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Corso Cavour, Via Diaz, Lungadige Riva San Lorenzo

Verona / Italia
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Il tratto stradale che dalla Piazza Pasque Veronesi raggiunge la romana Porta dei Borsari , ricalcando il tracciato suburbano della "Via Postumia", fu intitolato a Camillo Benso conte di Cavour nella seduta del Consiglio comunale del 21 gennaio 1867. In precedenza esso era indicato come Via Castelvecchio , ma nell'uso popolare prevaleva la generica dizione "corso", come per gli altri tratti del lungo rettifilo che collega Porta Palio alla Chiesa di Santa Anastasia .

Nel 1908 l'intitolazione a Cavour fu ribadita con la collocazione di un monumento commemorativo dello statista a lato di Castelvecchio nel sito allora chiamato "il montarone" per la sopraelevazione del terreno; nel 1932, spianato il terreno e sistemata l'area a giardini, là fu ricomposto il romanico Arco dei Gavi , mentre la statua di Cavour fu trasferita nei giardini antistanti la stazione di Porta Nuova.

Il corso è scandito da numerosi diverticoli, il primo dei quali, vicolo Brusco, tramanda il nome del sarto Francesco Brusco, che vi abitò nella prima metà del Settecento. Al civico numero 43 sorge l’elegante palazzina in stile neoclassico costruita nel 1786 su progetto di Luigi Trezza per la famiglia Perez. Segue, al numero 41, Palazzo Balladoro, bell’esempio d’architettura neo-sanmicheliana, pure progettato da Luigi Trezza e adattato internamente da Adriano Cristofali (seconda metà sec. XVIII).

Esso fiancheggia vicolo Pomodoro, toponimo derivato dall'insegna di un’antica spezieria del "Pomo d'oro", esistente già nel 1545.

Dirimpetto sorge Palazzo Canossa , uno dei più famosi di Verona, che ospitò illustri personaggi. Napoleone Bonaparte nel 1796, Francesco d’Austria e, durante il Congresso di Verona 1822, lo zar Alessandro I di Russia, Superbo esempio d’architettura civile di Michele Sanmicheli, concepito secondo i dettami dell’architettura manieristica dell'Italia centrale, l’edificio ha pianta regolare; due ali si dipartono dal corpo centrale rettangolare con una leggera rastremazione e si concludono verso l’Adige con due logge aperte. Si accede al cortile mediante un duplice atrio d’eccezionale imponenza, sulla sinistra del quale si apre la grandiosa scala d’accesso al piano nobile. Nel primo atrio, con sedili frontali in pietra, spicca il portale con paraste scanalate e stipiti decorati con trofei d’armi e busto di Minerva nella serraglia. La facciata poggia su un basamento a bugnato liscio, su cui si aprono un doppio ordine di finestre e i tre fornici centrali. Lesene corinzie binate racchiudono, al piano nobile, le finestre ad archivolto e le aperture del mezzanino superiore. Sotto il cornicione si legge l’epigrafe autocelebrativa e augurale FILII FlLIORUM ET SEMEN ILLORUM HABITABUNT IN SAECULA (e i figli dei figli e la loro progenie abiteranno nei secoli), ribadita da altre due scritte incise sugli scudi, rispettivamente, della quarta e della quinta statua dell'attico: DECORA ALTA NEPOTUM e HONOR AVORUM (grande vanto dei discendenti e onore degli antenati).

L'edificio, commissionato al Sanmicheli all'indomani del suo rientro da Roma (1527) da Galeazzo Canossa, rimase incompiuto: tra il 1667 e il 1675 fu costruita l'ala destra sotto la direzione di Lelio e Vincenzo Pellesina; l'ala sinistra, appena cominciata dal Sanmicheli, fu ultimata nel sec. XVIII. Nel 1761 fu rialzato il tetto dell'edificio in conseguenza della avvenuta sopraelevazione del grande salone del piano nobile, sul soffitto del quale Giovanni Battista Tiepolo dipinse l'allegoria di "Ercole che sale al tempio della Gloria"; l'affresco andò quasi totalmente distrutto a causa dei bombardamenti durante l'ultimo conflitto mondiale. La balaustra adorna di statue scolpite - opera di Giuseppe Antonio Schiavi - fu aggiunta per nascondere la sopraelevazione del tetto.

