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Chiesa di San Fermo Piccolo

Verona / Italia
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Narra la "passio" dei santi Fermo e Rustico che, essendo vescovo di Verona ProcoLo, i due futuri martiri, militari di professione convertiti al cristianesimo, sarebbero stati, a causa della loro fede, dapprima imprigionati nelle carceri di Cortalta e quindi, dopo varie torture, decapitati in riva all'Adige nei pressi dell'attuale Ponte Aleardi. Sull'area delle prigioni sarebbe poi sorta la chiesa cosiddetta di San Fermo in Cortalta che oggi più non esiste ma che è ricordata da una lapide infissa sull'angolo di una casa di Via Garibaldi, prima di Palazzo Miniscalchi, e nella quale è detto che Michele Pesenti, prete e musico, l'ebbe a restaurare nel 1525.

Sull'area del martirio sarebbe nata quasi subito una chiesa detta poi di San Fermo Minore per distinguerla da quella di San Fermo Maggiore. Quest'ultima sarebbe stata edificata solo nel secolo ottavo in capo al ponte delle Navi per accogliere le salme dei due santi martiri, già sottratte da mani pietose ai carnefici ed esulate in Oriente, quando sarebbero tornate solennemente a Verona, essendo vescovo Annone e ciò almeno secondo un antico documento, detto la "traslatio" e aggiunto alla "passio".

Nel 1139 la chiesa dl San Fermo Minore - che forse sostituiva un precedente sacello distrutto nel terremoto del 1117 e nella quale era stata collocata la pietra cosparsa del sangue dei due martiri quando fu loro amputato il capo - esiste senza possibilità di dubbio: quell'anno, infatti, era stata consacrata dal vescovo Tebaldo, giusto quanto asserisce un’iscrizione riprodotta dal Biancolini.

Accanto a questa chiesa figurava in quel secolo anche un piccolo monastero di monaci, dipendenti dal più grande monastero benedettino di San Fermo Maggiore, al ponte delle Navi. Anzi verso il 1256, quando i Francescani si impadronirono di San Fermo Maggiore, i benedettini furono costretti a trasferirsi qui, nel monastero di San Fermo Minore, dove a quest'epoca funzionava anche un ospedale chiamato della Chiesa di San Fermo Piccolo.

Ma nel 1389 Gian Galeazzo Visconti, per costruire la Cittadella, fece abbattere il monastero: fu così che i Benedettini che qui abitavano, costruirono, con i 600 scudi d'oro avuti come risarcimento, un nuovo monastero ove è ora la Chiesa di San Fermo Minore in Braida, vulgo Filippini. Nella distruzione del convento di San Fermo Piccolo non furono peraltro travolti la chiesa e l'ospedale che continuarono a svolgere la loro funzione.

E' nel 1469 che, in alcuni documenti, la chiesa e l’ospedale di San Fermo Piccolo sono chiamati per la prima volta anche nel Crocefisso, per via di una croce stazionale che collocata sull'altare maggiore della chiesa e alla quale si attribuivano capacità miracolose.

Nel 1512 papa Giulio Il donò all'ospedale di San Giacomo alla Tomba la chiesa del Crocefisso con relative adiacenze, affinché chi fosse infetto da lebbra o peste e si fosse dovuto trasportare all'ospedale trovasse qui un punto di riferimento prima di imbarcarsi, via fiume, all'asilo di San Giacomo della Tomba nel quale sarebbe stato curato.

Il documento, riportato dal Biancolini, recita che la donazione della chiesa con adiacenze e giurisdizioni, fu fatta affinché coloro che fossero infetti di lebbra o di peste e si dovessero trasportare all'ospedale, presso la casa di questa chiesa posta in riva al fiume più facilmente e comodamente, specie di nottetempo, vi si facessero sostare per traghettarli poi a quel luogo Pio per via del fiume che lo congiunge ad essa e visi ricoverassero i convalescenti.

