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Sabato 10 Dicembre 2016, Madonna di Loreto
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Carducci e Verona

Verona, nel corso dei secoli, fu elogiata per le caratteristiche del sito, per la giovialità dei suoi abitanti, per la bellezza dei suoi monumenti, per la ricchezza dei codici contenuti nelle sue biblioteche, con parole di schietto entusiasmo, che non ripetono motivi letterari ma si devono ritenere sincera espressione dell'animo; a quanto dissero celebri scrittori e poeti intorno a Verona, fra i quali non ultimo Goethe, si deve ora aggiungere il giudizio entusiastico del Carducci, espresso in un momento di particolare serenità d'animo, quando cioè gli occhi stellanti di Lidia gli sorridevano pieni d'amore.

Il poeta ricorda, sia pur fugacemente, «la Tomba di Giulietta e Romeo»; la Verona scaligera; la tradizionale festa del gnocco; l'Adige «più bello dell'Arno» a meno che non diventi «cattivo» nel furore impetuoso delle sue piene; vede «i colli festanti», che inghirlandano «la bellissima città» e pensa con nostalgia «ai silenzi verdi» del colle di S. Leonardo ove, in piena armonia con la pace del luogo, sarebbe stato così bello tradurre Tibullo. Dei veronesi ricorda «il vivace idioma» e la loro allegria tradizionale; dei personaggi famosi accenna più volte a Catullo ed al Maffei.

A sentire la bellezza del paesaggio lo portava la sua naturale disposizione di poeta, che dalla natura seppe sempre attingere elementi d’alta poesia, e il ricordo vivo della visione di Lidia, assieme alla quale aveva più volte visitato Verona.

Nelle lettere a Lidia si notano alcuni passi, riguardanti Verona, di una fresca immediatezza, che ci consentono di rivivere i nitidi contorni di una realtà trasfigurata dalla poesia, cui aggiunge una nota di vibrante tonalità il richiamo al canto del «verde Adige, maestoso e pure snello». Si sente ad esempio questo passo pieno di colore e calore nel dolce ricordo di un momento intensamente vissuto:

«L'Adige è più bello dell'Arno, e io ripenso a quelle belle piante sotto le quali l'armonioso fiume scorre verde e profondo, maestoso e pure snello, quelle belle e dolci piante, fra le quali a quest'ora tremola il sole, e fra le quali ricerca il fiume ed il sole uno sguardo Soave ed un bel candido viso».

E quest'altro in cui sono poste in risalto la bellezza festosa dei colli circostanti la città e la naturale vivacità dei suoi abitanti, detti in tono simpaticamente scherzoso «matto popolo catulliano»:

«lo penso all'Adige, al verde sonante Adige che deve cantar così bene la sua nota profonda sotto al ponte delle Navi e agli alberi rifioriti sulla riva e alle finestre che guardano quegli alberi e il fiume e penso anche come devono essere belli i colli che inghirlandano la bellissima Verona e come più allegro che mai deve schiamazzare nel suo vivace idioma quel matto popolo catulliano. E penso in mezzo a tutto ciò un dolce viso».

E questa annotazione rapida, ove si avverte l'eco dell'umana tristezza per il forzato distacco dalla città ove risiedeva la persona amata:

«Il cielo e il sole erano dolcemente (ridenti) ma a mano a mano che mi allontanavo dalla bellissima Verona sentivo crescere il buio nell'anima. Quando perdei di vista i colli festanti e solo mi perseguitava come un lontano fantastico spettro Montebaldo, mi sentii nel cuore e per le ossa il freddo umido di un novembre inoltrato».

Se a questi richiami (ove vibrano ora accenti di piena felicità, ora di melanconia struggente, secondo le particolari circostanze di spirito in cui venne a trovarsi il Carducci, durante le sue soste veronesi, quasi sempre molto fugaci), aggiungiamo la lettura del seguente passo:

«Sono a Verona o meglio sul colle di S. Leonardo ove tira il vento e le nubi vanno in rotta e la pioggia minaccia. Aspettavo il tempo buono; non venne e io venni a Verona per riposarmi e distrarmi un po’ ...».

«Sono qui in campagna, proprio in campagna, dove non si sente un rumore, nel silenzio perfetto: perciò benissimo»,


sentiremo aleggiare intorno a noi un'onda di silenzio, così grato agli spiriti contemplativi, ma pur così necessario, come oasi di riposo, anche agli spiriti combattivi e pugnaci com'era il fiero poeta maremmano.

I bei colli ricordati sono quelli di S. Leonardo o di S. Mattia, ove si trovavano le ville del comm. A. Caperle e di Carlo Gargiolli, che ebbero ospite il poeta nella sua permanenza a Verona.

Oltre ai colli ridenti, al maestoso Adige, più volte ricordato nell'Epistolario carducciano, al Montebaldo, il poeta accenna anche nelle sue lettere al Ponte Navi, senza che la citazione sia accompagnata da uno di quegli aggettivi incisivi, che ci permettono di capire il motivo della predilezione di uno scrittore. Dato che il Ponte Navi a Verona non è uno dei più celebri per antichità o bellezza artistica, si pensa che il ricordo del Carducci possa essere collegato al famoso episodio di Bartolomeo Rubele, che fu cantato in una ballata dal poeta tedesco Bürger, intitolata La canzone del bravo uomo.

Aggiungeremo ancora che i veronesi ebbero sempre prove tangibili della simpatia del Carducci per loro, per cui quello che egli dice, nelle sue lettere, intorno a Verona «serbo di Verona una memoria che è desiderio» - «mi ricordi alla diletta Verona» non va accolto con beneficio d’inventario o come frase di circostanza, ma come limpida espressione di un sincero stato d'animo.

Fonte: Vita Veronese – 4/1957
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