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Castelnuovo del Garda

Verona / Italia
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Castelnuovo di Verona o Castelnuovo del Garda, per distinguerlo dai tanti Castelnuovo sparsi in tutta Italia. Perché il toponimo castello (con l'aggiunta di nuovo, di vecchio o vetere, con i suoi accrescitivi di castellone o castellaccio, i suoi diminutivi di castellucchio o castelletto, o con altre indicazioni come quelle di castellaro, castel forte o castel franco) è forse il più diffuso che ci sia, poiché nel Medioevo esso stava ad indicare anche la presenza del più modesto dei villaggi, custodito entro la cinta di una ancor più modesta palizzata o difesa naturale rappresentata da un corso d'acqua o da uno sperone roccioso.

Nella stessa provincia di Verona non c'è Comune che non abbia nel suo territorio una o più località denominate Castello, ove la fantasia popolare colloca, più o meno arbitrariamente, forti mura turrite abitate da castellani, anche là dove storicamente niente è di tutto ciò accertabile. Un altro Castelnuovo esisteva un tempo, ad ogni buon conto, nella stessa provincia di Verona. Denominato Castelnuovo dell'abate, per essere giurisdizione dell'abate di San Zeno in Verona, esso comprendeva le terre di Affi, Incaffi e Caorsa (donde il detto popolare che ancora circola da quelle parti: Affi, Incaffi e Caorsa l'è tuta na borsa).

Ma poi, come si sa, con Napoleone quella giurisdizione scomparve e rimase l'attuale Castelnuovo, formato però, oltre che dal Capoluogo che dà nome al Comune, anche dagli abitati di Cavalcaselle (con Albara, Burlin, Mamalavicina, Palù e Zuccotti), di Oliosi (con Campagnarossa, Mischi, Mangabia, Valcerea, Zenati), di Ronchi e di Sandrà (con Volperara), oltre che da numerose case sparse, essendo stato, fino a non molti decenni fa, un territorio quasi esclusivamente abitato da contadini, i quali avevano necessità di dimorare sui fondi loro dati da coltivare o di loro proprietà.

Era questo, alla fine del secolo scorso, il Comune più meridionale del distretto di Bardolino, distante quindici chilometri dal capoluogo di mandamento. Collocato fra le colline moreniche, le quali limitano il Garda a sud-est e che si distendono poi fino a Sommacampagna, Custoza e Valeggio, esso era centro di un importante nodo stradale, poiché ivi s'incrociava la strada carrozzabile Peschiera-Verona con quella Mantova-Valeggio-Pastrengo-Rivoli-Ala.

Comunicazioni dirette erano assicurate anche con Bardolino per mezzo di una strada che passava per Lazise; altra arteria assai frequentata era quella che da Castelnuovo andava a Bussolengo e che, passato l'Adige in questa località, immetteva nel distretto di San Pietro In Cariano.

Il paese in situazione elevata (130 metri sul mare), su di un colle, in basso del quale scorre il Tione, aveva attorno a sé tutto un territorio già allora attraversato da una sezione della ferrovia Peschiera-Verona, molto produttivo ed in alcuni luoghi anche pingue, dappertutto ben coltivato, con estrema cura. Vi si producevano cereali, gelsi, viti, mentre la popolazione si dava pure all'allevamento del bestiame ed a quello del baco da seta.

Una popolazione sparsa in molte frazioni e generalmente dedita all'agricoltura; però non mancavano nel paese alcune industrie, come fabbriche di paste alimentari e filande da seta. Vi era anche una fabbrica di alcool ed era esercitata limitatamente la tessitura casalinga. Già allora il commercio era assai animato e vi si tenevano mercati importanti; ragguardevole era la fiera che vi si teneva il primo lunedì dopo l'11 novembre nella frazione Cavalcaselle.

Questo, come si diceva, un secolo fa, e forse anche fino alla seconda guerra mondiale. Poi, anche qui come altrove, la situazione mutò. L'agricoltura passò, fra tutte le altre attività economiche, a fanalino di coda (anche se in splendide campagne si producono le uve che danno il celebre bianco di Custoza e l'altrettanto celebre rosso di Bardolino), mentre avanzarono l'industria e l'artigianato, il turismo e i servizi, e Castelnuovo non rimase insensibile nemmeno allo sviluppo residenziale, perché molti veronesi, anche attratti dall'idea di abitare stabilmente nelle vicinanze del Garda, vi si trasferirono, non in seconda ma in prima casa.

