Login / Registrazione
Giovedì 8 Dicembre 2016, Immacolata concezione
follow us! @travelitalia

Castelletto di Brenzone - Chiesa di San Zeno de l'Oselét

Verona / Italia
Vota Castelletto di Brenzone - Chiesa di San Zeno de l'Oselét!
attualmente: 07.00/10 su 2 voti
La chiesa cimiteriale di Castelletto di Brenzone, anticamente dedicata a San Giovanni Battista, come dimostrano vari elementi che ci accingiamo a presentare, deriva il nome con cui è popolarmente nota, San Zen de l'oselét, dal gallo (questo sarebbe I'uccelletto!) che corona la tozza pina del campanile. L'edificio sorge in luogo d’antichissimo insediamento romano (forse sulle rovine di un antico tempio) ed era alle origini una chiesa battesimale che, fino agli inizi del ‘900, presentava sul fronte quella Bàsia de S. Zen che altro non era se non un gran fonte battesimale sorretto da un piedestallo lavorato. La dedicazione al Battista è poi confermata dagli affreschi ancora oggi meglio leggibili, presenti nella navatella minore settentrionale.

Prima tuttavia di presentare le pitture, ci sembra conveniente fissare i termini cronologici dell'edificio che ha il tetto a due spioventi, coprenti due navate interne con tre absidi irregolari, di cui la maggiore, insieme con la più piccola, si trova in fondo alla navata principale. I vari elementi architettonici (tipologia muraria, protiro pensile, pianta ecc.) analizzati a suo tempo da W. Arslan ("L’architettura romanica nel veronese", 1939) collegano questa chiesa, anche se leggermente in ritardo, con la cultura architettonica Veneto-Iombarda, localizzandone la costruzione vicino alla metà del XII secolo.

Come vedremo, anche gli affreschi confermeranno quest’indicazione di lavoro, forse spingendola un po’ più verso la fine dello stesso secolo.

Le dimensioni dell’edificio rivelano l’importanza dello stesso, che non poteva quindi essere una semplice cappella comitale o comunale; la conferma ci deriva anche dagli scavi effettuati nella prima metà del ‘900 e che hanno riportato alla luce strutture ed elementi di un sepolcreto e di una borgata intorno alla chiesa, di dimensioni non trascurabili.

Venendo dunque agli affreschi, ricordiamo i brevissimi cenni che ad essi dedicò W. Arslan ("La pittura e scultura veronese", 1943) e la rapida presentazione che ne fece Beppe Zoppi ("Le chiese romaniche del Garda", 1961). Purtroppo, come si può costatare, la loro attuale situazione di conservazione desta gravi preoccupazioni.

Si trovano dunque questi affreschi distribuiti sul fondo e sul muro settentrionale della chiesa, coprendo una zona alto-mediana, completata in alto dal tipo di greca presente nel territorio veronese in S. Severo, SS. Nazario e Celso e altrove, con chiare somiglianze con analoghe greche in tutta la Padania. In basso, fino al pavimento, la pittura è completata da un velo, come possiamo pure vedere in esempi veronesi e in genere lombardi.

Un'analisi anche superficiale convince che siamo di fronte al lavoro di due pittori: il primo è l'autore delle due scene, una sopra l'altra, della parete settentrionale. La prima rappresenta l'apparizione dell'Angelo a San Zaccaria, padre di San Giovanni Battista; nella curvatura dell’arco compare la scritta "Angelus Domini"; l'angelo regge un cartiglio (o forse altro è il materiale) in cui sta scritto: "Ne timeas Zacharia quoniam exaudit.. ets". Tutta la scena si compie all'interno di un tempio, mentre di fuori si accalca la folla.

Nel sottostante riquadro, sempre della stessa mano, è dipinta la Decollazione di San Giovanni Battista. Le scritte, oltre alla tipologia della scena universalmente conosciuta e riconoscibile, non lasciano dubbi in proposito: «Spiculator» e «lohs». Questa seconda scena è stata avvicinata a quella, solo tipologicamente simile, dipinta sul lato destro del muro absidale di San Lorenzo di Tenno, non lontano da qui.

