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Cerea

Verona / Italia
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Importante Comune della pianura veronese, Cerea comprende con gli abitati del Capoluogo (Cerea, Cherubine e Frescà) anche quelli di Aselogna, Asparetto, Barbere, Palesella e Santa Teresa in Valle.

Già nel secolo scorso le guide la indicavano con tutte le parvenze di una piccola città "non priva di edifizi moderni e di bello aspetto", divenuta proprio in quegli anni, in ciò favorita anche dalle comunicazioni ferroviarie, un centro di produzione e di commercio agricolo di grande importanza, al punto che la sua fiera annuale e i suoi mercati settimanali andavano riguardati come fra i più frequentati di tutto il Veneto.

"Prodotti del suolo coltivato con cura e feracissimo - annotano tali guide -: cereali, riso, foraggi. L'allevamento del bestiame è quivi praticato su larga scala. Altre industrie esercitate in luogo: la fabbricazione dei laterizi, la brillatura del riso, la fabbricazione delle paste alimentari, la lavorazione dei cordami e della canapa, la tintoria ed altre piccole industrie per i bisogni locali".

Già allora avevano favorito lo sviluppo economico e demografico di Cerea alcune congiunture favorevoli: il territorio del Comune è, infatti, percorso dal fiumicello Menago, che da Cerea appunto cominciava ad essere navigabile per barconi di discreta portata fino alla sua foce nel Tartaro. Era attraversata anche dalla strada provinciale Verona-Legnago e dai tronchi ferroviari Dossobuono-Cerea e Mantova-Legnago che, proprio nella stazione di Cerea, si congiungevano. Ma oltre a quelle che oggi si chiamerebbero le infrastrutture, non poco contribuirono fin da allora alla crescita sociale ed economica di questo centro della Bassa veronese, la laboriosità dei suoi abitanti e le capacità imprenditoriali di alcuni fra questi, compresi quanti dettero il primo avvio alla nascita di un artigianato dapprima e di un'industria poi della lavorazione del legno, con particolare riferimento al cosiddetto mobile d'arte.

Spiccando un salto indietro nel tempo (anche se poi si ritornerà su questi temi) va ancora annotato come il territorio di Cerea, con quello delle vicine Valli Grandi Veronesi, conservi, tra le altre, importanti tracce ivi lasciate dalla presenza dell'uomo durante l'età del bronzo e al punto da farci trovare di fronte ad uno dei più significativi ambienti preistorici della pianura veronese. Il caso più noto di abitati dell'età del bronzo è quello di Castello del Tartaro situato nella parte più meridionale del territorio di Cerea: occupa ben quattordici ettari ed era sicuramente uno dei più estesi di tutta la pianura padana, al punto da accendere la fantasia popolare che lo identificava con la mitica città di Carpanea.

Agro centuriato negli anni della dominazione romana, forse impaludato e inselvatichito per tutto I'alto medioevo, il territorio fu riconquistato alle colture agricole pochi decenni prima dell'anno Mille: nel 923 Eriprando, arcidiacono della Chiesa veronese, concesse, infatti, ai liberi abitanti (una sessantina di capifamiglia) il Castrum di Cerea e ai loro discendenti di condurre a termine la costruzione dello stesso castello, circondandolo di mura e di pietre e di abitare in esso. Poco dopo si registra, nei diritti di Cerea, un'intromissione dei Canossa e dei conti di San Bonifacio che entrarono poi in conflitto con il Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Verona, anch'esso in lotta per il possesso del paese, come del resto anche lo stesso Comune di Verona.

Retta da un Podestà, Cerea si darà, nel 1304, anche suoi statuti, che sono rimasti quasi un unicum del Trecento veronese. E sempre a questo medioevo centrale appartiene anche la costruzione della chiesa romanica dedicata a San Zeno, tuttora conservata. Poco fuori dell'abitato, questa chiesa appartiene al romanico pieno e va quindi datata agli inizi del secolo XII. A tre navate, ha una doppia fila di pilastri nei quali sono inglobate colonne che, poco dopo la costruzione della chiesa, si dovettero rinforzare per I'eccessivo carico che era stato loro chiesto di sopportare.

Purtroppo nel 1910 la chiesa fu "restaurata" senza rispetto per I'architettura originale: vi fu sopraelevata la nave centrale, sicché la facciata del tempio risultò a salienti, perdendo il suo originale andamento a capanna, mentre anche all'interno si andavano alterando le antiche proporzioni. Tutta in cotto, la chiesa è anche dotata di una poderosa torre campanaria, con base in corsi di tufo e di ciottolo, che doveva un tempo terminare in maniera piana. Poi, come a quasi tutte le consorelle del Veronese, le fu aggiunta la pigna.

Mentre il borgo si sviluppava, anche altre chiese venivano costruite in tutto il territorio, comprese quelle delle attuali frazioni divenute così via via, nel tempo, sedi d'altrettante parrocchie. Per limitarci comunque alle più prestigiose, ricorderemo almeno la chiesa di San Vito con annesso convento e la pieve di Santa Maria, ora parrocchiale del Capoluogo, interamente ricostruita tra gli anni 1730-1750 dopo che la precedente - da attribuirsi all'epoca della bella e sopravvissuta torre campanaria, e quindi al XII secolo - era improvvisamente crollata, per fortuna senza danni ai fedeli, nell'anno 1717.

Si è detto dell'importanza che ebbe a Cerea il comparto agricolo. Qui, infatti, fin dal medioevo s'impegnarono ingenti capitali nel prosciugare, disboscare, canalizzare acque e mettere terre a coltura. E se dapprima gli enti ecclesiastici non furono secondi ad alcuno in quest'opera di bonifica, più tardi, soprattutto ai tempi della dominazione veneta in particolare, furono illustri casati veronesi ad occuparsi delle loro tenute, divenute via via aziende modello e sulle quali i signori costruirono case dominicali e ville prestigiose. Fra queste famiglie sono quelle dei Pellegrini, dei Carminati, dei Dal Ben, dei Brenzoni, dei Parma-Lavezzola, dei De Medici, dei Dionisi e tante altre.