Come "stazione di partenza e di arrivo", il piccolo ospedale di San Fermo Piccolo o del Crocefisso continuerà a funzionare anche dopo la costruzione Lazzaretto al Pestrino al quale erano spediti tutti coloro venivano colpiti da epidemie. N’è buon testimone Francesco Pona che descrisse la peste del 1630: "La maniera del trasferire al Lazzaretto gl'infermi, era con barche a ciò deputate: concorreuano da tutte le parti della Città, persone infette, d'ogni sesso, d'ogni età, d'ogni conditione, portate per lo più sopra que' familiari sedili ch'usan le Donne: onde sù la strada, ch’è della Chiesa del Crocifisso più vicina si vedeuano alle hore prefisse radunate le caterue de' feriti; accompagnate da' più teneri congiunti, che lagrimando prendeano gli ultimi congedi; e nel seno tale del figliuolo, ò della figliuola; tale del fratello, ò della sorella, versauano quel poco, ò quel molto oro, che potesse à se più che à gli altri, allettare la carità de' ministri. Alcuni moriuano dalla Casa alla barca; altri nella barca tantosto che dentro saliti erano; altri semivivi arrivavano al loco publico ".

Già dalla fine del Cinquecento l'area su cui sorgeva l’ospedale era stata adibita a "sborro" per la disinfestazione delle merci. I lavori per la costruzione del nuovo edificio rispettarono però la chiesa del Crocifisso che continuò ad ospitare la croce miracolosa.

Ma nel 1624, all'8 d'agosto, lo "sborro" e la chiesa del Crocefisso saltarono in aria a causa di un fulmine che verso sera fece scoppiare il deposito polvere che era nella vicina Torre della Paglia: " ...essendosi impirato la polvere che era nella torretta per il fulmine che venne dall'aria, la sera del lunedì 12 agosto 1624 - narra un cronista - precipitarono tutti li detti edifici [la chiesa del Crocefisso "con il Tezon del sborro" e case de bidelli e altri ministri] e particolarmente la chiesa suddetta e case di quella con la morte anco di tre persone, essendo restato il prete curato sepolto sotto quelle rovine, et fu però vivo cavato fuori; restò però con evidente miracolo da Dio illesa una grandissima croce di legno su la quale è dipinto l'imagine del Nostro Redentore Crocefisso chiara per miracoli molti antecedenti et per quest'ultimo così evidente dalla grazia et infinita benignità del grande Iddio esaltata".

Subito, l’8 gennaio 1625, viene deciso di ricostruire, a spese dell'ospedale di San Giacomo e con impiego di 14.000 ducati, sia la chiesa sia lo sborro. Lo ricorda anche Leonardo Donato, podestà di Verona, presentando al Senato Veneto la relazione del suo "reggimento di Verona", il 6 luglio 1628. "Nella città vi è poi la Chiesa del Crocefisso con il tezon del sboro e case de ministri nella restauratione per causa della saeta furono spesi ducati 14 mille di ragione del medesimo Lazareto", tanto che il 6 aprile 1627 i lavori di ricostruzione risultarono terminati con la consulenza e forse su progetto di Domenico Curtoni, l'architetto che è anche l’autore della Gran Guardia, come risulta dai pagamenti che gli vengono fatti dal priore del S. Monte di Pietà su mandato dei provveditori alla Sanità, con l’incarico di "soprastante alla restauration dello sborro".

In questa data la chiesa viene solennemente inaugurata riportandovi processionalmente la croce, già famosa per i suoi miracoli, che era rimasta illesa nello scoppio e che era stata ricoverata provvisoriamente a Sant’Agnese, mentre a ricordo della distruzione e della ricostruzione veniva apposta anche una lapide, riportata dal Biancolini, e che andò in seguito distrutta.

Dopo la sua chiusura al culto in epoca napoleonica, la chiesa del Crocefisso - che era sopravvissuta alla fine dello "sborro" (costruita infatti la nuova dogana, lo "borro" verrà via via abbandonato tanto che nel 1803 passerà all’Amministrazione militare che lo destinerà a caserma) - vedrà nel 1822, su interessamento di un pio sacerdote, la sua riapertura al culto. La parrocchia dei Filippini ne avrà cura fino alla sua distruzione, avvenuta per l’ammodernamento dell’ex macello negli ultimissimi anni dell’800.

Ancora murata in sito è una lapide posta il 17 aprile 1904 "con permesso municipale" dai parrocchiani dei Filippini per ricordare la distruzione della chiesa. Essa recita: "Qui, sul creduto luogo del loro martirio, ai Santi Fermo e Rustico fu anticamente dedicata una chiesa, dal popol detta del Cristo. In tempi moderni ruinata e rifatta, venne demolita nel 1898 per l’ampliamento del pubblico macello".
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1985

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