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Domenica 4 Dicembre 2016, San Giovanni Damasceno
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Carica di Pastrengo

Dopo le insurrezioni di Milano, di Venezia e di tutto il Lombardo-Veneto, gli Austriaci, tra il 23 marzo e il 4 aprile 1848, si attestarono nelle piazzeforti del Quadrilatero. L'esercito piemontese, entrato in Lombardia il 23 marzo, l'attraversò in due colonne e giunse in vista del fiume Mincio il 7 aprile senza avere incontrato il nemico.

Gli Austriaci erano in difficoltà: chiusi in quattro fortezze distanziate tra loro e isolate dal centro dell'Impero, anch'esso del resto in piena rivoluzione, essi erano protetti unicamente dalla linea male presidiata del Mincio. L'8 e il 9 aprile i Piemontesi la raggiunsero a Goito, Borghetto, Monzambano, vincendo qualche retroguardia, ma non superarono il fiume. Invano il 13 essi tentarono di forzare Peschiera e il 19 Mantova; nel frattempo il 16 i rinforzi tanto attesi da Radetzky passarono l'Isonzo.

Il Maresciallo dal suo quartier generale di Verona si disponeva all'attacco: egli individuò la zona di punta per l'arresto dell'avanzata piemontese nelle alture tra Pastrengo e Bussolengo, dove si erano svolte tante azioni di guerra nel periodo napoleonico, in modo da potere arrestare frontalmente il nemico e contrattaccarlo sul fianco esposto, sia che i Piemontesi, passato il Mincio, marciassero direttamente su Verona, sia che piegassero a nord per raggiungere la Chiusa di Ceraino.

L'esercito piemontese - o, meglio, l'Armata Sarda - di cui erano comandante in capo Carlo Alberto e capo di stato maggiore il generale Di Salasco, si componeva di due corpi d'armata con due divisioni ciascuno, di una divisione di riserva - comandata da Vittorio Emanuele -, dell'Intendenza. Ogni divisione comprendeva due brigate di fanteria, un reggimento di cavalleria, tre batterie d’artiglieria e una compagnia del genio. Il 26 aprile l'Armata Sarda superò il Mincio con i due corpi d'armata affiancati: il II tra Peschiera (che fu circondata) e Borghetto, il I fra Borghetto e Goito. Il I Corpo raggiunse nello stesso giorno Roverbella e il 28 Villafranca, Custoza, Sommacampagna e Sona; il II Corpo, occupati subito Salionze, Oliosi e la Colombarola, fece poi una conversione a sinistra raggiungendo tra il 27 e il 28 Pacengo, Cavalcaselle, Colà (4^ Divisione), Sandrà e Palazzolo (3^ Divisione). La divisione di riserva occupò Guastalla, Oliosi, San Giorgio in Salici. Il re fissò il suo quartier generale a Sommacampagna.

A quel punto scattò il piano del Radetzky: egli aveva dislocato sulle alture di Pastrengo la Divisione Wocher, costituita dalle brigate Wohlgemuth e Arciduca Sigismondo; a sud-ovest di Bussolengo le brigate Thurn e Taxis, a cavallo della strada Verona-Peschiera (Ca' di Capri) la Brigata Liechtenstein, a cavallo della rotabile per Sona (Lugagnano) la Brigata Rath. Nel pomeriggio del 28, truppe delle due brigate attestate a Pastrengo attaccarono verso Palazzolo e Colà, ma furono respinte; l'indomani, 29 aprile, si combatté tutto il giorno, ma gli Austriaci dovettero ritirarsi sulle alture di Pastrengo. Poiché la minaccia maggiore proveniva proprio da Pastrengo, Carlo Alberto decise di eliminarla per avere via libera all'avanzata su Verona. La sera del 29 inviò alle unità del Il Corpo d'Armata l'ordine di impadronirsi di Pastrengo e di Bussolengo, mettendo a disposizione la divisione di riserva. Il maggiore Alfonso La Marmora, che comandava l'artiglieria della 4^ Divisione, giudicando dispersivo l'attacco contemporaneo su Bussolengo, convinse il re a modificare gli ordini e a concentrare l'offensiva su Pastrengo.

Tra ordini, ripensamenti e contrordini le ore erano passate sicché l'indomani, 30 aprile, non fu possibile attaccare prima delle 11 antimeridiane. Il dispositivo d'attacco si articolò su tre colonne: quella di sinistra doveva muovere da Colà per Villa Saline verso i Monti delle Costiere per attaccare Piovezzano; la colonna centrale doveva muovere da Sandrà direttamente su Pastrengo attraversando la valle - allora paludosa - del Tione; la colonna di destra doveva marciare da Santa Giustina di Palazzolo verso nord per attaccare le alture denominate Poggio Croce, Poggio del Telegrafo e Poggio Pol a sud-est di Pastrengo.

