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Corso Porta Borsari

Verona / Italia
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Corso Porta Borsari (o Borsàri) ricalca il tracciato del tratto meridionale del decumano massimo della città romana, che collegava il Foro (Piazza Erbe) con la porta aperta nella cinta muraria urbana, di cui sopravvive ancora la facciata esterna. La dizione corso risale all'età medievale, così come il nome dei Borsàri ("bursàrii"), ossia gli addetti alla riscossione dei dazi sulle merci in transito per la porta.

In alcuni documenti medievali la porta era detta anche di San Zeno, perché da essa si sortiva di città in direzione di quel sobborgo. Il toponimo attuale fu deliberato dal Municipio con la revisione toponomastica del 1871.

Il percorso prende le mosse da Palazzo Maffei in Piazza Erbe all'angolo con vicolo Monte ai piedi della torre scaligera detta del Gardello . Nel 1932 la torre fu liberata da una casetta che era stata addossata e che n’occultava la porzione inferiore: nella casetta aveva sede la farmacia all'insegna della "gabbia". Storicamente l'insegna derivava dalla tradizione di una gabbia di ferro, probabilmente aderente al muro della torre. Il toponimo "alla gabbia" è sopravvissuto per tradizione orale, ad indicare questo primo tratto corso ed è stato assunto da alcune aziende commerciali del sito.

Una lapide annerita posta verso il vicolo Monte segnala che sulla torre, fatta elevare da Cansignorio, nel 1370 rintoccò il primo orologio a campana della città: la "torre delle ore" - come anticamente chiamata - continuò a scandire ritmi della vita cittadina fino al 1810.

Dirimpetto, la casa d'angolo con Piazza Erbe è frutto del rimaneggiamento dell'antica casa Curioni, costruita nel 1575 da Vincenzo Curioni "patriae decori et meo commodo", come recita l’epigrafe che corre lungo il primo pia dove sopravvive la bella balaustrata cinquecentesca decorata con trofei d'armi.

Poco oltre, sulla destra, tra i numeri civici 12 e si apre un gran fornice romanico, con lo stemma scaligero sulla chiave, che dà accesso alla corte delle "Sgarzarie" , antico mercato delle lane e dei panni, dove si erge ancora la loggia fatta costruire nel 1299 da Alberto l della Scala.

Di fronte all'arco romanico, in angolo con vicolo San Marco, sorge il Palazzo Rizzardi, dal 1860 Ferriani, raro e cospicuo esempio dell'architettura barocca in Verona attribuito agli architetti Lelio e Vincenzo Pellesina (sec. XVII). Particolare risalto ha il gran balcone che sormonta il portale bugnato, dove sono simmetricamente scolpite due teste che allegoricamente significano la giovinezza e la vecchiezza. Il piccolo cortile interno presenta archi bugnati, cui corrispondono ampi finestroni al primo piano. Lo scalone ospita lo stemma dei Rizzardi e due lapidi che ricordano l’ospitalità dei Ferriani verso alcuni alti prelati.

L'edificio seguente (civico numero 17), che confina con vicolo Corticella San Marco, nel secolo scorso ospitò l'albergo detto "Gran Parigi".

Sul Iato opposto del corso si apre via Fama, il cui toponimo originario era "intròl del Brentaròl", evidentemente allusivo della presenza di una bottega artigiana di fabbricanti di brente. Nel 1704 fu aperta un'osteria all'insegna della "Fama trionfante", forse ispirata alla statua d’identico soggetto in quegli anni scolpita dallo scultore Marco Marchesini e posta nella Casa dei Mercanti in piazza Erbe. Il nome dell'osteria oscillò variamente anche nella forma "della Fama sul Brentaròl" per ridursi alla semplice "Fama", nome che gradualmente si estese alla via stessa.

Nel vicolo San Giovanni in Foro sorgeva la chiesetta intitolata ai Santi Simone e Taddeo, ricordata da documenti del secolo XII e nel 1491 concessa dalla famiglia Mazzanti, che ne godeva il giuspatronato, alla Confraternita laicale di San Nicola da Tolentino. Soppressa e demaniata nel 1806, riconosciuta di proprietà della famiglia Mazzanti, ad essa fu restituita.

