il primo, grande complesso in muratura destinato ad ospitare La Fiera di Verona , che prima si svolgeva in Bra' con strutture precarie. L'edificio, un quadrilatero aperto al centro in un grande piazzale, ospitava 270 botteghe, oltre ai fabbricati riservati agli uffici del Tribunale del Vicario dei Mercanti, della Presidenza della Fiera, della Dogana, e una Cappella dove si celebrava la Messa prima di dare inizio al mercato. L'area era completamente cintata da un muro merlato.

Il complesso fu progettato e realizzato dall'architetto Ludovico Perini (1685-1731), che all'ingresso principale aveva voluto due statue ornamentali raffiguranti, rispettivamente, i Santi Zenone e Pietro Martire - patrono e compatrono di Verona -, scolpite da Francesco Zoppi. La fiera funzionò fino al 1794; poi l'area fu occupata dai militari, prima Francesi, poi Austriaci, e in breve rovinò.

Tra via dell'Artigliere e via Timavo, nel sito delle Scuole elementari statali "Abramo Massalongo", sorgeva un tempo, recintato da alto muro, l'antico Cimitero degli Ebrei, ora in Borgo Venezia.

AI n. 10 di via dell'Artigliere sorge Palazzo Sagramoso-Ocofler, un edificio barocco con un massiccio balcone centrale a balaustra sostenuto da due coppie di grandi colonne che inquadrano il portale d'accesso.
AI n. 8 si erge maestoso il Palazzo Giuliari , edificio di impianto cinquecentesco, rialzato e ampliato dal conte Bartolomeo Giuliari, architetto di formazione neo-classica e raffinato stampatore di pregiate edizioni (1761-1842). Il palazzo fu ceduto dalla famiglia per essere adibito a sede dell'Università di Verona (vi si trova, difatti, il Rettorato): all'interno va segnalata la insolita scala, progettata dall'architetto Ignazio Pellegrini (1715-1790), zio di Bartolomeo Giuliari.

In fondo alla via, sull'angolo con via XX Settembre, si eleva la chiesa di San Paolo di Campomarzo , la cui fondazione risale al sec. XI quando il luogo si trovava ancora fuori le mura della città. Già da allora la chiesa ebbe funzione di parrocchia, dipendente dai Canonici della Cattedrale; l'edificio subì restauri di un certo rilievo nel 1289 e nel 1575, fino al radicale intervento di ristrutturazione eseguito dall'architetto Alessandro Pompei, il precursore del neoclassicismo Veneto (1705-1772), che costruì anche la facciata in ordine composito, ionico e corinzio, nella quale collocò le statue dei Santi Pietro e Paolo scolpite da Giovanni Angelo Finali (1763).

I bombardamenti dell'ultima guerra distrussero la chiesa, che risorse in conformità con il suo aspetto neoclassico almeno esternamente. Le opere d'arte più importanti erano state poste al sicuro, sicché ancora oggi la chiesa offre al visitatore la splendida pala di Paolo Veronese - nota come pala Marogna, dal nome della famiglia committente -, che raffigura la "Madonna col Bambino", la "Madonna in trono tra i Santi Pietro e Paolo" di Giovanni Caroto e la "Madonna col Bambino e Sant'Anna" di Girolamo Dai Libri.

Proseguiamo l'itinerario lungo Via Nicola Mazza, già via San Cristoforo, oggi intitolata al pio sacerdote che nel secolo scorso fondò due Istituti, uno maschile, l'altro femminile, per l'istruzione dei giovani poveri della città.

La via ha conservato il severo aspetto ottocentesco, quando aveva un prevalente carattere militare. AI n. 14 si trova l'lstituto femminile "don Nicola Mazza"; al n. 16 una lapide ricorda che il sacerdote morì in quella casa il 2 agosto 1865. AI n. 44 una lapide avverte che in quel sito sorgeva la chiesa di San Giovanni in Sacco, di cui non restano tracce: l'edificio era stato costruito dopo il 1530 e fu soppresso nel 1806.
Ai nn. 50-52 sorge un grande fabbricato ristrutturato: prima dell'ultima guerra mondiale, esso ?pitava la caserma d'Artiglieria S. Cristoforo: infatti, sul lato interno dell'edificio - che si raggiunge seguendo la breve Via San Cristoforo, un tempo percorsa dal Fiumicello, ora prosciugato - si vedono ancora i resti del chiostro dell'antico monastero, fondato nel 1214 da una congregazione di Umiliati. Demaniato nel 1806, l'edificio fu destinato a uso militare, da prima come magazzino-vestiario delle truppe del Lombardo-Veneto, quindi come scuola d'artiglieria.

