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Colognola ai Colli - Chiesa di Santa Maria della Pieve

Verona / Italia
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A chi percorre da turista la Val d'lllasi, non dovrebbe sfuggire, proprio all'imbocco di quello splendido comprensorio, una chiesa d’antichissima origine, ma della quale le parti più vecchie non sono databili anteriormente al secolo decimosecondo: è la chiesa di Santa Maria della Pieve, collocata in Comune di Colognola ai Colli, poco sopra la Strà di Caldiero, in aperta campagna, là dove, fin dai tempi di Roma, era un agro centuriato.

Di quei tempi la pieve conserva ancora una pietra, a forma d’architrave, recante una dedica ad Apollo, posta dai fabbricanti di lino L. Postumio Facile e T. Careio Valente, nonché una dedica a Mercurio, dio dei commerci, posta da L. Calvisio Oriculone, figlio di Publio, il che fa avanzare a più d'uno l'ipotesi che prima della chiesa cristiana qui sia esistito un luogo di culto pagano.

Secondo Umberto Gaetano Tessari - che si è occupato di questo complesso monumentale - la costruzione della chiesa sarebbe, infatti, avvenuta in due tempi: un primo tempo, altomedioevale, caratterizzato dalla sostituzione del tempietto pagano di Mercurio con una cappella di modeste dimensioni; un secondo tempo, fissabile intorno all'anno Mille, o pochi decenni dopo, caratterizzato dalla demolizione del primitivo oratorio e dalla costruzione della attuale scatola muraria. Siamo, come ben si capisce, nel campo delle ipotesi, ma d’ipotesi peraltro, almeno allo stato attuale degli studi e quindi in assenza di più solide documentazioni, senza dubbio verosimili.

Bassa - si direbbe quasi tarchiata - la costruzione, divisa internamente in tre navate da due file di rozzi pilastri, è poco appariscente: occorre proprio capitarci, abbandonando la strada provinciale e avendo come bussola il campaniletto a doppia cella, esemplato su modelli romanici, ma costruito, o meglio ricostruito, assai più tardi.

L’interno è semplice, eppur maestoso. Gli inserti delle epoche più diverse – come altari ed altri arredi – non disturbano, pur contaminandola, la linearità dell’insieme: un amalgama dunque che ha goduto gli apporti delle più diverse culture, sapendole spesso fondere o comunque facendole coesistere, sicché l’affresco trecentesco se ne sta accanto all’altare barocco, e in tutta confidenza.

"Resiste da mille anni l’incertezza statica – annota il Tessari –: ogni epoca ha aggiunto alle altre qualcosa di sé; qualcosa, necessariamente è mutato, come lo spazio prospiciente il presbiterio, allargato nel Settecento per meglio assistere alle celebrazioni eucaristiche. Si sono cambiate alcune suppellettili; si sono sacrificate, per modestissime architetture di legno, importanti partiture dipinte; si è addirittura provveduto a rivestire la zona plebana con una verticalità ionica. Malgrado questo, in Santa Maria, è rimasto inalterato e inalterabile il primato di un’architettura conventuale forte, sicura, latina, grezza, senza ornamento, autentica come la pietra. Un’architettura che avrebbe bisogno di un atto d'amore, generosissimo e fatale a un tempo, un restauro fatto di minimi interventi, intesi a nulla modificare, semmai a consolidare, a tenere insieme ".

Gloriosa è la storia del complesso, un tempo pieve matrice delle varie cappelle della zona, poi ridotta essa stessa a semplice cappella ed infine, non molti decenni fa, restituita almeno a rango di parrocchia. Già nella Bolla "Piae postulatio", datata Viterbo, 17 maggio 1145, Papa Eugenio III la conferma come pieve dipendente dal Vescovo di Verona e ne ricorda le cappelle dipendenti che sono quelle dei Santi Fermo e Rustico (diventerà la chiesa principale di Colognola), di San Vittore, di San Nicolò e di San Zeno. La Bolla recita anche che il vescovo si valeva in zona pur dei diritti di decima e di mezza corte, vale a dire di metà dei diritti feudali, gli altri spettanti ad uno o più signorotti locali.

