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Lunedì 26 Settembre 2016, SS. Cosma e Damiano
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Caterina Bon Brenzoni

Se Caterina Bon Brenzoni si fosse lasciata tentare dall'autobiografia, sarebbero venuti in luce elementi preziosi che, in questo secolo tutto proteso all'indagine, avrebbero interessato i più fervidi psicanalisti.

Ma la scrittrice, vivendo più di cent'anni fa la sua intensa e breve storia, non pensò di raccontarla ai posteri in un ben costrutto volume che la narrasse tutta, ma la lasciò trasparire qua e là fra i versi che la vocazione sicura le ispirava e che ella scriveva componendo carmi, sonetti o canzoni, giusto il gusto del suo tempo.

Forse era schiva di mostrare al mondo la morbosa sensibilità del suo cuore e non desiderava di essere conosciuta. Ma noi, così tardi, forzando la lontana consegna, con gli elementi lasciatici, dobbiamo adoperare lo strumento che per primo ci capita sottomano: l'immaginazione.

Bionda, esile, con grandi occhi celesti, la pensiamo bambina nel Chiostro delle Suore della Sacra Famiglia. Sette anni sono pochi per reggere al grigiore delle alte mura di un chiostro!

La madre, la marchesa Marianna Spolverini, che era rimasta vedova, giovane ancora, del suo sposo conte Alberto Bon, seguendo il consiglio d’amici fidati, credeva di giovare all'educazione della figlia, che fin dai primi anni mostrava d’avere intelligenza vivace e pronta.

Caterina languiva per la gran nostalgia, lontano dalla sua casa, cosicché la madre non ebbe cuore di vederla soffrire e la tolse dal convento, affidandola ad un colto religioso, il Padre Angelo Bianchi. Riservate, schive della vita mondana, la madre e la figlia vivevano felici in un mondo che a loro bastava.

Ma già in quel tempo alcunché di strano traspariva nel carattere della fanciulla. Sebbene d’indole gaia, a tratti una malinconia improvvisa la faceva pensosa e, fuggendo la compagnia delle persone care, sfogava in lunghi pianti qualcosa di prepotente ed oscuro che le si era addensato nel cuore. L'eccessiva sensibilità della sua natura si andava delineando: l'aspetto di un paesaggio al tramonto, la visione di un cielo stellato la commovevano in modo innaturale; se poi udiva narrare casi pietosi, un'agitazione, un'ansietà di tutto il suo essere, mostravano a quale grado il suo cuore partecipasse al dolore altrui.

Più tardi, riandando con la memoria alle prime sensazioni provate, così si esprimerà in versi:

Sui larghi piani e ai ceruli confini
Dell'orizzonte m'era dolce il guardo
Protender lungo, ed ascoltar pensosa
L'aura oscillante d'indistinti suoni,
Per fuggenti acque, fremiti di selve,
E ferver d'opre ed echeggiar di canti
Amori e ire e nascimenti e morti.


Intanto una più vivace ansietà che apprendere la fece inquieta e a tratti profondamente meditativa.

Parve per un certo tempo che lo studio della musica la quietasse persuasa, ma ben presto giunsero ore che, abbandonate le fini mani sulla tastiera, inseguiva assorta una più profonda armonia che reclamava altro suono: forse udiva parole ritmate, a chiarimento di qualcosa che voleva rivelarsi, di cui Ella percepiva il pensiero. Una gentildonna veronese, la contessa Carminati d'Emilei cultrice delle arti belle, con vivo interesse apprezzò la fanciulla alla quale chiedeva di esserle gentile lettrice di classici libri italiani e francesi. Caterina leggeva con fresca voce piena di vibrazioni melodiose. Di questa voce la contessa Carminati si rammentò sempre, e in una lirica elegante indirizzata a Silvia Curtoni a mo' d’epistola, diceva:

Odo una voce, che a cantar m’invita
e meco del tacer lungo si duole …
... sei tu voce Soave e dolce
di Lei, che pianta tenerella cresce
sotto il medesimo tetto in ch’io pur vivo
al patrio fiume in riva?


Ma ancora la «pianta tenerella» non poteva dare i suoi frutti. Molta strada Caterina Bon doveva percorrere prima di giungere alla grande luce. Intanto nella chiesa di Sant'Eufemia, nella bella Cappella degli Angeli, furono benedette le sue nozze con il conte Paolo Brenzoni. La felicità della nobile coppia fu presto offuscata da grandi amarezze; la maternità non doveva arridere all'anima bella della contessa Caterina: per due volte sognata ed attesa, per due volte si concludeva nel lutto.

Più nulla pareva distrarla, più nulla pareva adatto a medicare quelle ferite profonde. Un soccorso inatteso le venne un giorno dalla lettura di un libro di versi. Pareva non sapersene staccare. Quell'armonia che le scendeva benefica al cuore, ridestava echi, di cui serbava un'oscura memoria.

