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Martedì 27 Settembre 2016, San Vincenzo de' Paoli
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Cologna Veneta

Verona / Italia
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Pochi altri centri periferici del territorio veronese possono vantare una tradizione ed una struttura "cittadina" come Cologna Veneta. Città di Cologna dunque, e non paese, come i suoi abitanti amano del resto definirla e com'ebbero in passato a sottolineare anche i vari scrittori di cose nostrane che di questo borgo murato, ai confini fra le terre vicentine e veronesi, ci lasciarono detto qualcosa: "né mancano a lei memorie onorate - così a tal proposito il Da Persico - perché città meritò di essere nominata e tenuta da magistrati e da scrittori diversi".

Cologna è oggi un grosso Comune che riunisce attorno a sé alcuni dei tanti vecchi e gloriosi comuni rurali che un tempo, pur dotati di relativa autonomia, le erano soggetti: Baldaria, Sabbion, Sant'Andrea, Spessa, Strà, dove la storia - anche quella con la esse maiuscola - è pur di casa, per via di ragioni strategiche ma altresì per la fertilità dei suoli, giusta un'altra osservazione del Da Persico: "fertilissima è poi la colognese campagna, sì che un suo campo ne dà di pregio e di frutto, quasi come tre de' nostri, non però de' migliori".

Molte testimonianze dei suoi antichi abitatori sono oggi conservate nel locale museo che vanta anche un primato: è infatti il più antico fra i musei archeologici della provincia di Verona, nato, come nacque, alla fine dell'Ottocento, anche se poi ebbe momenti d'alterna fortuna, pure con lunghi periodi di chiusura. Ma a parte tale primato, esso è comunque un museo di serie A per l'importanza delle sue raccolte archeologiche provenienti in buonissima parte da scavi eseguiti in passato nel Colognese e che, negli ultimi anni, hanno potuto arricchirsi di nuovi, singolari pezzi. Sono da segnalare, in particolar modo: i materiali d'epoca romana che provengono da corredi funerari. Vi sono urne cinerarie, tazze, lucerne e balsamari in vetro, e altresì una gran coppa in ceramica aretina, che presenta una decorazione barocca e che è riferibile al I secolo d.C. D'epoca romana è anche un cippo che, rinvenuto qualche anno fa a Baldaria, dopo varie vicende è finalmente giunto al Museo, mentre consistente è pure il gruppo di materiali dell'Età del Ferro, che appartengono alla civiltà paleoveneta. Tra questi vi sono un'ascia in bronzo, il frammento di una cista e un oggetto fittile che comunemente è denominato "Solarin de Baldaria".

Ma lasciamo la preistoria per dire che un momento di grande splendore per Cologna dovette verificarsi in epoca medioevale, quando la cittadina venne dotata di belle mura, con rocca e torri merlate, i resti delle quali si possono qua e là ancora ammirare pur dopo le distruzioni, abbastanza massicce, verificatesi in varie occasioni, non ultima per la costruzione del Duomo neoclassico, anch'esso gloria dei colognesi, eretto su disegni degli architetti veneziani Antonio Selva e Antonio Diedo, allievi del Canova e professori dell'Accademia delle Belle Arti della città lagunare.

Ancora murata vide Cologna Marin Sanudo, nel suo itinerario per la terraferma veneziana compiuto nell'anno 1483:

"Cologna - egli scrive - è piccola molto murata da mura antiche et vecchie. A' porte do: la Veronese, et Cremonese cussì l'altra chiamata; et è ai confini homeni pieni de ardimento; et già alias dimandò de gracia a la Signoria che li dovesse mandare uno Pretore, acciò non fusse più soto né VicenzaVerona; et vi poi star, qual'è sue giurisditione, bandizadi di terre e lochi, come a Venetia".

Le vecchie mura viste dal Sanudo erano state in origine il baluardo padovano contro i Veronesi (l'innalzarono i Maltraversi, signori di Cologna: 1000-1204) ; in seguito vennero rifatte dagli Scaligeri proprio per guardarsi da Padova. Caduta la Signoria di Verona, il castello fu importante fortezza anche durante il breve dominio dei Visconti, quindi dei Carraresi e poi dei Veneziani. Marin Sanudo ce lo ricorda: "... quadro, à 8 torre ben proportionate et è bona proportion a la grandezza del castello; et in mezzo è vuodo, e atorno atorno solo terra e volti dove era stale de cavali. …". Dopo Cambray, nella guerra tra il Pontefice Giulio Il e i Veneziani, danni notevoli subivano ancora le mura di cinta (1508-1517) che, ripristinate, vennero in seguito abbandonate.