Segue il palazzo Marioni-Muselli-Perez-Pompei , ora sede della Banca d'Italia (civico numero 2), d’impianto seicentesco, e ristrutturato nell’Ottocento secondo un gusto neoclassico d’ascendenza sanmicheliana. AI numero 40 si erge il maestoso palazzo Portalupi - detto anche dell'Orologio per la particolare decorazione del fastigio - progettato da Gaetano Pinter e realizzato entro il 1804. Il registro inferiore a facciata ha corpo bugnato; in corrispondenza con il primo piano colonne ioniche riquadrano ampi finestroni sormontati da timpano; le cariatidi del registro superiore furono scolpite da Lorenzo Muttoni. Nel cortile interno si trova una bella vera da pozzo quattrocentesca; al primo piano si aprono eleganti saloni, uno dei quali con soffitto dipinto da Marco Marcola.

L'angusto vicolo Calcina conduce in Lungadige Riva San Lorenzo: si tratta di una vecchia strada, che deriva il nome dalla presenza di depositi di calce ancora attivi entro la metà dell'Ottocento e legati allo scalo fluviale che esisteva nei pressi, La "riva San Lorenzo'" infatti, fu una delle più movimentate arterie commerciali della città fino alla costruzione del muraglione. Alla riva, dove l'ansa dell'Adige diventa più ampia e la corrente meno rapida, attraccavano zattere e burchi; là si trovava il primo scalo fluviale della città dopo la "catena", in quanto la riva delle regaste San Zeno - la cosiddetta Beverara - era occupata da grandi idrovore. Anche dopo la costruzione dei muraglioni questo tratto della riva continuò a fornire sabbia e ghiaia e ancora esiste la "rampa" lungo la quale i carretti scendevano in riva al fiume per caricare il materiale. Questo tratto di lungadige fu ristrutturato in seguito alla costruzione del Ponte della Vittoria (1926-29).

La facciata di palazzo Guerrieri-Gemma (civico numero 32) è uno dei pochi esempi d’architettura barocca in Verona; sono interessanti, soprattutto, il portale, i due balconi e le quattro decorazioni acroteriali che consentono di collocare l'epoca della costruzione tra Sei e Settecento.

Sul corso prospetta il quattrocentesco portale, sormontato dalla statua di San Lorenzo martire cui si accede al sacro recinto della chiesa omonima , uno dei gioielli dell'architettura romanica veronese. Essa riproduce nella pianta la chiesa inferiore di San Fermo . Alla facciata sono appoggiate due torri a sezione circolare all'interno delle quali scale a chiocciola consentono l'accesso agli alti matronei impostati sopra le navate laterali.

Sull’altro versante del corso, al civico numero 37, si trova palazzo Cavazzoni: l'edificio è interamente rifatto sulle linee architettoniche originali; sono originali, invece, il portale tardo-gotico in marmo rosso e un affresco molto deperito di Francesco Torbido, detto il Moro, raffigurante la "Vergine con il Bambino".

Vicolo Chiodo tramanda il nome di una nobile famiglia veronese allibrata negli estimi cittadini sino dal 1433. AI numero 8 del vicolo sorge il quattrocentesco edificio già dei Chiodo, ora notevolmente alterato: sono interessanti alcune finestre stemmate sulla facciata e un seicentesco scalone con balaustra all'interno dell'edificio.

AI numero 31 sorge casa Toffanini, una costruzione elegante, vagamente neoclassica, progettata nel 1863 al posto della preesistente chiesa della Disciplina, da cui si intitolano il vicolo in angolo con il corso e l'adiacente calo cieco.

Nel 1342 la "Compagnia delli Battutti et Disciplini" di Santa Maria al Duomo acquistò in contrada di Santa Maria della Fratta "una pezza de terra casaliva, murata, coppata e solarata", cioè una casa prospiciente con un lato la strada comune - ossia il corso -; l'anno appresso fu acquistata un'altra casa vicina, che dava sull’"lntrol Bissolàr", l'attuale vicolo Disciplina. AI posto di questo fabbricato, sull'angolo tra il corso e il vicolo, i Battuti eressero una chiesetta che fu intitolata a Santa Maria ella Disciplina, accanto alla quale in seguito essi crearono un ospizio. Nel 1334 anche tale Antonio fu Giacomino aveva costruito nei pressi una piccola chiesa dedicata a Sant'Anna, con annesso ospizio ad uso dei poveri.