Accanto alla chiesetta scomparsa sorgeva la casa dei Lendinara, dove, prima del 1195, tenevano la loro sede i Consoli del Comune cittadino quando essa apparteneva alla Contessa Sofia, moglie di Obizzo d'Este. Questo quartiere, anticamente, era non a caso detto dei "Capitani".

Il vicolo confina con l'omonima chiesa, l'unica in Verona dedicata all'Evangelista, la cui originaria struttura romanica fu riportata in luce nel 1905. La fiancata meridionale della Chiesa di San Giovanni in Foro prospetta sul corso ed è interrotta da due finestre rinascimentali allungate, tra cui si intravede una Deposizione a fresco di Domenico Brusasorzi. Le finestre sono coeve al portale d’ingresso in marmo rosso locale. Nell’estradosso del portale sono collocate tre piccole statue di modesta levatura raffiguranti i Santi Giovanni Evangelista, Pietro e Giovanni Battista, attribuite a Girolamo Giolfino. La chiesa, che fu parrocchia fino al 1806, prende il predicato dal vicino Foro romano; fu rifabbricata dopo l’incendio divampato intorno al Foro nel 1172; la calamità è ricordata da una piccola epigrafe racchiusa in un tabernacolino del sec. XV, che certamente riproduce una più antica iscrizione. Popolarmente è più nota la breve lastra rettangolare di marmo, murata sotto il tabernacolo, che tradizione vuole capace di prevedere tempo buono se asciutta al tatto, cattivo se umida. L'interno della chiesa fu interamente rinnovato nel 1932.

All'edificio sacro segue un elegante palazzetto di modeste proporzioni di gusto neo-cinquecentesco; sulla facciata è murato un medaglione scolpito con l'effigie di Benvenuto Cellini, che il proprietario, l'orafo Bottico, intese in tale modo onorare.

La corte San Giovanni in Foro, che si apre subito dopo, ha conservato l'aspetto tranquillo e modesto dei tempi passati.

Dirimpetto al numero 27, sorge un edificio di impianto medievale, restaurato dopo l’ultima guerra nella parte superiore, che conserva alcune tracce originali di architettura tardo-romanica.

Il quadrivio che forma l’intersezione del corso con Via Quattro Spade e Sant'Eufemia (asse stradale corrispondente al cardine citrato primo della città romana), era interessato dalla presenza di un arco partizionale eretto nel Il secolo d.C. e denominato di Giove Ammone dalla testa della divinità scolpita sulla serraglia dell'arco. Il monumento rovinò precocemente, tanto che anche i disegni rinascimentali di Giovanni Caroto non possono essere ritenuti attendibili scientificamente. I resti delle fondazioni del monumento romano furono accertati sul finire del Settecento dall'architetto Luigi Trezza, che, in base ai rilievi praticati, propose una ricostruzione del monumento con un unico fornice centrale e due piccoli fornici laterali per il transito pedonale. Del monumento si conserva la serraglia con la testa di Giove Ammone - molto rovinata - nel Museo Lapidario Maffeiano e parte di un pilastrino riportato in luce alcuni anni fa all'interno della vetrina di un negozio d'angolo.

AI numero 32 sorge il noto "stal de le vècie" , un edificio di impianto duecentesco più volte rimaneggiato e recuperato a nuova dignità a metà degli anni ‘80. In effetti, l'edificio ospitò a lungo uno stallatico e l'appellativo "de le vècie" derivava dalla presenza di un'insegna in lamiera dipinta raffigurante due figure di vecchie. La fronte dell'edificio conserva un paio di finestre romaniche e l'arco del portale di accesso, sopra il quale è murato un primitivo rilievo su cui sono raffigurati la SS. Trinità, Maria Vergine e i Santi Michele e Raffaele. L'interno è invece più recente: porticato e colonne sono, infatti, del XV secolo.

Dirimpetto all'ex-stallatico si apre un tratto del vicoletto - oggi cieco -Padovano: prima della ricostruzione postbellica il vicoletto raggiungeva Via Quattro Spade. Il toponimo parrebbe derivato dalla presenza nel sito di una famiglia di speziali di origine padovana, che avevano farmacia sul corso nel sito detto appunto "al Padovano".

Sul vicoletto si affaccia il portale cinquecentesco, che la tradizione assegna ad Andrea Palladio, che dava accesso al cortile della casa Torri, il cui prospetto originario dava su via Quattro Spade (sito dell'odierno Cinema Corallo).