Dalla Via San Cristoforo si accede alla vecchia Corte delle Maddalene , che ricorda I 'esistenza di un altro convento, fondato nel 1226 dalle monache di Santa Chiara. Nel 1350 vi si trasferirono le monache di Santa Maria delle Vergini, dette "le Maddalene". Nel 1524 la chiesa si arricchì di un bel campanile progettato da Michele Sanmicheli. Il complesso, restaurato nella prima metà del Settecento, fu demaniato nel 1810 e venduto a privati. Ma nel 1832 donna Cherubina Cavaleri acquistò quanto era rimasto dell'antico monastero, fece dei restauri e il 9 febbraio 1836 vi si ritirò assieme a molte consorelle clarisse. Il 18 settembre 1844 l'imperatore Francesco Giuseppe acconsentì alla fondazione di un regolare monastero, che continuò a funzionare fino al 1898, quando le monache si trasferirono volontariamente nel convento di Santa Chiara .

Nei primi anni del secolo, l'edificio servì come asilo, ma, dopo la prima guerra mondiale, fu abbandonato. Per risanare l'area, nel 1926, il Comune ordinò la demolizione delle costruzioni: le colonnine del chiostro furono donate alla Casa buoni fanciulli di Nazareth.

Ritorniamo in Via Nicola Mazza. AI n. 57 sorge la caserma della Guardia di Finanza, una costruzione asburgica del 1842, sorta sul luogo di un altro vecchio convento, quello delle Terziarie di San Francesco da Paola: ne era stata fondatrice, nel 1632, Serafina Mariani; nel 1681 era stata eretta anche la chiesetta. Il complesso fu soppresso e demaniato nel 1810.

La strada prosegue verso Porta Vescovo con il nome di Via Cantarane, toponimo riconducibile all'antico acquitrino del Campomarzo. Il lato destro della via è in gran parte occupato dalla caserma Santa Marta (Commissariato militare). Anche questo complesso sorse sui resti di un antico edificio conventuale. Nel 1211 il podestà di Verona Bonifacio Sambonifacio donò sei campi di terra a tale Forzano del Castello per fondarvi chiesa e monastero per ! frati e monache dell'Ordine di Sant'Agostino.

Nel 1300 Alberto della Scala ne rinnovò e ne ampliò la chiesa, chiamata prima di Santa Maria Maddalena, poi di Santa Marta . Nel 1350 il monastero fu unito al contiguo convento di Santa Maria delle Vergini ("Maddalene"), di cui si è già accennato. La chiesa di Santa Marta fu soppressa e demaniata nel 1810; l'acquistò un privato, che nel 1833 la vendette ai Padri Cappuccini; essi la restaurarono, assieme al convento, e vi si insediarono a partire dal 1835. Il 18 febbraio 1850 il comando militare austriaco allontanò i Padri per spianare l'area sulla quale fu costruito il grandioso panificio militare.

La casa al n. 11 di Via Cantarane, dirimpetto a via Santa Marta, reca murata una lapide commemorativa di Ettore Arduino, morto tra i ghiacci dell'Artide, cui è dedicata la breve strada che collega l'estremità di via Cantarane con via XX Settembre.

Di fronte a Via Arduino, al n. 42 di via Cantarane, sorge l'ex-chiesa di San Francesco d'Assisi, la cui storia si lega con quella dei Cappuccini allontanati da Santa Marta nel 1850. I religiosi, infatti, dopo essersi ritirati provvisoriamente in alcune celle dell'ex-convento di San Girolamo sopra il Teatro Romano , nel 1853 ritornarono ad abitare una casa in fondo a Via Cantarane, dove allestirono una ??appella dedicata alla Madonna. Quando, nel 1854, essi ottennero dall'autorità militare l'indennizzo per l'esproprio subito a Santa Marta, decisero di costruire la nuova chiesa con annesso convento, dedicando entrambi a San Francesco d'Assisi.

La chiesa, alla cui costruzione contribuì lo stesso imperatore, fu ultimata nel 1863. Ma già nel 1867, essendo ormai Verona italiana, chiesa e convento furono soppressi e la relativa proprietà fu trasferita al Comune di Verona. I Padri Cappuccini presero allora a spostarsi dalla Biondella a Nazareth, a Santa Libera, finché nel 1892 si stabilirono nella contrada Barana, dove tuttora hanno sede.

Nell'ex-convento di San Francesco, dal 1869, entrò in funzione il Collegio degli Artigianelli, che funzionò fino alla prima guerra mondiale.

Gli edifici, in seguito abbandonati per anni, furono quindi sistemati ad asilo notturno e intitolati alla memoria di Giuseppe Camploy (1794-1889), proprietario del Teatro San Samuele di Venezia e impresario teatrale anche a Verona, il quale lasciò la propria cospicua eredità al Comune di Verona perché assistesse i poveri.

Concludiamo il percorso lungo vicolo Madonnina, che conduce alle mura. Il toponimo ha una sua ragione: nel 1709 tale Pompeo Donati, bergamasco d'origine, aveva ottenuto il permesso di erigere negli orti di sua proprietà una chiesetta là dove esisteva ab immemorabili dipinta su un muro diroccato una venerata immagine della Madonna. La chiesetta venne poi interamente affrescata da Marco Marcola. L'edificio non si sottrasse alla soppressione del 1806 e fu demaniata; venduta ad un privato, essa fu conservata al culto, finché nel 1838 gli Austriaci la demolirono per fare posto a nuove opere di fortificazione lungo la cinta muraria.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1988

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