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Corrubio - Chiesa di San Martino

Verona / Italia
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Il suggestivo complesso romanico di San Martino di Corrubio, presso San Pietro In Cariano, le cui origini son fatte concordemente risalire dagli storici ai primi decenni del XII secolo, è stato recentemente restaurato, con l’intervento finanziario della Banca Popolare di Verona.

Il risanamento conservativo, affidato all'architetto Arturo Sandrini, oltre ad un oculato recupero del bene architettonico - tutt'altro che semplice, sia per il grave stato di degrado in cui versavano le strutture architettoniche sia per le numerose manomissioni subite – ha previsto pure un intervento di riqualificazione dell'area circostante, sì da valorizzare in tutta la sua pienezza il complesso monumentale, per restituirlo a nuova vita alla locale comunità e ai visitatori; i quali, da sempre numerosi, non mancano certo d'apprezzare le peculiarità artistiche di quest'architettura, considerata dalla storiografia artistica come una delle testimonianze più interessanti dell'arte romanica veronese.

Nonostante le ridotte dimensioni, la chiesa di San Martino vanta, infatti, un apparato di decorazioni architettoniche che, nei raffinati motivi stilistici, rivela strette analogie con quelli della bella pieve di S. Floriano o di altri importanti impianti chiesastici urbani, come Santo Stefano e SS. Trinità. Analogie che han fatto supporre, per gli esempi citati, una cronologia abbastanza ravvicinata - risalente agli anni immediatamente successivi al tremendo terremoto del 1117 - nonché l'impiego, per le decorazioni lapidee, delle medesime maestranze specializzate. Ma non va dimenticato, però, che San Martino svolge un ruolo di particolare importanza anche nel campo della storia della pittura medioevale del territorio, visti i numerosi affreschi due-trecenteschi che ancor oggi adornano le pareti, alcuni dei quali attribuiti al pittore Maestro Cicogna e datati 1300.

Di un oculato piano di restauro e risanamento conservativo si sentiva comunque I'improrogabile necessità anche per restituire al complesso quell'immagine che le vicissitudini del tempo, ma soprattutto la mano dell'uomo, hanno purtroppo alterata, quando non irreversibilmente compromessa.

L'edificio, ad una sola navata con tetto a capriate lignee e facciata a capanna, ebbe, infatti, a subire alcune prime trasformazioni già allo scadere del XV secolo, e più precisamente nel 1478, quando gli venne addossato al fianco sud una cappella intitolata a San Rocco, fatta erigere dai conti Banda - che a Corrubio possedevano una delle più interessanti ville quattrocentesche di tutto il Veronese - per assolvere un voto formulato in occasione di una pestilenza. Invero quest’interessante costruzione gotica, non priva di eleganza e che mostra non poche analogie stilistiche con San Giacomo del Grigliano e con le absidi di Sant'Anastasia e di San Fermo, più che risultare un'appendice della chiesa romanica, con la sua altezza e le sue dimensioni sembra quasi soverchiarla dando origine, soprattutto all'esterno, ad un complesso alquanto originale e del tutto insolito.

Forse proprio per questa ragione nel settembre del 1741 (la data era un tempo leggibile sopra I'oculo ottagonale ricavato in facciata) la chiesa di San Martino subì un secondo e più marcato rimaneggiamento: il rialzo di un paio di metri delle strutture murarie. L'operazione, mirante a ridurre il divario d'altezza della chiesa rispetto alla cappella quattrocentesca, non fu però indolore per la fabbrica romanica. Nell'intento di dare una qualche unità formale al complesso, l'intervento settecentesco, mosso da una volontà tipicamente "razionalista" notoriamente poco sensibile ai valori estetici medioevali, finiva così con l'eliminare gran parte della raffinata decorazione architettonica del coronamento di facciata, composta di un elegante motivo ad archetti pensili con sovrastante fregio a denti di sega e, a concludere, da una bella cornice con motivi vegetali intrecciati.