Nella realizzazione di tante fabbriche i blasonati si rivolgevano ai buoni uffici d'agrimensori e d'architetti, di scultori e di pittori di grido. Talvolta si "dilettavano" d'architettura essi stessi, come quel Gabriele Dionisi che nel secolo XVIII si costruì la villa di Ca' del Lago, con la consulenza e la collaborazione peraltro d'altri artisti (fra i quali il bolognese Giuseppe Montanari e i veronesi Nicola, Giovanbattista e Marco Marcola), fra biolche di terra e marcite atte alla coltura del riso, in un paesaggio che non è certo quello della collina veneta, ma che tuttavia ha un suo fascino particolare, almeno per chi lo sappia cogliere.

Con la costruzione della villa, Gabriele Dionisi proclamò il ritorno della sua famiglia alle cure agresti; un ritorno alla pianura dopo che per secoli si erano preferite e quindi valorizzate le proprietà collinari, dove l'aria era forse più salubre, ma dove le produzione agrarie non potevano offrire, come qui promettevano, prodotti (e soprattutto rese) diversi. Era il secolo della massima valorizzazione della coltivazione del riso, e anche a Cerea non si volle essere da meno d'altri centri nel destinare a risaia il più possibile dei terreni che si fossero prestati a tale coltura. Terra e acqua non mancavano nemmeno al Dionisi che, da buon imprenditore, s'impegnò in questa direzione. Lo stesso marchese, così com'era il cervello della conduzione dell'impresa agraria, fu anche - come si è detto - la mente della ristrutturazione della villa che nacque utilizzando, com'era consuetudine, precedenti strutture.

Ma per tornare ai temi dell'economia di Cerea, e per concludere, va ancora annotato che, se fino alla metà dell'Ottocento il territorio vide impegnati i suoi operatori soprattutto sul versante dell'agricoltura, poco dopo doveva nascere, e quindi in seguito esplodere, quell'autentico fenomeno che fu ed è la lavorazione del mobile d'arte, con l'affermazione di numerosi laboratori e persino la nascita di una Scuola popolare di disegno applicato, della quale è stato fondatore, direttore e insegnante Appio Spagnolo, luminosa figura di ceretano che dette così il suo valido contributo ad avviare i giovani a quest'attività giustamente considerata alternativa al lavoro dei campi.

Così, se per molti decenni il reddito di questa area fu quasi esclusivamente basato sull'agricoltura, ancor oggi - nonostante le difficoltà registrate nel settore - il supporto economico fondamentale dell'economia ceretana è costituito invece da quello che comunemente è chiamato "artigianato del mobile d'arte", fatto veramente eccezionale, essendo il fenomeno relativo allo sviluppo di questa attività produttiva, che ha mutato completamente l'aspetto esteriore e la vita di vari paesi, tale da offrire una valida alternativa al lavoro dei campi, attirando un forte flusso immigratorio, dando luogo ad un notevole sviluppo urbanistico, creando benessere e contribuendo ad elevare il livello culturale di tutta la zona.

Chi percorre oggi la Bassa rimane stupito nel vedere, lungo le strade più importanti, ma anche negli angoli più impensabili della campagna, laboratori dalle dimensioni più varie, da quelli in cui si compie l'intero ciclo produttivo del mobile, a quelli in cui si procede alla sola lucidatura, o laccatura, o intaglio. Si calcola che nella Bassa veronese, su un bacino di 150.000 abitanti, vi siano stati fino a poco tempo fa 10.000 occupati direttamente o indirettamente nel settore del mobile, distribuiti in ben 3.000 aziende.

Oltre a servire il mercato interno, ancora sufficientemente ricettivo, la produzione del mobile d'arte è ormai indirizzata, in percentuale notevole, verso i mercati esteri europei (Germania, Olanda, Belgio, Danimarca, Inghilterra, Svezia, Francia) ed extra europei (USA, Giappone, Australia, Medio Oriente). Naturalmente la conquista dei mercati esteri è stata lenta e difficile ed ha trovato il suo presupposto essenziale in una produzione qualificata e varia da potersi adattare alle esigenze peculiari degli acquirenti dei vari paesi, diversi per mentalità ed abitudini.

Momento importantissimo dell'attività di produzione e commercializzazione del mobile d'arte è la mostra che si tiene annualmente a Cerea, culla del mobile, dove sono esposti pezzi d'ogni stile e per tutti i gusti. Si può affermare, senza esagerare, che la gamma degli stili imitati è talmente vasta da poter accontentare tutte le esigenze. Il '700 veneziano, i vari Luigi, il Barocco, il Rococò, il Quattrocento, il Cinquecento, il Rinascimento, l'Impero, il rustico, oltre avari altri stili olandesi, inglesi, spagnoli e regionali, sono qui a Cerea rappresentati attraverso la costruzione sia d'interi ambienti sia di singoli mobili.

E a proposito della tradizione della lavorazione del legno va ancora ricordato che qui a Cerea esiste pure un piccolo museo privato, che di tale lavorazione racconta, attraverso una raccolta di strumenti, proprio tutto. Esso si trova presso i rustici della Villa Dionisi-Taccoli ed è proprietà di due appassionati ricercatori e collezionisti del luogo: Giuseppe e Francesco Ferrarini. Questa raccolta di strumenti da lavoro relativi al legno è già servita per allestire alcune mostre in diverse occasioni e località.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1993

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