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Cittadella viscontea, Via del Pontiere, Via del Fante

Verona / Italia
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Il toponimo Cittadella oggi indica soltanto la grande e moderna piazza, adibita a parcheggio sotterraneo e di superficie, che si apre alle spalle del Palazzo della Gran Guardia Vecchia e del primo tratto delle mura comunali prospicienti largo degli Alpini. Storicamente, invece, esso designa la vasta area urbana delimitata, rispettivamente, dal tratto della cinta comunale tra i Portoni della Bra’ e l'Adige, dal corso del fiume fino al bastione San Francesco, dalle mura di Cangrande fino all'altezza della Porta Nuova e, infine, dalla muraglia che chiudeva il lato occidentale del quadrilatero dalla Porta Nuova ai Portoni della Bra'.

La Cittadella venne creata da Gian Galeazzo Visconti subito dopo la conquista di Verona (ottobre 1387): nel 1390 essa era già in grado di offrire sicuro rifugio ai soldati viscontei di Ugolotto Biancardo durante la sollevazione dei Veronesi. Abbandonata dai Carraresi, la Cittadella fu ripristinata dai Veneziani entro il 1422; essi se ne servirono fino al terzo decennio del Cinquecento, quando cominciarono a porre mano alla trasformazione del sistema difensivo di Verona.

Divenuta strategicamente inutile, l'area della Cittadella venne ricondotta a uso civile: il 29 gennaio 1535 il doge Andrea Gritti affidò a Michele Sanmicheli, soprintendente alla fabbrica delle mura, il compito di demolire la Cittadella e di lottizzare il terreno “dividendo le case et terreni in tanti pezi come li parerà meglio”. Sanmicheli fece demolire la muraglia occidentale, riaprendo così l'area alla città e concepì per essa un insediamento di tipo estensivo, con ampi spazi destinati a broli, sostanzialmente sopravvissuto, pure tra i vari mutamenti, fino ai nostri giorni.

Prendiamo le mosse dal fornice che immette in via del Pontiere: il passaggio, guardato sulla destra da una torre costruita da Alberto I della Scala, conserva il nome di Ponte Rofiolo, che ricorda il canale dell'Adigetto che da Castelvecchio correva all'Adige esternamente alla cinta muraria comunale. Sulla sinistra, appena varcato il fornice, è murato un rilievo funerario romano raffigurante quattro teste di defunti. Sulla destra si apre Via Adigetto, la cui sede fu ricavata dall'interramento del canale d'acqua.

Il toponimo via del Pontiere fu imposto in epoca fascista perché, lungo la via, esisteva la caserma del Genio Pontieri. Analogamente via del Fante, che prosegue il tracciato di via del Pontiere fino al bastione San Francesco, ricevette il nome dalla presenza della caserma del 79° Reggimento Fanteria, il cui fabbricato è stato adibito a carcere circondariale fino a pochi anni fa. In precedenza vigeva per tutto il tratto il toponimo via dei Cappuccini Vecchi, perché l'antica chiesetta di S. Croce di Cittadella, dopo essere assurta a parrocchia, era stata occupata dai frati Cappuccini. Il gruppo di case che divide, nel tratto finale, la sede stradale di Via Adigetto conserva il ricordo di tale chiesa, la cui sagoma può ancora essere rilevata verso vicolo Adigetto.

Nel 1499 una congregazione di laici costruì un oratorio non lontano dal canale d'acqua, trasportandovi un capitello recante l'immagine della Madonna che si ergeva sopra una spalletta del ponte Rofiolo. L'oratorio fu intitolato a Santa Maria Nuova dei Miracoli, ma comunemente fu detta della Madonnina. Nel 1574 l’oratorio venne ampliato e trasformato in chiesa con le funzioni di parrocchia ereditate dalla vecchia chiesa di S. Croce dei Cappuccini. La nuova chiesa fu pertanto consacrata con il titolo di S. Croce. Soppressa e demaniata nel 1806, essa fu venduta a privati che trasformarono il complesso nelle case di abitazione tuttora esistenti.

Sulla sinistra di via del Pontiere sorge l'edificio in due corpi con portico centrale aperto, che fungeva da ingresso al vecchio Campo della Fiera dei Cavalli, confinante con l'Adige: la Fiera vi si svolse tra il 1898 e il 1948, anno in cui la sede espositiva venne trasferita in Borgo Roma. Sull’area sorgono oggi gli Uffici Finanziari dello Stato. Anticamente, tra le mura comunali, il fiume e il contiguo monastero di San Francesco al Corso, di cui diremo tra poco, sorgevano chiesa, ospedale e monastero di S. Daniele. La costruzione del complesso ebbe inizio nel 1283 con un’oblazione di Verde, moglie di Alberto I della Scala.