Abbiamo accennato ai vini ottenuti da vignali la cui presenza è testimoniata su questo territorio già dal secolo IX: in un placito dell'865 ad esempio vengono nominati, come oggetto di lite fra il bavaro Elimperio e I'alemanno Bernardo, un casale, una casa e una vigna nel luogo detto Valle e una terra a Prato con vigna in Vico Malorum nella pieve di Sant'Andrea (Sandrà). Nel 966 poi, la badessa del monastero di Santa Giulia di Brescia permutò dalla Chiesa di San Procolo di Verona quattro appezzamenti di terra con viti, anche queste in Vico Maloro. E le citazioni potrebbero continuare.

Più che nel Capoluogo - peraltro dotato di parecchie testimonianze storiche anche medioevali - la storia di questo territorio andrebbe fatta guardando soprattutto a Sandrà, dove sono venuti alla luce anche resti di edifici romani e che fu la sede di un'importante pieve, attorno alla quale si svilupparono come sempre non solo interessi religiosi ma anche civili ed economici. Non è questa la sede per narrare la storia di tale borgo dell'entroterra gardesano, del resto raccontata con felicissima mano, di recente, da Franco Corsini, in una bella monografia edita qualche tempo fa e che riguarda tutto il periodo che va dalle origini dell'abitato all'Unità d'Italia.

Tornando a Castelnuovo, si può forse affermare che le sue antiche origini potrebbero essere state determinate anche dalla presenza, lungo la riva del lago, di abitati palafitticoli, testimoniati del resto in tutta la zona, mentre sono state segnalate fondamenta di un castello medioevale forse distrutto nel 1155 dal Barbarossa. Il nome del paese deriverebbe comunque da un castello che nel 1387 Galeazzo Visconti, sconfitti gli Scaligeri, avrebbe fatto qui costruire. Un castello che nel 1668 fu comperato dal Comune, adibito a granaio comunale ed in seguito ad ospizio per frati.

La situazione geografica di Castelnuovo ne ha fatto sempre in tutte le guerre, dal 1796 in poi, un punto assai contrastato. Massena, alla testa di divisioni francesi, sconfisse nel 1796, in Castelnuovo, gli Austriaci e nel suo territorio hanno manovrato, nel 1814, ancora Austriaci e Francesi; poi, nel 1848 e 1866, ancora Austriaci ed Italiani. Nel 1848 Radetzky fece centro in Castelnuovo per disporre tatticamente la giornata del 25 luglio, che prima prese il nome di Custoza e che fu contraria alle armi italiane. Si tratta di una serie di episodi bellici sui quali si è detto altrove e sui quali non ci soffermiamo oltre, se non per ricordare che l'11 aprile del 1848 la rocca, come il paese, soffriva il ferro e il fuoco delle armate austriache. Quella notte punitiva passò poi alla storia come l'Eccidio di Castelnuovo per la ferocia dimostrata in tale circostanza da chi la guidò. Gli abitanti, fatti prigionieri, vennero fatti salire sul colle Croce Papale, da dove furono costretti ad assistere al massacro delle loro case. Gli Austriaci invasero anche la sacrestia e la chiesa; ruppero e asportarono immagini, candelabri, arredi. Pare persino che a palazzo Cossali un capitano obbligasse i domestici a mangiare la polenta tagliata con la sciabola insanguinata. Solo nella tarda mattina del 12 aprile, il comandante austriaco Taxis ordinò alle truppe di ritirarsi prima verso l'osteria del Bosco (base dell'attacco) e poi di ripiegare verso Verona.

Ma lasciamo le guerre per dire come, per gli stessi motivi cui si è accennato (la situazione geografica) Castelnuovo fosse anche luogo di passaggio di stranieri meno bellicosi, o almeno diretti, con il loro seguito di eserciti, a guerreggiare altrove. Ma spesso la guerra non c'entrava per nulla, come quando da qui transitavano, e si fermavano ospiti di qualche proprietario di villa, imperatori e re, cardinali e prelati, principi e principesse, in viaggio d'affari e di piacere. Un'occasione anche questa, per Castelnuovo, di vivere qualche giornata diversa da quella che la civiltà contadina scandiva agli abitanti del luogo, variabile secondo le stagioni, ma in fondo sempre ripetitiva, sempre eguale a se stessa.

Così in occasione dell'accoglienza fatta in villa Cossali a Maria Luisa d'Austria, descritta dal marchese Gabriele Dionisi, il cui lungo memoriale (edito poi dal Giuliari) svela - come sottolinea Paolo Rigoli - molti gustosi retroscena organizzativi, conditi anche da un pizzico di pepe verso le "Dame" e i "Cavalieri" veneziani giunti ad onorare la regina oltre ai vicentini, bresciani e ovviamente veronesi. La grande sala dell'alloggio riservato all'ospite nella villa fu completamente "artefatta con indicibile dispendio, e incassata d'assami, cristalli, specchi ..."; la camera da letto era pure "fornita di specchi, avente ancora le Sedie, Burò e Tavolini di cristallo, quali poi le furono dati in regalo a nome pubblico".

