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Mercoledì 28 Settembre 2016, San Venceslao
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Chiesa di San Rocchetto (a Quinzano)

Verona / Italia
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La chiesetta di San Rocchetto sorge sulla collina veronese che si eleva tra Quinzano e Parona, protendendosi più d’ogni altra verso la pianura, l'Adige e il Saval. Quest’avamposto rilevato dovette da sempre esercitare una particolare attrattiva nei confronti degli abitanti della zona, come testimonia la presenza d’opere in muratura preistoriche ed in particolare la localizzazione a circa cento metri dall'edificio, nel luogo più elevato dell'altura, di un castelliere attribuito all'età del bronzo.

AI singolare aspetto della collina è legata l'origine del monumento: pellegrini reduci dalla Terrasanta, nel contesto dei paragoni tra Verona e Gerusalemme (Verona minor Hierusalem) che risalgono al periodo carolingio e sono attribuiti allo stesso arcidiacono Pacifico, ravvisarono nell’anzidetta altura caratteristiche assimilabili a quelle del monte Calvario (da cui secondo versione dotta la denominazione monte Cavro il cui nome potrebbe invece avere più prosaiche motivazioni) ed a sottolineare tale affinità elevarono tre croci sulla sommità e con una piccola costruzione rupestre vollero ricordare il Santo Sepolcro. Fu intorno a questo primo modesto manufatto che sorsero in seguito, in epoche successive, le strutture del piccolo santuario visibile attualmente.

In assenza a tutt'oggi di documenti comprovanti il succedersi degli interventi, è stato tuttavia possibile ricostruire nel tempo le varie fasi costruttive, analizzando le caratteristiche architettoniche, strutturali ed artistiche del monumento.

Il nucleo originale è costituito dall'attuale aula ecclesiale a pianta rettangolare tendente al quadrato, con tre absidi che si aprono sul lato nord e la cui muratura, esternamente non intonacata, appare nello stato primitivo sui lati nord ed est.

AI sepolcro fu riservato un posto d'onore nell'abside centrale, più ampia (mt. 3,55) delle due laterali (mt. 2,75 diametro) e lungo il perimetro dell’abside fu realizzato un ambulacro che aveva la funzione di permettere ai visitatori di sfilare ordinatamente innanzi alla sacra rappresentazione ivi collocata.
Per fare spazio all'ambulacro si dovette rimaneggiare l'originaria costruzione del sepolcro, la cui copertura a volta di botte fu interrotta come appare dalla strana asimmetria rilevabile nell'altezza delle spalle su cui poggia la volta stessa (spalla lato ovest h. 1,60, spalla lato est h. 2,20).

L'aula ecclesiale era delimitata verso sud da un intercolumnio, costituito da quattro colonne intermedie e due semicolonne terminali addossate alle murature, con capitelli e decorazioni quattrocenteschi presenti pure nelle lesene e negli archi della parte absidale.

Possiamo pertanto far risalire al XV secolo il nucleo originale del santuario unitamente ai vani di supporto (sacrestia e cucina attuali) disposti sul lato ovest, limitati tuttavia al piano terra.

Dell'intercolumnio anzidetto appaiono visibili parte delle due colonne centrai i fiancheggianti la porta d'ingresso e parte dei fusti e dei basamenti d’altre quattro poste ai lati delle finestre che si aprono nella muratura in cui fu inglobato l'intercolumnio, quando negli ultimi decenni del XVI secolo fu realizzato il portico antistante la chiesa.

Di epoca incerta, ma sicuramente posteriore alla versione quattrocentesca, è il caratteristico campaniletto, i cui angolari denunciano un chiaro innesto nella struttura originaria dipartendosi dalla muratura della sacrestia ad un’altezza di circa 3 metri. Esso aveva copertura troncoconica, come testimonia il basamento circolare in cotto visibile sulla cella campanaria ed il ritrovamento in luogo dei tipici mattoni a forma trapezoidale che, disposti su cerchi concentrici sovrapposti, si restringevano progressivamente dalla base al vertice del cono.

L'attuale copertura con capriata diagonale in legno a sostegno di un tettuccio a quattro falde rappresenta, infatti, una soluzione alquanto anomala e denuncia un intervento affrettato reso necessario dalla rovina della precedente struttura conica in cotto.

L'avancorpo posto sul lato sud, comprendente un porticato ampio quanto l'aula ecclesiale e profondo circa mt. 3,50 con sovrapposta una sala panoramica prospettante con tre finestre verso mezzogiorno, una verso est ed una verso ovest (tutte a forma quadrata con contorni in tufo), risale al 1571 (o 1576), come risulta da una scritta inserita nella zona di colmo del frontespizio dell'avancorpo, immediatamente al di sopra della finestrella tonda.