A reggere monastero e ospedale furono sempre monache benedettine, a eccezione del periodo in cui tutta la Cittadella fu militarizzata. Gli edifici furono lesionati dallo scoppio di una vicina polveriera nel 1624; inoltre la zona non era delle più felici, essendo soggetta a continue inondazioni. Nel 1771 le monache si trasferirono nella soppressa abbazia benedettina di San Nazaro e vendettero la proprietà a privati; nel 1834 essa fu legata a favore dell'ospedale civile.

Poco oltre, sulla destra di via del Pontiere, si trova la chiesetta di San Domenico , originariamente annessa all'omonimo monastero: il portale è del sec. XVII, la statua del Santo titolare fu scolpita da Orazio Marinali; grazioso è il campanile, che, pur essendo della metà del Cinquecento, conserva un'impostazione quattrocentesca. L'area dell'ex-monastero, occupata in passato dalla caserma dei Vigili del Fuoco, ospita ora la sede dei Vigili Urbani del Comune di Verona.

Narra il Biancolini che, nella prima metà del Duecento, un certo Uberto Veronese costruì nel borgo di San Giorgio un monastero per esaudire la volontà della figlia Dolcebona, la quale, assieme ad altre giovani, era desiderosa di seguire la regola di San Domenico. Nel 1366 le monache di San Domenico si trasferirono a San Massimo; nel 1517, in seguito alla spianata, l'edificio fu raso al suolo e le monache dovettero ritirarsi dapprima in una casa privata a Santa Cecilia, poi nel monastero di San Fermo Minore e, infine, nella Cittadella, dove iniziarono appunto a costruire chiesa e cenobio.

Nel 1554 il monastero era ultimato e nell'anno 1600 contava cinquanta religiose; n’aveva ancora trentasette quando fu soppresso il 26 giugno 1806. Incamerato dal Demanio, il complesso venne dapprima affidato a privati; quindi fu venduto al notaio Antonio Maboni, che vi aprì un collegio femminile per le pie donne per esaudire il volere di una figlia monaca. Nel 1831 l'edificio passò in proprietà alle Sorelle della Sacra Famiglia, dette volgarmente Terese perché provenienti dal vicino convento di S. Teresa, che vi s’insediarono fino al volgere dell’800, quando l'area Il tornò a uso civile.

Dirimpetto, contiguo a S. Daniele, si apriva altro convento con chiesa intitolata a San Francesco d'Assisi, a memoria del sito in cui avrebbe dimorato il Santo durante il suo soggiorno a Verona nel 1220.

Nel convento si succedettero i frati conventuali di Santa Maria del Monte, gli Umiliati (1275), le Benedettine (1366). Soppresso nel 1447 per mancanza di monache, il monastero venne riattivato nel 1548 con le Convertite e le Franceschine, che nel 1842 si trasferirono nella sede di Via Carlo Montanari. La chiesa, rinnovata nel 1459, crollò nel 1624 per lo scoppio della vicina polveriera presso il Ponte Aleardi; ricostruita l'anno seguente, fu soppressa verso la metà del sec. XIX e servì in seguito per usi militari. Negli anni Settanta essa fu restaurata e sporadicamente utilizzata come “auditorium”.

In successione diretta si apre oggi l'area della cosiddetta Tomba di Giulietta . Qui sorgeva l'antica chiesa di S. Croce dei Cappuccini che diede il nome alla vasta contrada che comprendeva tutta la Cittadella viscontea. Consacrata nel 1141, l’edificio aveva annesso un convento di Agostiniani, promiscuo di frati e di suore, com'era in uso a quel tempo. Nel 1332 il convento rimase alle sole monache, che passarono all'ordine benedettino. Nel 1571 il complesso fu ceduto ai frati cappuccini di San Francesco e da allora la chiesa cominciò a chiamarsi di San Francesco dei Cappuccini. Chiesa e convento, soppressi nel 1806, vennero demaniati e affittati dapprima a privati, quindi incorporati nelle caserme del Genio Pontieri: i bombardamenti del 1945 li distrussero. I pochi resti del chiostro vennero sistemati con una certa suggestione e destinati a mèta di attrazione turistica giusta la tradizione secondo cui Giulietta e Romeo sarebbero stati sepolti nei pressi della chiesa di S. Croce.

Dirimpetto si erge la mole dell'Istituto tecnico industriale, aperto nel 1912 e gradualmente ampliato verso via dello Zappatore. Superato l'incrocio, la strada prosegue con il nome di via del Fante.