Chiuse in sé il suo segreto e per lungo tempo tentò esprimere con frasi ritmiche i sentimenti che l'agitavano; il suo dolore, i ricordi mesti delle troppo brevi gioie materne, il senso di carità che ogni giorno più diveniva imperioso, per quella luce di Fede che la sofferenza faceva più accesa.

La pienezza della sua anima traboccava nella coppa dei sogni; timidamente osò uscire dal segreto della sua intima solitudine e ciò avveniva nel cerchio dell'amicizia più fidata a cui aveva chiesto consolazione. Ne venne un consiglio prezioso: lo studio, la lettura dei classici nostri e soprattutto del Poema dantesco.

Caterina Bon Brenzoni aveva trovato il suo mondo poetico, la sua vocazIone. Con entusiasmo, con fermezza si pose allo studio colmando tutte le lacune che la peregrina cultura che era in uso dare alle nobili fanciulle del tempo aveva lasciato nel suo intelletto.

Dai classici greci, via via fino al suo grande contemporaneo Manzoni, ogni poeta fu letto, studiato, meditato e delle opere straniere di cui non poteva conoscere le più riposte bellezze nel testo originale, chiedeva le venisse indicata la traduzione più fedele.

Se lo studio delle lettere fu da lei preferito, la sete di conoscenza la portò a desiderare di apprendere meglio anche altre nozioni. Nella storia, nella filosofia, nella cosmografia mostrò di essere perseverante alunna e, a compimento della sua cultura, ebbe cara la Bibbia, conforto e guida suprema del suo spirito.

A tanta ripresa spirituale non potevano mancare la musica ed il canto. In quel tempo videro la luce i suoi primi componimenti poetici che decise di pubblicare solamente per le istanze vivissime deglI amici. Caterina Bon Brenzoni che era nata nel 1813, nasceva allora alla vita delle lettere. Era il 1841.

*


A questo punto s'imporrebbe inserire un saggio critico sulla poesia della nuova letterata. Il tempo severo ha posto in oblio la poesia ottocentesca minore, carica di soverchio ornamento che la rende prolissa e, il gusto moderno che ama il pensiero scarno e profondo, ci distanzia ahimè! troppo da quel tempo ritenuto conchiuso, quando qualcuno dei più severi non lo reputi addirittura fallito.

Eppure vale la pena di rileggere certi poemi, un po' a «lungometraggio» è vero, ma che rivelano profondità di pensiero rivestito da immagini bellissime. Ne viene un profumo e una luce affievolite, che traggono l'anima a rivivere il romantico sogno dei nostri nonni che, per altro, seppero costruire, nobilmente amare e, quando occorse, fieramente sacrificarsi.

È un discorso che ci porta un po’ lontano, ma tutto ciò si pensava nel chiudere il libro di versi di questa nobildonna, che portò nell'amore del sapere il fuoco della Sua giovinezza.

Da poco si era rivelata a se stessa e gioiva di questa intima gioia, quando gli occhi per l'assidua lettura non poterono reggere allo sforzo e la costrinsero a fuggire la luce del giorno e a vivere nell'oscurità e nell'inazione.

Ma Caterina non si dava per vinta: chiedeva che qualcuno le facesse lettura, dettava nelle pause del male i pensieri che la sua mente fervida le veniva suggerendo, raramente lasciandosi vincere dal male.

Anche nel dolore sapeva trovare, per quella viva fede nella quale era cresciuta, la luce della speranza e della rassegnazione e nell'epistola al conte Bonassù Montanari, ad un punto dice:

Ma non certo invano
La sapiente carità di Dio
Fa pesar sull'afflitta anima anela
La man paterna! Oh, certo alto consiglio
Ivi si asconde, ed io l'adoro, e lieve
Lieve è il sospiro rassegnato.


La salute di Caterina Bon Brenzoni fu causa di penose alternative, di tremende trepidazioni. Riavutasi per la grave infermità agli occhi, altri fragili, delicatissimi organi furono colpiti e fu costretta ancora sul letto di dolore.

Tuttavia quando le condizioni di salute glielo permettevano, non tralasciava di tradurre in versi la piena del suo cuore. Ai primi Inni, a cui dava più modestamente il nome di Epistole, e che aveva composto per le nozze di due sue care amiche, fecero seguito i Sonetti, le Canzoni, finché nel suo spirito ben più potenti concetti presero forma e tentarono la sua ispirazione.

Nell'autunno del 1849, presso i suoi congiunti, i Conti Miniscalchi, nella Villa di Colà, ebbe la ventura di conoscere la scienziata scozzese Maria Somerville. Mai prima di allora aveva incontrato una creatura che assommasse in sé tanto ingegno a una dolcezza di modi, specchio di grande bontà.