Dal lato opposto del corso vicolo cieco Monachine ricorda l'esistenza di un piccolo convento di accoglienza di monache Terziarie Agostiniane soppresso nel 1808.

Il palazzo seguente, già Realdi, poi Monga , fu disegnato con molto buon gusto dall'architetto Luigi Pasetti nella seconda metà del Settecento. Nelle serraglie degli archi sono scolpiti i busti delle "Stagioni" e in alto compaiono alcuni rilievi allegorici delle arti (Pittura, Scultura, Architettura, Letteratura), opere dello scultore Francesco Zoppi.

In angolo con via Valerio Catullo è murato un celebre mensolone romano scolpito a rilievo con testa di Gorgone sulla fronte e di lato Ia figura di Tritone che suona la "bucina".

L'allargamento del corso è significativo dell'originaria presenza dell'edificio della porta romana, le cui fondazioni furono accertate verso la metà dell’800. Infatti, l'attuale Porta dei Borsàri rappresenta solamente la facciata esterna in pietra dell'antica porta romana, rifatta in età claudia (secondo quarto del I secolo d.C.) e addossata alla precedente facciata tardo-repubblicana. Per una corretta lettura della quinta lapidea della Porta dei Borsàri, dunque, occorre tenere presente che essa era saldata alla preesistente Porta di età tardo-repubblicana. Per non alterare l’aspetto della nuova costruzione fornici e finestre furono allineati e tutta la struttura della nuova facciata fu subordinata agli elementi corrispondenti della precedente. I vuoti attuali delle finestre, pertanto, non erano aperture verso il cielo, ma zone d'ombra, che scandivano e facevano risaltare il bianco paramento delle membrature architettoniche.

Sulla destra domina la mole del grande palazzo Fattori (poi Guerrieri e infine Rizzardi). L’edificio si estende con un fianco lungo via Adua, con l'altro segue vicolo Ostie. Il prospetto, severamente neoclassico con due colonne doriche che reggono il balcone sopra il portale, fu ammodernato nel 1837. Le colonne si ripetono nell'atrio, da cui si accede ad un piccolo cortile settecentesco; un ampio porticato immette in un secondo cortile, dove si trovano entro nicchie le statue d’Apollo e Diana, opera dello scultore Giuseppe Antonio Finali. Anche lo scalone d'onore è decorato con statue del Finali. Il salone al piano nobile conserva un soffitto affrescato da Gian Bettino Cignaroli. All'epoca dei Fattori era conservata nel palazzo un'importante quadreria.

L'adiacente vicolo Ostie - il cui toponimo ricorda precisamente la presenza della porta romana - ha un andamento sinuoso e altimetricamente differenziato, non essendo stato sottoposto a spianatura, come accadde invece al corso e alle vie adiacenti. Dirimpetto si apre vicolo San Matteo, che a sinistra piega verso Via Catullo e a destra prosegue lungo vicolo del Guasto fino a Corte Farina. La chiesetta di San Matteo detto con Cortine esiste tuttora, ma ridotta ad uso profano: essa è d’antichissima fondazione e fu più volte restaurata fino all'ampliamento del 1747. Soppressa nel 1806, fu in seguito acquistata dai nobili Cavazzocca, che nel 1826 la riaprirono al culto; fu definitivamente sconsacrata sul finire del secolo scorso. Il cono cestile del campanile è curiosamente mozzato. Il nome della chiesa, che aveva giurisdizione parrocchiale, deriva dall'unione amministrativa avvenuta all'inizio dell'età veneziana, di due antiche contrade, quella di San Matteo e quella di Cortine. Il nome di quest’ultima ricorda la presenza della cinta muraria romana ancor oggi parzialmente visibile lungo vicolo del Guasto. Internamente, tra i fornici della porta romana, è collocato un dipinto votivo raffigurante l'Annunciazione, autore Santo Prunati (fine secolo XVII).

Lungo il fianco di Palazzo Serenelli (poi Benciolini), entro cui è innestata la porta, s’intravede l'impronta di un antico affresco raffigurante la Madonna in trono con il Bambino, data a Francesco Morone. A destra dell'affresco sono murate due tabelle indicanti l'altezza raggiunta dalle acque dell'Adige in piena, rispettivamente nel 1868 e nel 1882.

Quest'ultima è veramente impressionante perché a quel livello l'acqua praticamente ostruiva i due fornici della porta.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1995

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