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Complesso del Macello

Verona / Italia
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La crescita di una città, e il conseguente aumento della sua popolazione, si accompagna da sempre al bisogno di fornirla d’opportune strutture di servizio. Così, alla metà del Settecento, le autorità cittadine compresero che Verona non poteva più restare priva di un pubblico macello, nel quale radunare, per motivi di praticità e, soprattutto, d’igiene, tutte le attività correlate alla macellazione degli animali e allo smercio delle carni.

Il primo edificio adibito a questo compito sorse nel 1768 in Sottoriva, accanto al Ponte Nuovo, e assolse onorevolmente i suoi doveri per circa un secolo. Verso la metà dell'Ottocento però, nonostante gli ampliamenti cui era stato sottoposto in età napoleonica, fu inappellabilmente definito, come ricorda Ornella Selvafolta, "ristretto e inadatto", oltre che intollerabile "agli occhi e alle nari" degli abitanti della via. Si partì quindi alla ricerca di un luogo più adatto ad ospitare una nuova e più ampia struttura.

Era necessario che il sito fosse lontano dalle abitazioni, ben ventilato, facilmente approvvigionabile d'acqua corrente, esattamente le caratteristiche dell'area su cui sorgeva un altro impianto, recentemente passato In uso alle autorità militari, un tempo destinato alla quarantena delle merci.

Il complesso vantava ormai più di due secoli di storia. Già durante la peste del 1575, infatti, le autorità cittadine avevano intuito la necessità di dotare Verona di un'area dove isolare i prodotti che giungevano in città per via fluviale, fino allora "spurgati" disordinatamente in varie parti della città. A tale scopo fu inizialmente adibito lo "Stallone" adiacente all'antica chiesa detta del Crocefisso, ma in realtà intitolata ai santi Fermo e Rustico, edificata sulla riva dell'Adige là dove, secondo la tradizione, i due martiri erano stati decapitati.

Ben presto, però, la sistemazione d’emergenza divenne insufficiente. Tra il 1601 e il 1604 si provvide quindi all’edificazione di un apposito edificio destinato all'espurgo di tutte le merci provenienti dalla Germania e dalle Fiandre. Si trattava, come ricorda Pierpaolo Brugnoli, di un quadrilatero d’edifici provvisto dl cortile centrale, compreso fra l’attuale Via Aleardi, via Filippini, alcune case private e l’Adige. Addossata al suo fianco, rimaneva la chiesa del Crocefisso. La struttura ebbe vita breve: nell'agosto del 1624, infatti, la caduta di un fulmine sulla vicina polveriera della Torre di Paglia causò la completa distruzione sia degli edifici sia della chiesa del Crocefisso. Già nel gennaio successivo si diede il via alla ricostruzione dell'intero complesso, chiesa inclusa, impresa che risulta portata a termine nel giro di due anni,

La crescita del flusso commerciale proveniente dal nord Europa rese però ben presto insufficiente anche la nuova costruzione: nel 1678 si decise allora di affiancarle, su progetto dell'architetto Giambattista Bianchi, un nuovo complesso. La struttura sorse su un terreno al cui acquisto furono costretti a concorrere tutti i mercanti veronesi; la sua costruzione, affidata nel 1680 a Vincenzo Pellesina, Giacomo Bertolli e Leonardo Perini, fu completata l'anno successivo.

Nel 1682 il nuovo complesso fu adibito allo spurgo delle merci, mentre il vecchio fu concesso in uso ai mercanti come deposito per le loro merci. Proprio la tendenza dei mercanti ad "appropriarsi" della struttura, considerandola più un magazzino a loro disposizione che un luogo di prevenzione igienico-sanitaria, portò, nei decenni successivi, a deliberare la costruzione di una nuova dogana di fiume. Essa sorse sempre ai Filippini, a poche decine di metri di distanza, e vi trovarono posto sia i magazzini sia i locali destinati alla quarantena delle merci.

Divenuto ormai inutile, il precedente complesso venne progressivamente abbandonato. Nel 1803 i suoi edifici passarono in uso all’Amministrazione militare del Lombardo-Veneto, che ne fece sede di una caserma.