Il giorno stesso dell'incontro scriveva a persona amica chiedendo che qualcosa le venisse raccontato di quella vita illustre e degli studi condotti, non avendo osato ella stessa richiederla. Presto le giunse il libro della Somerville sulla Connessione delle Scienze Fisiche e Caterina che, fin da bimba aveva professato un culto tenace e silenzioso per la grandezza del Creato, con pertinacia ed assiduità, ricercò fra volumi di Scienze la strada per giungere ad una perfetta comprensione.

Con slancio d'ispirazione, con esattezza di dottrina, Caterina Bon Brenzoni componeva il carme «I Cieli» che dedicava alla Somerville e che portava la poetessa alla Gloria. Fu quello il suo tempo più fervido. Sorgeva da occasionali, felici incontri, un'ispirazione pronta, fresca che dava ali al suo sempre giovanile entusiasmo. Il suo intelletto «da una forza gentile esercitato», ambiva ormai ad alte architetture.

Con «I Cieli» vide la luce il carme «Ad Alessandro Manzoni» quindi compose, dopo approfonditi studi, il canto «Dante e Beatrice» e infine quello dedicato a «Santa Elisabetta d'Ungheria». Altri argomenti la poetessa teneva in serbo, intorno ai quali amorosamente tesseva una rete di lucidi pensieri a testimoniare i quali rimasero inediti frammenti.

Un lungo viaggio, in quella primavera del 1856, le veniva proposto per svagarla dal troppo intenso lavoro a cui si sottoponeva. Forse un cambiamento di clima e di ambiente avrebbe portato nuove forze alla sua malferma salute.

Così la Poetessa andò in Piemonte, in Liguria, in Toscana, nella Romagna, dovunque accolta da amici e ammiratori con affettuosa venerazione che le dava la misura d'una sua popolarità alla quale ella certo non aveva ambito. Anche da Roma le veniva un caldo e replicato invito, ma le sue forze stremate la costringevano al ritorno alla sua Verona.

La sua salute declinava rapidamente e la sensibile anima parve conscia della prossima fine tanto fu il fervore che pose nell'approntarsi al distacco dalle cose terrene.

L'autunno di quell'anno nella sua Villa di Sant'Ambrogio, dopo una più violenta ripresa del male, spirava cosciente e serena.

*


Il lutto fu grave per tutti coloro che l’avevano amata ed apprezzata e il cordoglio si estese nel mondo delle lettere che l’aveva affettuosamente accolta. I poveri che ella soccorreva ebbero alla sua morte il tangibile segno della grande generosità della. soccorritrice. Nel testamento che Caterina lasciava, la bontà e la carità dell'animo suo si spandevano come un profumo troppo a lungo serrato da un senso di umiltà profonda e di modestia sentita.

Se in vita parve prevalere la letterata per l'acceso amore che portò allo studio ed alla poesia, alla sua morte stupì quel documento che appena faceva cenno alle opere a cui aveva dedicato la parte migliore di se stessa, ed era per ammonire che nessuna carta, nessun scritto inedito vedesse mai la luce. Solo si diffuse con particolare impegno a tutto dare in opere di carità, chiedendo perdono ai familiari a cui sottraeva per tale scopo una parte cospicua del suo patrimonio.

Nasce perplessità, in chi si è indugiato a scandagliare nei meandri di quella nobile esistenza, per non sapere più discernere, nel compendio delle sue azioni, a quale gloria assicurare il nome della veronese Bon Brenzoni. Varie opere l'effigiano: un grande quadro di pregevole fattura che la ritrae pensosa, tutta luce la bella fronte intelligente; una statua di linee classiche che nel 1862 Pio Fedi scolpiva e, che per molti anni serbata nel Museo Civico, fu quindi posta nel Cimitero di Verona al centro del pantheon “Ingenio Claris”; un busto marmoreo, bellissimo fra i molti che adornano la Biblioteca Comunale; un'epigrafe del professor Fainelli che nobilmente sintetizza le eccelse doti.

Ma più ancora il suo nome ricorre in un'opera viva: tante fanciulle, in grandi aule luminose sono impegnate nello studio, nel lavoro, nelle arti applicate in quell’istituto che appunto del nome della Poetessa si è fregiato. Gentili educatrici hanno illustrato le virtù della Fondatrice, che da più di un secolo ha concluso la sua vita terrena. Nella sottile scia luminosa del ricordo degli eventi della sua vita, si ritrova la sostanza di una nobiltà che più della gloria, più della ricchezza, è preziosa luce, alla quale ogni anima può attingere per illuminare il proprio sentiero.

Fonte: Vita Veronese – 6/1952
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