Da parte austriaca erano schierate rispettivamente in prima e seconda linea le brigate Wohlgemuth e Sigismondo, ma esse si spingevano in avanti con fitti avamposti specialmente sulla dorsale tra Monte Romaldo e Palazzolo. La colonna di sinistra del"esercito piemontese fu la prima a muovere per la strada Colà-Casa Nuova-Pastrengo, non avendo ancora ricevuto il contrordine di modifica dell'attacco; alle 10.30, quando gli avamposti raggiunsero Villa Saline, si fermarono fino all'ora fissata delle 11. La colonna di destra si mosse molto scaglionata, per evitare smagliature nelle retrovie, e per dare il tempo alle truppe di seconda linea di occupare le posizioni lasciate. La colonna centrale si concentrò in Sandrà, dove la confusione dovette essere enorme; infatti, nel piccolo paese erano convenute la Brigata Cuneo della divisione di riserva, il 16° fanteria con i volontari parmensi, una batteria e una sezione d’artiglieria, i reggimenti di cavalleria Piemonte Reale e Novara; di prima mattina vi giunsero anche Vittorio Emanuele e il generale De Sonnaz, comandante del Il Corpo d'Armata, con i loro stati maggiori. Infine verso le 11 giunse anche Carlo Alberto, con lo stato maggiore generale e il suo seguito: erano con lui anche il Presidente del Consiglio, Cesare Balbo, il Ministro della Guerra e la sua scorta, formata da tre squadroni di carabinieri.

Dopo l'arrivo del re, la colonna si mosse, ma trovò ben presto difficoltà nel terreno acquitrinoso e rimase esposta ai tiri dell'artiglieria austriaca; essa fu costretta ad un ripiegamento tattico e il re, insofferente dell'indugio, passò davanti alle truppe portandosi verso la Mirandola su un'altura da dove poteva controllare i movimenti sia della colonna di centro che di quella di sinistra.

Dopo il modesto sbandamento iniziale, tutte le truppe sarde avanzarono decisamente e alle 13 avevano già costretto gli avamposti austriaci a ritirare le loro artiglierie.

Poiché l'azione delle due colonne procedeva per il meglio, il re si spostò verso l'ala destra e salì, sempre assieme alla sua guardia di carabinieri, sull'altura di Monte Valena di fronte al Monte Le Bionde.

«Il gruppo reale era, come al solito, preceduto a breve distanza da una dozzina di Carabinieri che avevano il compito di esplorare il terreno per segnalare la via migliore da seguire e per evitare che il Sovrano potesse cadere in qualche agguato. Il Re era giunto nei pressi della strada che separa le alture di Monte Valena e di Monte Le Bionde quando, ad un certo momento, i Carabinieri in ricognizione, ritenendo che l'opposto ciglione collinoso fosse sgombro dal nemico, vi si inerpicarono al galoppo. Ma appena espostisi allo scoperto, furono accolti dal fuoco di un gruppo di austriaci, e tale scarica, quasi a bruciapelo, fu così violenta ed improvvisa che i cavalli, impennatisi ed imbizzarritisi, si sbandarono cominciando a recalcitrare.
Fu da questo banale e comune incidente di guerra che scaturì quel brillante episodio che è passato alla storia con il nome di "Carica di Pastrengo" e che, oltre a salvare il Re, decise le sorti della giornata. Il Maggiore Negri di San Front - continua il racconto del generale d'Havet -, appena vide lo sbandamento del nucleo in esplorazione, intuì immediatamente tutta la gravità del pericolo che minacciava il Sovrano. Ed allora - di sua iniziativa, senza chiedere o attendere disposizioni - diede ordine ai suoi tre squadroni di lanciarsi al galoppo contro il nemico... Quella massa di quasi trecento cavalieri - eccitati dal pericolo corso dal loro Re, imbaldanziti dalla vista della vicina Pastrengo e da quella del nemico in ripiegamento, scintillanti per i bottoni e i fregi metallici dell'uniforme di parata, per il luccichio delle sciabole sguainate e fiammeggianti al sole e che si lanciarono al galoppo al grido formidabile di "Savoia" - costituì per il nemico quasi un'apparizione fantastica e strana, come un vero turbine umano che, pari ad una impetuosa valanga lo investì, tutto travolgendo nel suo cammino. Il Re stesso e quanti lo circondavano seguirono a sciabola sguainata i tre squadroni, imprimendo un nuovo impulso al loro slancio. L'irruenza della carica, la forza irresistibile di tale esempio di iniziativa e di audacia e la presenza dello stesso Sovrano in mezzo alla battaglia si propagarono ben presto a tutta la linea di combattimento, elettrizzando le truppe, trascinandole all'assalto, affrettando la crisi dell'azione e determinando la vittoria della giornata».


Dopo un'intera giornata di dura lotta, anche nelle case di Pastrengo, verso sera il generale Wocher fece ripiegare quanto restava della Brigata Wohlgemuth su Ponton sotto la protezione della Brigata Sigismondo. La sera del 30 aprile i Piemontesi tenevano saldamente Pastrengo, mentre senza effetto erano rimasti i contraccolpi che Radetzky aveva tentato di infliggere al fianco destro del nemico per limitarne la vittoria. Gli Austriaci, tra il 29 e il 30 aprile, ebbero 1.200 morti e 500 feriti; i Piemontesi - dicono le fonti ufficiali - subirono pochi danni.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1982

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