Un'altra variazione nella destinazione d'uso attendeva però il complesso architettonico. Come si è detto, infatti, il Comune di Verona mise gli occhi su quest'area al momento di scegliere il luogo adatto all'edificazione del nuovo macello pubblico. Le trattative con i militari, da qualche tempo intenzionati a vendere quegli edifici, giunsero rapidamente a buon fine e, il 31 marzo 1853, il Comune acquistò l'intero complesso edilizio. Il progetto della nuova costruzione fu redatto dall'ingegnere comunale Enrico Storari: come annota ancora Pierpaolo Brugnoli, egli propose non un generale abbattimento ma un sostanziale recupero delle strutture preesistenti, fornite nell'occasione di nuovi prospetti, interni ed esterni. Storari, sembra su suggerimento dell'illustre collega Giacomo Franco, mise particolare cura nella progettazione della facciata prospiciente Via Filippini, interamente costruita ex- novo secondo gli eleganti canoni dell'architettura neoclassica.

Qui il complesso venne a costituire un insieme formato da un corpo centrale e due ali laterali: in particolare il primo (dove trovarono posto i due ingressi, gli uffici di sorveglianza e l'abitazione del custode) fu provvisto di facciata decorata a cariatidi a forma di bovini inginocchiati, sostenenti un timpano. Il tema venne poi ripreso nelle teste bovine poste a decorare, a mo’ di fregio, l'intera facciata.

Il complesso fu strutturato all'insegna della razionalità nella disposizione degli spazi, della praticità nella collocazione delle strutture di appoggio, della ricerca d’ottimali condizioni igienico-sanitarie nella scelta dei materiali e nell'esecuzione delle finiture.

Gli edifici vennero così strutturati in modo da accogliere separatamente i vari tipi di animali (bovini, ovini, suini, cavalli, ma anche conigli), con annesso, specifico mattatoio. Anche gli spazi adibiti alla lavorazione del pollame e degli scarti vennero strategicamente distribuiti. Quanto alle precauzioni igienico-sanitarie esse previdero muri rivestiti di marmo per gran parte della loro altezza; pavimenti, pure in marmo, da ricoprire di calce e sabbia e leggermente inclinati, in modo da favorirne la pulizia; interstizi accuratamente murati per impedire l'annidamento dello sporco.

I lavori, banditi tra il maggio e il giugno del 1856, furono portati a compimento nel giro di due anni: tra collaudi e controlli, però, prima dell'apertura passarono ancora diversi mesi, tanto che il nuovo macello divenne ufficialmente operativo solo nell'ottobre del 1860. Tra il 1862 e il 1868 ancora l’ingegner Storari provvide al completamento della struttura con la progettazione e l'esecuzione di un palazzetto, tuttora esistente a fianco del macello, da adibire ad abitazione del veterinario provinciale.

Nel 1866 il Comune decise inoltre di trasferire al macello anche la "tripperia", destinata alla lavorazione dei "minuzzami", fino ad allora rimasta in Via Sottoriva, la cui presenza accanto alle abitazioni era divenuta ormai intollerabile.

Le vicende edilizie del nuovo complesso architettonico erano però ben lungi dall'essere terminate. L'alluvione del 1882 e la successiva costruzione dei muraglioni costrinsero, infatti, a modificare la facciata che prospettava l'Adige. Tra il 1888 e il 1898, poi, si rese necessario ampliare e modernizzare il macello, in conseguenza della continua crescita della sensibilità riguardo alle problematiche di carattere igienico-sanitario.

In quest’occasione non solo si modificò nuovamente il lato prospiciente il fiume ma, per guadagnare nuovo spazio, si decise di abbattere la chiesa del Crocefisso, ancora esistente a fianco del complesso. L'edificio sacro, già chiuso al culto in epoca napoleonica, nuovamente consacrato nel 1822 e da allora dipendente dalla parrocchia dei Filippini, fu demolito nel 1898. AI posto dell'antica chiesa resta ancora oggi una lapide, posta in sua memoria dagli addolorati parrocchiani.

Sempre in occasione dei lavori di ampliamento di fine Ottocento furono costruiti il gran capannone trasversale e le due palazzine a lato del nuovo Ingresso aperto verso Ponte Aleardi, quest’ultimo coperto da una tettoia in ferro e legno abbattuta in tempi recenti, dopo la destinazione del macello, abbandonato nel 1966, ad uso civile e commerciale.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1996

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