Nelle vicinanze della sede dei Battuti sorgeva anche un altro "ospedale", detto dei Santi Bovo e Gottardo dalla Stella. Nel 1457 i tre ospedali e le due chiese furono riuniti sotto l'unica direzione della "Compagnia dei Battuti et Disciplini". Le chiesette e i luoghi pii annessi furono soppressi con decreto napoleonico del 1806, demaniati e quindi venduti a privati che li trasformarono in edifici d'uso civile. Il primo portale che si vede murato sul fianco destro all'interno del cortile di Castelvecchio , datato 1498, proviene dalla scomparsa chiesa della Disciplina, salvato all'epoca della costruzione della casa Toffanini. Il fabbricato della chiesetta di San Bovo sopravvisse invece fino al volgere dell'Ottocento dopo essere stato trasformato in teatrino.

Nel vicolo Disciplina sorge la casa natale del Beato Giovanni Calabria: su di essa fu posta nel 1977 una lapide commemorativa.
Via Fratta tramanda un toponimo antico d’incerta interpretazione, ma probabilmente alIusivo alla presenza di una recinzione difensiva d’età pre-comunale. In questa via sorgeva la chiesa di Santa Maria della Fratta, che diede il nome ad una contrada cittadina.

Nel 1822 fu intitolato corso Fratta quel tratto di corso tra la via e la porta dei Borsari. La chiesa di Santa Maria della Fratta era d’origine antichissima; più volte rinnovata, era stata rialzata nel 1746. Soppressa e demaniata nel 1806, fu venduta nel 1813 a Girolamo Ederle, che la trasformò ad uso civile: la sagoma dell'edificio, ridotto ad officina, ancora si intravede al n. 14 di via Fratta.

AI numero civico 29 del corso sorge Palazzo Bevilacqua , uno dei capolavori di Michele Sanmicheli. L'edificio è rimasto incompiuto rispetto al progetto originario, che collocava il cortile esistente in posizione centrale e prevedeva due scaloni simmetrici per l'accesso al piano nobile. La facciata poggia su un robusto basamento a lesene bugnate su cui insistono una balconata totale e un primo piano ad archi alternati da semicolonne con scanalature verticali e a spirale. Un cornicione decorato e dal forte aggetto conclude la costruzione. La datazione della fabbrica è incerta, ma sicuramente posteriore a quella di Palazzo Canossa; pertanto dovrebbe collocarsi nel quarto decennio del sec. XVI. Pure dibattuto è, in assenza dei disegni del maestro, il problema del progetto originario, anche se è probabile che la fabbrica si completasse nel modo sopra accennato. La facciata presenta fitti richiami all'architettura imperiale romana, sia nelle membrature architettoniche sia nelle decorazioni plastiche (i busti dei Cesari) a rilievo. Il palazzo ospitava la celebre collezione d’antichità di Mario Bevilacqua (metà sec. XVI), che nella sua casa promosse anche una raffinata attività culturale, segnatamente musicale.

La piccola piazza alberata dei Santi Apostoli, con il monumento ad Aleardo Aleardi eretto nel 1884, opera di Ugo Zannoni, offre la vista della romanica chiesa degli Apostoli. Già in età paleocristiana fu qui eretta una "Basilica Apostolorum" (sec. V), cui fu aggiunto il "martyrium" - cioè un tempietto destinato alla conservazione e al culto delle reliquie - delle Sante martiri Teuteria e Tosca. L'odierna Chiesa dei Santi Apostoli appartiene al primo Romanico veronese (inizi sec. XII); dell'interno originario si legge ben poco, poiché esso fu trasformato da tre navate all'attuale aula unica. La facciata ha un profilo a capanna, leggibile sopra una più tarda sopraelevazione. Lungo il fianco settentrionale della chiesa, quello prospiciente la piazza, sono murate tre tombe gentilizie: la prima è dei Zavarise (sec. XV), la seconda di Fiorino Fiorini (+1454), la terza dei da Pilcante.

Dirimpetto alla piazza si apre la facciata del palazzo Pozzoni-Seghetti in stile gotico veneziano del tardo Quattrocento (la prima bifora di sinistra è un rifacimento moderno).