Il portico si articola in cinque archi a tutto sesto (tre orientati verso sud, uno verso est, uno verso ovest) sostenuti da pilastri a conci di pietra sbozzata che conferiscono all'insieme una sobria eleganza.

Sono appoggiati alle chiavi di volta degli archi gli stemmi dei nobili benefattori che patrocinarono le opere, estese altresì al primo piano del corpo ausiliario sito nella zona ovest, ove in un'ampia sala appare tuttora un camino in pietra di pregevole fattura tardo cinquecentesca.

Quasi coeve a questi interventi architettonici possono essere ritenute le opere pittoriche "a fresco" visibili all'interno dell'aula ecclesiale, attribuite a Paolo Ligozzi, pittore particolarmente attivo nella zona, la cui arte, pur ritenuta non eccelsa, abbellisce monumenti quali San Dionigi a Parona, Santa Maria del Degnano a Fumane, Sant'Andrea ad Incaffi appartenenti ad un’architettura cosiddetta "minore", termine quest'ultimo accettabile per quanto riguarda l'aspetto dimensionale, ma piuttosto inespressivo e fiscale per quanto si può riferire ad un giudizio critico.

Pezzo forte dell'intervento del Ligozzi è il ciclo sulla vita di San Rocco, alla cui devozione è ascrivibile l'insieme di opere architettoniche e pittoriche eseguite in quegli ultimi decenni del XVI secolo.

La devozione per il santo francese, protettore dai flagelli della peste, si sovrappone così a quella per il Santo Sepolcro ed il nome stesso della chiesa, San Rocchetto, evidenzia questo "nuovo corso" devozionale e nello stesso tempo distingue la chiesuola alta sulla collina dalla più imponente chiesa di San Rocco, che il Comune di Verona aveva elevato nel 1486 su una piattaforma naturale ubicata alla base della medesima collina.

Il ciclo pittorico illustrativo della vita di San Rocco si sviluppa in episodi che si susseguono sulle pareti est, sud ed ovest dell'aula ecclesiale, accompagnati da didascalie inerenti al soggetto illustrato. Il ciclo ha inizio da destra a sinistra sulla parete sud ove sono illustrati quattro episodi: la nascita del santo, la sua partenza da Montpellier, il suo primo miracolo in favore degli appestati, il suo incontro con il cardinale Britanni; prosegue poi sulla parete est con due affreschi relativi al suo incontro in Roma col Papa ed al suo eremitaggio in compagnia del fido cane che gli offre il pane, secondo la celebre tradizione, e si conclude infine sulla parete ovest con i tre episodi dell'incarceramento, della morte e della costruzione a Venezia di un tempio in suo onore.

Ogni riquadro appare ricco di particolari coloriti e di piacevoli prospettive paesaggistiche e la parte di protagonista del santo risulta quanto mai discreta.

Sul frontone sovrastante l'abside centrale è raffigurata invece una delicata Annunciazione con le figure dell'Angelo e della Vergine simmetricamente disposte secondo un classico motivo compositivo rispetto all'ampio arco dell'abside. AI centro della composizione, quasi all'intradosso della copertura, vi è la figura benedicente del Padre, mentre il simbolo dello Spirito Santo è raffigurato su un baldacchino in legno gravemente deteriorato.

Sulla parte di facciata esterna sottostante il portico ed in particolare sulla muratura in cui fu inglobato l'antico intercolumnio sono dipinti a fresco, simmetricamente rispetto all'ingresso, San Rocco nel tipico atteggiamento di mostrare la piaga ed un Cristo trionfante nella Resurrezione. Le due opere sono attualmente quasi irriconoscibili non tanto per l'azione del tempo e degli agenti atmosferici, quanto per l’italica consuetudine di scrivere nome, cognome ed altro in ogni parte accessibile di monumento e quando le scritte come nella fattispecie sono eseguite con chiodi, punteruoli ed altri improvvisati attrezzi d'incisione, i danni risultano ancora più gravi.