Tuttavia, nello Statuto di Cologna del 1726, è ancora annoverato il castello: "Arx antiqua sed eximiae structurae, jam fortissimum propugnaculum". Ma sulle sue mura, auspice il provveditore, "fu presa parte" di erigervi il nuovo Duomo, sicché dell'antica Rocca rimangono la torre quadrata d'angolo, la cortina di ponente, parte della cortina di tramontana e tutto il dedalo degli ampi sotterranei, mentre la cinta murale scaligera è quasi per intero mascherata da costruzioni posteriori e la torre fu abbassata quando si riedificò la cancelleria criminale che era bruciata nel 1587.

Prosegue Marin Sanudo nel descrivere la cittadina, non disdegnando di ammirare la bellezza delle donne che l'abitavano:

"Fa fuogi 300; à do borgi e 16 ville grosse soto de si, et nel contato di Cologna ne sono sotoposti, per la descriptione facta, amene quatordexe milia. EI fiume sopra nominato va arente le mure, supra il qual Fiume Novo è un ponte ligneo va ne la contrà dita Cremonese, dove è la caxa, per quello loco bellissima, di Antonio di Piero Pollo Zenaro: è li patroni del castello di Cologna San Fortunato et San Felice dove è chiesia cathedral. Qui ne son done belle qual in altro loco vidi; unde miror".

Perché Cologna è sempre stata considerata così importante? Forse a noi contemporanei può essere difficile spiegarlo, abituati come siamo a considerarla piuttosto come emarginata dalle grandi linee di traffici (ferrovia, autostrada e statali) fra Verona e Vicenza e quindi fra Milano e Venezia. Ma storicamente occorre invece considerare che fino ad un secolo e mezzo fa il cammino più breve per recarsi da Venezia a Verona passava, come del resto anche oggi, per Padova, per dirigersi quindi verso Monselice, Este, Cologna e quindi, per Cucca, Oppi e Ponte Zerpano sull'Alpone, giungere a Verona.

Del resto - e ben lo rIcorda Bruno Bresciani - un progetto austriaco del 2 giugno 1836 prevedeva che la stessa ferrovia Venezia-Milano dovesse appunto transitare per Cologna, con un percorso che sarebbe stato inferiore a quello attuale. Fu appunto da allora che per Cologna iniziò un inevitabile declino, dovuto anche ad altri fatti che si erano via via venuti a verificare, anche se in primis va considerato quello viabilistico: l'essere stata irrimediabilmente tagliata fuori da una corrente di traffici sulla quale prosperavano produttori agricoli, commercianti e locandieri.

Ancora agli inizi del Novecento, Cologna era a capo di un distretto che, se non era molto vasto di territorio (era anzi il più piccolo fra gli undici distretti della Provincia di Verona), tuttavia era densissimamente popolato, comprendendo con il capoluogo, Albaredo d'Adige, Pressana, Roveredo di Guà, Veronella e Zimella, la cui popolazione assommava, al censimento del 1901, a 23.932 abitanti, tenendo quindi proporzionalmente il sesto posto per questo riguardo. Una popolazione, quella del distretto, che viveva allora di redditi sostanzialmente agricoli, su produzioni cioè che vedevano al primo posto i cereali, il riso, i gelsi (e quindi la bachicoltura), la canapa, la frutta, I'allevamento del bestiame e del pollame.

Ma, anche se il territorio del distretto era in modo preponderante votato all'agricoltura, non mancavano le attività industriali: vi si annoveravano alcune fonderie e stabilimenti meccanici, diverse fornaci per la produzione di mattoni e quadrelle, parecchie fabbriche di paste alimentari, alcuni brillatoi di riso, e poi tintorie, fabbriche di cordami, tipografie, tornierie da legname, alcune fabbriche di carri e carrozze, altre di botti da vino e tini, mentre si era già affermata, a livello anch'essa industriale, la produzione del rimasto famoso "mandorlato" che sprovveduti gastronomi si ostinano a confondere spesso col torrone.

Ed in particolare erano allora importanti, per il numero di operai che impiegavano e quindi per il fatturato che producevano, le varie industrie attinenti alla trattura della seta. Circa duecento erano gli operai impiegati nell'industria vera e propria ai quali andavano però aggiunti gli agricoltori dediti all'impianto e alla cura dei gelsi e soprattutto lo stuolo di donne impegnate nella coltivazione del baco da seta, dall'epoca dello schiudimento della "somenza" a quello della raccolta dei preziosi bozzoli. Di questa industria Cologna veniva giustamente additata come il centro principale per tutta la provincia di Verona, così come la vicina Lonigo lo era probabilmente per quella di Vicenza.

Tanta acqua è passata, da allora, sotto i ponti, e Cologna continua a combattere la sua buona battaglia per vedersi riconosciuto il ruolo che le compete, non soltanto a margine di queste sue gloriose tradizioni storiche ed imprenditoriali, ma anche per la buona volontà di cui sono tuttora animati i suoi amministratori, i suoi operatori economici e sociali, nel tentativo di colmare il divario verificatosi, in questi ultimi decenni, con le economie di comuni più fortunati, perché posti in posizioni divenute nel frattempo strategicamente più importanti.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1986

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