La pieve era anche - e ciò almeno fino al secolo decimoquinto - collegglata. Il che equivale a dire che presso dl essa viveva una comunità clericale sotto I'usbergo di un arciprete, con una rappresentanza di tutti i gradini della scala gerarchica, dall'ostiario e dall’accolito, salendo attraverso il lettore e il suddiacono, al diacono e al prete: documenti ci parlano, per il secolo decimosecondo, di un arciprete Ugone, mentre di un altro arciprete dello stesso nome, morto nel 1348, esiste ancora, nel pavimento dell'attuale campanile, la lapide sepolcrale. Pare che nelle proprietà e giurisdizione della pieve abbia in quei secoli esercitato una certa autorità anche la potente abbazia di Sprea di Progno, signora della valle, ma il tema resta da approfondire.

Quello che si sa ancora di certo, perché lo dicono precisi documenti, è che il vescovo Ermolao Barbaro, attorno al 1456, decise di trasferire i diritti di parrocchialità da questa insigne pieve alla chiesa dei santi Fermo e Rustico in Arce, cioè sul monte di Colognola, dove evidentemente più comoda era la frequentazione alle cerimonie liturgiche da parte degli abitanti dei casolari circostanti. E' il verbale della visita pastorale del 1456 che dà appunto motivazione alla decisione del presule: "l'antica pieve - vi si dice - è pervenuta alla quasi totale desolazione poiché è una chiesa molto vasta molto antica e indecentemente ornata, e per la sua antichità e ancora perché è molto lontana dalle abitazioni".

Sempre da questo documento sappiamo che presso la chiesa non vi è più la comunità di clero officiante e che lo stesso arciprete, forse per essere più vicino alla gente, si era già trasferito presso la chiesa dei santi Fermo e Rustico, nella rocca di Colognola: "nella qual pieve - si aggiunge - di rado si battezza quantunque abbia il fonte battesimale, e nemmeno si conserva il Santissimo Sacramento". Vi si continuava tuttavia a celebrare la prima domenica di ogni mese e nei giorni solenni di Maria Santissima, sotto il cui titolo era stata fondata.

Anni tristi seguirono per la pieve finché ai primi del ‘900 venne anche per l'insigne complesso il momento del riscatto e del ripristino a parrocchiale. Il merito di questa rinascita si deve ad un illustre benefattore, a quel Basilio Turco che, ancora vivente, donò quasi intero il suo capitale per la rinascita materiale e spirituale del tempio, come recita tuttora una lapide murata all’esterno della sagrestia: il 18 aprile 1915, il cardinale Bartolomeo Bacilieri, Vescovo di Verona, formalmente decretava la resurrezione della parrocchia, dopo che importanti lavori, come il restauro della cella campanaria con la messa in attività di tre nuove campane, erano stati nel frattempo eseguiti.

Del patrimonio artistico della chiesa meritano almeno una citazione -accanto al dittico in pietra scolpito da Bartolomeo Giolfino nel 1430 - i molti affreschi che decorano le interne murature: un santo vescovo della fine del secolo decimoquarto, un San Zeno, un San Giacomo e un Sant'Antonio abate, un San Martino e un San Bartolomeo, assegnandoli alla scuola di Martino da Verona, una Madonna in trono della fine del secolo decimoquarto, una Vergine legata al mondo artistico di Altichiero, le nozze mistiche di santa Caterina degli inizi del secolo decimoquinto, un Volto Santo di Lucca del secolo decimoquarto e altri pezzi di indubbio interesse pur in un panorama pittorico che rimane assolutamente provinciale.

Una visita a questa antica testimonianza di fede e di arte merita allora indubbiamente di essere programmata nell'ambito di quell'itinerare alle chiese minori della provincia veronese che da qualche tempo si propone: si tratta di una forma intelligente di turismo alternativo che - non disdegnando certo le grandi testimonianze di passate civiltà - sa cogliere, anche in questi modesti edifici che sono le chiese di campagna, una lezione di storia, perché, anche attraverso questa via, la conoscenza del passato diviene fonte di meditazione ed utile richiamo a valori perenni.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1984

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