Fu pertanto sul finire del Cinquecento che il complesso pervenne alle attuali forme e dimensioni; in seguito tuttavia furono apportate ulteriori modifiche che ne alterarono la linea, come ad esempio la diversa sistemazione del tetto, il cui colmo, portato a ridosso del campanile anziché in asse con la chiesa, venne a soffocare la già modesta verticalità dello stesso (già limitata dalla rovina della più slanciata copertura originale), tappando oltretutto buona parte della finestrella archivoltata della cella campanaria rivolta verso est.
Opere accessorie più tarde furono la costruzione di un magazzino-stalla a piano terra e di due vani a piano primo, a prolungamento verso nord del la- to ovest, per rendere abitabile il piccolo complesso da un nucleo familiare di coloni-custodi la cui presenza in luogo durò sino a pochi anni fa. Ascrivibile agli anni intorno al 1700 è invece la sistemazione esterna tesa a conferire all'insieme un aspetto più monumentale ed eseguita con criteri per così dire scenografici: venne, infatti, formata un'esedra, preceduta da alcuni gradini, avente funzione di belvedere prospettante la città e delimitata da murature con terminali in pietra sagomata e sedili ricavati in grossi monoliti di tufo; una scalinata, avente come capisaldi due massicci pilastri in pietra lavorata, partendo dall'esedra raggiunge l'arco centrale del portico, inquadrando l'insieme in una serrata prospettiva; anche nel portico furono inseriti quattro sedili in pietra di più aggraziata fattura. Pilastri in pietra sormontati da sobri elementi decorativi furono posti a delimitazione dei due ingressi minori esterni verso nord-est (ove si conclude la stradicciola che sale da Quinzano) e nord-ovest.

Contemporanea a questo intervento fu la realizzazione dell'attuale altar maggiore che, essendo l'abside centrale occupata interamente dalla cella del S. Sepolcro e dall'ambulacro, fu collocato alquanto al centro dell’aula ecclesiale già di per sé abbastanza limitata (mt. 7,50 x 10 ca.). Nell'altare, oltre ai consueti motivi decorativi settecenteschi, si può ammirare un altorilievo in pietra raffigurante San Rocco con l'immancabile cagnolino, situato al centro del basamento, mentre la pala del pittore ignoto raffigurante San Rocco, la Madonna e San Sebastiano ed il quadro su tela in cui compare San Rocco e San Francesco, attribuito alla mano dell'Aliprandi, posto nell'abside di destra, non sono più visibili in luogo essendo stati per motivi cautelativi asportati e conservati a cura del Capitolo della Cattedrale, da sempre proprietario del piccolo santuario. Parimenti asportati e conservati in luogo sicuro furono i personaggi della Passione che nella cella sepolcrale componevano il gruppo del compianto sul Cristo morto: trattasi di sei statue lignee del XVI secolo, di dimensioni piuttosto limitate (circa cm. 20) e di rustica espressività; il Cristo appare invece di più raffinata fattura ed ha dimensioni maggiori (circa cm. 50).

Nell'abside di sinistra è rimasta una tela, pure attribuita all'Aliprandi, che sappiamo aveva per oggetto l'orazione di Gesù nell’orto degli ulivi; purtroppo il degrado è tale che ogni lettura risulta oggi impossibile.

L'intero complesso versa del resto in pessime condizioni di conservazione: l'intervento eseguito da volontari con fondi derivanti da pubbliche sottoscrizioni a seguito d’azioni vandaliche che potevano portare alla distruzione del monumento, è stato per così dire d’emergenza; si è riparato il manto di copertura sull'aula ecclesiale affinché almeno gli affreschi non subissero più oltre l’ingiuria degli agenti atmosferici, sono stati integralmente rifatti quasi tutti i serramenti esterni per motivi di sicurezza e per evitare che il vento spazzasse liberamente all'interno, è stata eseguita una notevole opera di pulizia e di ripristino dei muriccioli a secco che costituiscono parte integrante del paesaggio e ben si ricollegano alla rustica architettura del monumento rappresentandone quasi una continuazione nel territorio circostante.

Tuttavia, fermo restando la validità del lavoro eseguito e la dimostrata volontà da parte della gente di Quinzano di conservare un monumento caro a tutta la comunità, è necessario che una radicale azione di restauro sia affrontata con strutture e mezzi adeguati ed a tale scopo è sorto il comitato con denominazione e motto "Salviamo San Rocchetto".

Altra esigenza per la conservazione del santuario sarebbe un'azione di custodia vera e propria, necessaria anche per riportare nella chiesetta le opere e gli arredi sacri custoditi altrove; riportati nella loro sede naturale essi ricostituirebbero il patrimonio storico ed artistico che la pietà popolare aveva in varie epoche saputo creare. Il monumento ben noto soprattutto per la particolarissima ed incantevole collocazione paesaggistica che lo rende meta di piacevoli scampagnate fuori porta, restaurato e ripristinato in ogni sua parte, sarebbe così anche testimone non secondario d’arte e di storia.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1984

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