Sulla destra si estende un vasto terreno che gli Austriaci, nel 1840, utilizzarono per scopi militari: fu Pietro Gemma a disegnare i due grandi quartieri militari destinati, rispettivamente, a un reggimento di Fanteria (dopo l'annessione all'Italia vi si insediò il 79° Reggimento) e a uno di cavalleria (ex-caserma Mastino, ora sede degli uffici giudiziari). La vasta area occupata dai due fabbricati era chiamata Campone e lì venivano sepolti i soldati della Repubblica di Venezia: per qualche anno, dopo la proibizione di seppellire nelle chiese (1806), il Cimitero del Campone venne utilizzato anche per i civili.

Di fronte all'ex-caserma del 79° Fanteria – fino a pochi anni fa casa circondariale - si vedono i resti del Casino Gazzola con il portale d'accesso al “giardino” che si estendeva a lato. L'edificio fu costruito nella seconda metà del Cinquecento: il giardino, che scendeva verso l'Adige e si allungava fino al bastione di San Francesco, era noto per ospitare varie essenze esotiche e per essere in parte coltivato a piante di bergamotto.

Qui rimase ospite, dall'ottobre 1794 al 26 aprile 1796, il conte di Provenza, esule nella Repubblica di Venezia con il nome di conte di Lilla: nel giugno del 1795 egli venne salutato da numerosi fuorusciti francesi come nuovo re di Francia con il nome di Luigi XVIII. Un mese prima che giungessero a Verona le truppe napoleoniche, la Repubblica intimò all'ingombrante esule di andarsene.

Anticamente, nell’ambito del Casino Gazzola esisteva una chiesa, sorta nel 1211, detta di Sant'Antonio del Corso: accanto vi era un piccolo monastero di suore con annesso ospedale. Agli inizi del Quattrocento il complesso fu occupato dalle milizie venete; le monache trovarono sistemazione presso San Giovanni Battista della Ghiara, presso l’ex-ospedale civico di Via Guglielmo Marconi.

Sulla sinistra di via del Fante sorgono alcune graziose palazzine del primo Novecento con decorazioni di gusto “liberty”. In fondo alla via, piegando a sinistra, si raggiunge il Ponte San Francesco : esso prese nome dal bastione sanmicheliano su cui il manufatto poggia con la spalla destra.

Il ponte fu costruito, gemello del Ponte Catena , su disegno dell'architetto Arturo Midana, a completamento della strada di circonvallazione, per abbreviare la distanza tra gli scali ferroviari di Porta Nuova e Porta Vescovo. Inaugurato il 28 ottobre 1930 fu minato tra il 25 e il 26 aprile 1945. Dal ponte si gode un bel panorama della città verso nord.

Poco più a valle scavalca il fiume il Ponte della Ferrovia , intitolato a Francesco Giuseppe l, imperatore d'Austria e d'Ungheria. Iniziato il 6 marzo 1850, ultimato il 10 novembre 1852, il ponte venne inaugurato il 30 novembre successivo alla presenza delle maggiori autorità del Lombardo-Veneto.

A mezzogiorno Radetzky, il Patriarca di Venezia e il Luogotenente del Veneto partirono dalla stazione di Porta Vescovo con la locomotrice «Verona» diretti al ponte. AI suono dell'inno imperiale, Radetzky fece scendere una pergamena chiusa in un cilindro nello spazio vuoto, coperto poi dall'ultima pietra, della chiave dell'arco del sottopassaggio di destra. Il documento, ritrovato dopo che il ponte fu fatto brillare il 24 aprile 1945, recita:

L'ANNO IV DEL REGNO DI FRANCESCO GIUSEPPE I
PIO, FELICE, AUGUSTO
FU SOLENNEMENTE INAUGURATO
NEL GIORNO XXX NOVEMBRE
CALANDO LA SERRAGLIA DELL'ULTIMO ARCO
LA INVITTA MANO DI GIUSEPPE CONTE RADETZKY FELD MARESCIALLO
E GOVERNATORE GENERALE DEL REGNO LOMBARDO-VENETO
PREGATO DA
LUIGI NEGRELLI CAVALIERE DI MOLDELLE - DIRETTORE SUPERIORE
DELLE PUBBLICHE COSTRUZIONI
DI QUESTO REGNO

Una curiosità: Luigi Negrelli, citato nella pergamena, è il progettista del canale di Suez.

Attualmente nel sottopassaggio di destra del ponte è murata un'epigrafe:

GIROLAMO DONDI-OROLOGIO AMAI
NOBILE PADOVANO
ING. DISEGNÒ E DIRESSE IL LAVORO
ANTONIO TALLACCHINI DI CASCIAGO IMPRENDITORE ESEGUÌ
26 GIUGNO ANNO 1851
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1989

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