Di questa ricca e interessantissima decorazione, che come già detto mostra precise affinità con quella della pieve di S. Floriano, venivano risparmiate unicamente le due parti terminali all'estremità dei displuvi, caratterizzate da bei conci regolari di calcare, con blocchi angolari decorati da motivi floreali stilizzati, e due archetti pensili con peduccio dentellato. Parte della cornice veniva invece reimpiegata per la formazione dell'oculo ottagonale ricavato in facciata, poco sopra un affresco con quattro figure di santi; il quale affresco, ben visibile in una fotografia antecedente il 1945 già pubblicata dal Silvestri, risulta oggi scomparso.

Anche la zona absidale, com'è facilmente rilevabile dalla diversità del paramento della tessitura muraria, qui caratterizzata dall'utilizzo di materiali di recupero - per lo più ciottoli e frammenti lapidei alternati irregolarmente a qualche corso di mattoni - palesa i segni di un rifacimento successivo alla struttura originaria.

Un affresco raffigurante una Crocifissione conservata all'interno nella parete settentrionale del coro e datato 1505, ci permette di far risalire la costruzione della parte absidale alla fine del XV sec. o primissimi anni del XVI.

Degno di nota è pure il campanile, la cui parte inferiore è certamente coeva alla primitiva costruzione di San Martino, mentre la parte più alta (cella campanaria e cuspide) è da ritenersi coeva alla costruzione della Cappella di San Rocco. A conferma di ciò val la pena di osservare come il fregio in cotto sotto la gronda, composto di un motivo aggettante e da una cornice a dente di sega, non solo riprenda in parte la decorazione della cornice dell’adiacente Cappella, ma fosse perfettamente simile alla cornice di gronda della quattrocentesca villa Banda, distrutta nel 1945 dall'esplosione di una polveriera poco discosta dalla villa e dalla stessa chiesa di San Martino, la quale, come si rileva dal carteggio conservato alla Soprintendenza, ebbe a riportare pur essa gravi danni.

In una lettera scritta il 7 luglio 1945 dal gen. AIfonso Amistà all'allora Sindaco di San Pietro Incariano si legge, infatti: "Come Ella sà, vi sono due chiese, una l'antica verso nord, ed una più moderna verso sud, riunite fra loro da una grande volta. La prima è in condizioni pietose, e credo che se non si provvede con una certa sollecitudine crollerà il muro lato nord, quello cioè di maggior valore perché affrescato. Il tetto è crollato completamente". L'interessamento fattivo dell'allora soprintendente Pietro Gazzola e il contributo di alcuni privati fecero sì che nella primavera del 1946 si desse avvio ai lavori per la "completa ricostruzione del tetto e il consolidamento delle pareti affrescate".

All'intervento di ripristino del Gazzola vanno quindi ascritte le ulteriori modifiche apportate alla chiesa, tra cui, in primis, la demolizione del sopralzo settecentesco, e il tentativo di ridare alla chiesa la sua primitiva configurazione. E tuttavia, la perdita di gran parte della decorazione di coronamento, e la scelta - peraltro quasi obbligata - di conservare I'oculo ottagonale, non permisero di ripristinare gli spioventi del tetto alla loro originaria altezza, né di completarne la decorazione architettonica ad archetti pensili. Prendeva così corpo l'attuale configurazione che, pur proponendosi come palese soluzione di compromesso, ha comunque il pregio di far intuire le numerose manomissioni subite dall'edificio, che resta comunque, al di là delle molteplici vicissitudini, tra le architetture romaniche più interessanti del nostro territorio. La vivace policromia del paramento di facciata, le interessanti sculture che si ritrovano attorno al portale (che nella ghiera ripropongono un motivo vegetale simile a quello che decora l'abside di Mizzole), e quanto rimane delle decorazioni di coronamento, sono infatti elementi più che sufficienti ad indicare la ricchezza e il pregio di questa fabbrica romanica.