Villa Cossali, adornata con altrettanta profusione di cristalli della celebre manifattura Briatti di Venezia, aveva del resto in precedenza ospitato anche Isabella d'Austria, proveniente da Mantova il 27 settembre 1760 (percorso: Roverbella, Valeggio, Castelnuovo, Perarola di Dolcè ove era stato costruito il solito e "magnifico" ponte sull'Adige), e Pietro Leopoldo d'Austria con l'Infanta di Spagna nel luglio 1765.

Ricorda a questo proposito sempre Paolo Rigoli, che proprio per quest'ultimo episodio le Arti veronesi segnalarono a Venezia il "peso gravoso" che da quasi un secolo e mezzo erano costrette a sopportare nell'occasione dei passaggi di principi esteri; nel 1765, oltre a letti, biancheria e batterie da cucina, s'erano sobbarcate l'addobbo interno di Villa Cossali. La spesa di queste e di altre forniture ammontò a 54.215 Lire, tolte le 18.285 ricavate dalla vendita all'asta degli oggetti recuperati; poiché Venezia in passato aveva rifuso dalle 1.000 alle 2.000 Lire appena per utensili "perduti", si possono comprendere le valide ragioni della protesta.

Qualcosa a questo punto va pur detto dei non molti monumenti d'arte di questo territorio a cominciare dal Capoluogo dove una torre merlata assai trasformata è l'unico resto dell'antico castello, sul cui stesso rialzo sorge la chiesa di forma ottagona compiuta nel 1830.

È architettura del Trezza (1793) e ha cinque altari veramente belli di stile classico. Sul primo a destra vi è una Madonna con le Sante Lucia e Caterina di F. Brusasorci, mentre nel coro si vede la Nascita di San Giovanni, lavoro del XVIII secolo. Il battistero, una vasca rotonda di marmo rosso, è moderno: invece il campanile, più basso della chiesa, è ancora l'antico del XV secolo.

Nei pressi del capoluogo sorge la villa Cossali che abbiamo già incontrato. Edificata nel secolo XV, è uno dei più eleganti esemplari di costruzione a portico e loggia, del tipo caratteristico veronese frequente specialmente nella zona collinare della provincia. Sopra il portico a dieci arcate rotonde, la loggia si estende nella zona centrale della facciata con dodici archi minori sostenuti da eleganti colonnine in pietra. L'edificio è fiancheggiato da un'alta colombaia e ha davanti un giardino. Nell'interno restano al pianoterra alcuni bei soffitti a volte ed a ombrello.

A Sandrà, dove sono stati ritrovati, si segnalano alcuni bei frammenti scultorei dell'antica chiesa longobarda. L'attuale chiesa è del Cristofali che la disegnò nel 1792 con due altari per lato. Nel coro vi è una bella pala di Domenico Brusasorci con la Madonna e i Santi Andrea, Girolamo, Antonio Abate, Giovanni e il mezzo busto dell'offerente. L'altar maggiore è moderno (1814), il secondo a destra con la Crocifissione e Maria, Santi Pietro e Bartolomeo, è di S. Dalla Rosa, mentre la graziosa Madonna, sul bell'altare barocco, primo a sinistra, è dell'Ugolini.

Sempre a Sandrà è la villa "il Saletto" d'origine cinquecentesca, rifatta alla fine del '700 in stile neoclassico. La facciata, con attico e statue, e gugliette agli angoli, ha al centro tre portali che immettono nel salone maggiore. Davanti e intorno, giardino e parco con cappella.

Dopo Castelnuovo, ecco sulla strada Cavalcaselle con la sua bella chiesa ottagona progettata dal Cristofali ed eretta nel 1756. Splendide sono le pale dei due altari laterali, che mostrano la maniera di G. B. Cignaroli: la Presentazione al Tempio a sinistra, e la Madonna e Santi a diritta. Ricco di marmi secondo l'uso del tempo è I'altar maggiore che fu eretto nel 1761.

Qui presso è villa Emilei con la chiesetta della Madonna degli Angeli, ove venne ricuperato un bell'affresco di Maria col Bambino datato del 1434. La villa venne costruita in due tempi, tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo. AI centro della semplice facciata una scala esterna a due rami e un attico stilizzato con finti merli. All'interno è notevole il vasto salone con grande camino e con soffitto a travatura scoperta. Agli Emilei spettava su questa località la giurisdizione di prima istanza, la seconda era dei conti Mosconi di Brenzone.

Altre chiese di Cavalcaselle sono quella a sinistra della strada regia, in contrada Belfiore, che pare fosse un tempo la parrocchiale, e l'oratorio di San Lorenzo consacrato nel secolo XVII.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1991

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