Vorremmo rilevare, però, I'accidentalità di quest’accostamento, dovuto solo ai contenuti, in quanto la cultura pittorica del frescante di San Lorenzo di Tenno è di molto superiore a quella del frescante di Castelletto che sembra rifare il verso, in modi alquanto impoveriti e volgarizzati, ad un’esperienza che sicuramente conosceva ma di cui non ha colto la vastità della portata. N’è comunque nata una pittura dalle forti tinte, sia cromatiche sia narrative: una pittura che senza difficoltà potremmo definire di stampo tardo-padano e di gusto popolareggiante: ama i contrasti, i colpi di scena ad effetto e riesce a presentare i suoi personaggi con vivezza, quasi con una certa carica espressionistica, se c’è consentito questo termine. E' un pittore di non grandissima cultura, ma non insicuro, e capace, invece, di sfruttare le sue doti migliori: si sente che ha davanti a sé esperienze raffinate che non sa, o non vuole, cogliere.

Per questo crediamo opportuno situarlo alla fine del XII secolo (inizio del XIII) bene testimoniato e documentato nella nostra diocesi e altrove come secolo "comneno",: un gusto totalmente estraneo al primo frescante di Castelletto.

Le altre scene dipinte intorno alla nicchia absidale settentrionale e sull'arcone che la chiude e sul muro meridionale, nonché sulle ombre del registro inferiore dell'abside centrale, appaiono di mano molto diversa. Più sciolta della prima, volutamente elegante sia nell’impaginazione generale delle scene, sia nella scelta, molto delicata, della composizione cromatica generale, sia nel tocco della pennellata.

Purtroppo lo stato generale degli affreschi non permette di andare oltre la presentazione dei temi, ma non possiamo sottacere l'impressione, che anche altrove abbiamo provato, di trovarci di fronte al lavoro di un artista, oggi diremmo "anacronistico" o "citazionista": quel singolare pittore che nel castello di Malcesine (a due passi da qui) e nella chiesa del Crocefisso di Cazzano di Tramigna si firma con il nome di "Ciconia". E' sicuramente un fenomeno che andrebbe studiato con molta cura, perché si è certi che non mancherà di produrre notevoli sorprese e capovolgimenti di scena: la sua mano è presente almeno una decina di volte nella diocesi di Verona; ed è sempre perfettamente riconoscibile per l'eleganza estrema e la sicurezza del gesto pittorico, accompagnate ad un voluto arcaismo delle forme esteriori.

A Castelletto, dunque, questo secondo frescante che potrebbe essere il sopraddetto Ciconia, dipinge due episodi dell'Esodo: di cui uno sembra la Traditio Legis, sopra la nicchia absidale, mentre l'altro sembra una Nascita di Maria Vergine e presentazione al tempio.

Nel registro mediano dell'abside principale dovevano esser dipinti i Dodici Apostoli, dei quali intravediamo solo alcune ombre e un volto barbuto che potrebbe appartenere, nel rispetto della tipologia tradizionale, a San Paolo.
L'accostamento tra i due frescanti conduce a datazione decisamente differenziata, essendo il secondo del XIV secolo, sia o non sia Ciconia: il contrasto delle culture dei due frescanti è quasi abissale, e ne deriva al visitatore una strana situazione, poiché non riesce a collegare le motivazioni delle due serie, anche se brevi, degli affreschi che sono stati inseriti, difficile dire quando, in un'unica cornice, con il velo e le greche che abbiamo detto. Un'operazione tarda che voleva valorizzare il prodotto di secoli diversi.

La solitudine del luogo, e la sua particolarità, rendono oggi anche più affascinante quest’esperienza pittorica della diocesi di Verona.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1986

Condividi "Castelletto di Brenzone - Chiesa di San Zeno de l'Oselét" su facebook o altri social media!