Ma è comunque all'interno, ritornato dopo l'intervento del Gazzola alle sue originarie dimensioni, che si disvelano forse gli elementi di maggior interesse della chiesa. I numerosi affreschi che vi si conservano alle pareti sono infatti tra le testimonianze più interessanti della pittura veronese trecentesca. Fu per primo il Simeoni che, nel 1907, li attribuì nella quasi totalità a Maestro Cicogna del quale lesse il nome e l'anno di esecuzione: 1300. Oggi questa scritta risulta pressoché illeggibile a causa dell'umidità che ha peggiorato, specialmente in questi ultimi anni, le condizioni dei dipinti.

Nella facciata interna rimane un San Martino e il povero. Il Santo è figurato nel modo consueto, ossia a cavallo nell'atto di consegnare parte del mantello al mendico, qui raffigurato ignudo. Martino indossa un ricco manto, con motivi floreali, sopra un'elegante veste da cavaliere. Per quest'opera, contrariamente a quanto sostenuto dal Simeoni che la vorrebbe pure del Cicogna, Sandberg Vavalà propone, non a torto, una datazione più tarda, intorno alla fine del XIV secolo.

Fra gli altri lacerti si può riconoscere la mano del Cicogna nelle rigide Sante Libera e Giustina ed in altre due figure di Santi, delle quali rimane oggi solo la parte superiore. In queste opere Maestro Cicogna rimane ancora fedele all'eredità bizantina che, proprio in quel periodo, conosceva un rinnovamento mentre il trono di Costantinopoli era occupato dalla dinastia mecenate dei Paleologo.

Benché contemporaneo di Giotto - tra l'altro presente con alcune opere a Verona - Cicogna non accoglie le novità del grande artista toscano, anzi sembra irrigidire le sue figure, talvolta un po' rozze e schematiche.

Ad un artista più antico va probabilmente assegnato il frammento posto sulla parete nord verso il presbiterio. Si tratta di una scena storica (vita di un santo?) o più probabilmente allegoria. Presso una città, raffigurata in campo prospettico che richiama vagamente la "iconografia rateriana" di Verona, sta un sacerdote o diacono, con capo tonsurato, in atto di reggere una croce astile, il quale sembra attendere un uomo che si avvicina remando su una grande barca di cui rimane solo la prua. Il colore appare qui vivace ed i volti presentano ombre giallastre con macchie di rosso sulle gote.

Passando all'attigua Cappella Banda di San Rocco, unita alla chiesa di San Martino tramite un'apertura ad arco ribassato, va osservato come l'interno, totalmente reintonacato, palesi una spazialità gotica, ben diversa da quella, più pacata, della fabbrica romanica.

L'invaso è composto di due ambienti: il primo a pianta quadra coperto con volta a crociera, l'altro, la zona absidale, ad andamento poligonale e volta ad ombrello contrassegnata da bei costoloni gotici. Nelle due chiavi di volta sono due sculture una con il motto di San Bernardino da Siena, l'altra con un "Eterno Padre" benedicente. Sui pilastri reggenti l'arco che divide i due ambienti si notano gli stemmi gentilizi della famiglia Banda, mentre nella zona absidale è un grande sigillo sepolcrale la cui iscrizione, datata 1478, ricorda i membri della famiglia Banda che concorsero alla costruzione della cappella.

L 'intero complesso, oggetto di sporadici - e non sempre corretti -interventi di manutenzione (dopo la complessa operazione di ripristino condotta dal Gazzola), presenta oggi gravi problemi di degrado sia a livello strutturale (il campanile, mai restaurato, porta ancora le "ferite» dell'esplosione della vicina polveriera che nel 1945 fece crollare il coperto della chiesa), sia per le numerose infiltrazioni d'acqua dalla copertura.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1989

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