Dall'altro lato del corso si erge palazzo Scannagatti, raffinato esempio di architettura proto-rinascimentale con portone e finestre scolpite a candelabre e plutei traforati nei balconi; le tre statue acroteriali, allegoriche del Passato, del Presente e del Futuro, sono un'aggiunta dello scultore Grazioso Spazzi (1862). In questo palazzo soggiornò e morì il poeta veneziano Arnaldo Fusinato, come ricorda la lapide murata in facciata.

Segue, fino a formare angolo con via Oberdan, palazzo Carnesali, con portali e balconi in marmo rosso veronese; il primo dei due portali reca incisi sugli stipiti i segni dei livelli raggiunti dal fiume durante le piene storicamente più gia disastrose. Vi si leggono ben sei date: 1512, 1568, 1757, 1845, 1868, 1882.

Nel largo che si forma agli sbocchi delle vie Oberdan e Cantore sorge la casa dei Giolfino, famiglia di intagliatori e pittori famosi tra Quattro e Cinquecento. La facciata era interamente affrescata, secondo la tradizione dal Mantegna, presunto amico di Nicola Giolfino, ma in realtà proprio da questi, che volle così abbellire la propria dimora altrimenti modesta; voi si leggono ancora brani della decorazione del registro superiore, protetti dallo sporto di gronda, e alcuni medaglioni sotto le finestre del secondo piano. Estraneo al programma pittorico originario è invece l'affresco raffigurante "Madonna e Santi", racchiuso in un'edicola ricavata nella luce di una finestra murata del piano ammezzato.

Dirimpetto, dopo il vicolo Riva San Lorenzo, si erge solenne Palazzo Carlotti , eretto nel 1665 su disegno di Prospero Schiavi: grandioso è il portale tra due gruppi di colonne che sostengono il balcone, sopra il quale sono murati due medaglioni del sec. XV; i timpani delle finestre del primo piano sono sormontati da mascheroni, quelli del secondo da una conchiglia fra due cornucopie. Internamente esiste una scala gotica del Quattrocento. Immediatamente sotto il davanzale della quarta finestra del piano rialzato stava la scritta di un soldato della Repubblica Veneta a ricordo del servizio di pattuglia reso durante la corsa del palio il 2 marzo 1710, ultima domenica di Carnevale, firmata "sergente Jacometo".

In posizione quasi simmetrica a Palazzo Carlotti sorge palazzo Serenelli-Benciolini, con un fianco appoggiato a Porta Borsari e con la facciata cinquecentesca prospiciente via Armando Diaz. Nella seduta del Consiglio comunale di Verona del 14 giugno 1923 fu stabilito che la città onorasse la Vittoria italiana con la costruzione di un ponte sull'Adige ad essa intitolato. In realtà il nuovo ponte era sollecitato per potenziare i collegamenti tra la città e l’area della cosiddetta Campagnola , già da allora destinata all'espansione edilizia.

La commissione giudicatrice, presieduta da Corrado Ricci, senatore del Regno, scelse il progetto esentato dall'arch. Ettore Fagiuoli e dall'ing. Ferruccio Cipriani. Il ponte , inaugurato il 4 novembre 1929, fu ultimato nel 1931 con l’erezione dei quattro gruppi equestri in bronzo simboleggianti la Vittoria: i due gruppi della riva sinistra sono opera di Angelo Biancini da Castelbolognese, i due della riva destra sono del veronese Mario Salazzari.

Per consentire l'accesso al ponte fu necessario radere al suolo il piccolo rione di San Micheletto e la Porta, che si allungava fino alla piazzetta dell'Agnello occupando l'area dell'attuale via Diaz. Da quelle demolizioni vennero in luce tratti delle mura romane di Gallieno ; sotto l’ex-chiesa di San Michele furono scoperte le fondazioni di un monumento funerario romano, i cui ruderi furono ricomposti nei giardinetti fuori Porta Vittoria (il perimetro del monumento è segnato sulla pavimentazione stradale con pietra trachite).

La scomparsa chiesa di San Michele alla Porta doveva il nome alla sua vicinanza con la Porta dei Borsari, anche se non si può escludere l’esistenza di una pusterla nella cortina romana in corrispondenza del decumano sinistrato primo (via San Michele alla Porta - via Sant'Eufemia). Antichissima per fondazione, essa si voleva consacrata da papa Lucio III. Soppressa nel 1806 e demaniata, fu venduta a Francesco Morando, e trasformata in casa d’abitazione.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1993

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