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Domenica 25 Settembre 2016, Sant'Aurelia
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Byron e Verona

Anno fertile il 1816 per Byron: scrisse col fuoco consueto dei momenti migliori il III canto del Childe Harold, il “Prigioniero di Chillon”, diede inizio al Manfredo, compose altre poesie minori d'occasione e familiari e viaggiò.

Passato dalla Svizzera in Italia, viaggiava egli nell'autunno del 1816 verso Verona, dopo essersi fermato per qualche tempo a Milano e dopo d'aver, nell'occasione, conosciuto il Monti, oggetto, da parte sua, di grand’ammirazione. Il viaggio gli sembrò se non tedioso certo lungo, così reso anche dalle nebbie e dalle leggere acque autunnali insistenti, che gli sconsigliarono la sosta di Sirmione, luogo dl quel Catullo sui cui versi latini aveva esercitato, giovanissimo, la sua perizia poetica. Dice egli nella sua lettera del 6 novembre datata da Verona e spedita all'amico Moore:

“Sirmione di CatulIo conserva ancora il suo nome e la sua posizione ed è ricordata per causa sua; ma le grevi piogge autunnali e le nebbie c’impedirono di abbandonare la strada, essendo meglio non vederla che vederla in così cattivi momenti”.

L’incanto della penisola di Sirmione viene quasi dissolto dal cattivo tempo e se ancora il ricordo del poeta latino fa risuonare echi fra gli olivi gardesani, la pioggia dell'autunno, prossimo ai freddi invernali, la rende triste: la vaga penisola di Catullo impallidisce.

Raccoglie Byron, lambendolo per venire a Verona, le leggende del Garda e si compiace di questo, ravvisando nel ripetersi dei miti pur nel variare dei luoghi e delle tradizioni una continuità di quell'elemento fantastico ed emotivo così presente in sé e motore di tante sue opere di poesia.

“Trovai sul Benaco la stessa tradizione di una città visibile sempre nei tempi tranquilli sotto le acque. Io non so se sia autorizzata da alcun documento, ma tale leggenda viene narrata e si dice che la città fosse inghiottita da un terremoto”.

Da questa leggenda o voce del popolo gardesano, gli nascevano forse nuovi sensi per quel modo particolare di sentire l'acqua che ebbe Byron: acqua com’elemento di natura essenzialmente inquieta e di una sottile nascosta tristezza nella sua sempre incerta quiete e nelle sue improvvise inquietudini. Così gli era apparso il Benaco nell'avverso tempo d’autunno:

“Ieri fui sulle sponde del Benaco coi suoi fluctibus et fremitu”

Ma pare che, resa non solo difficile dal tempo, la strada godesse fama non buona e che i luoghi per giungere a Verona e alla sua frontiera non fossero tanto sicuri ai viaggiatori ed ai viandanti, se vere sono le parole di questa lettera:

“Movemmo oggi verso la frontiera di Verona, strada sospetta per gli assassini, ma non avemmo alcuna molestia”.

Se rapida fu la corsa lungo il lago e nel retroterra verso Verona, breve fu anche la visita alla città. Pochissimi giorni, spronato dal desiderio d'essere a Venezia. Il tempo di vedere frettolosamente le bellezze singolari della città, ammirarne monumenti ed opere pittoriche. Meglio però è lasciar luogo alle parole stesse di Byron:

“lo rimarrò qui un giorno o due per vedere le meraviglie del luogo... l'anfiteatro, i quadri... sebbene Catullo Claudiano e Shakespeare abbiano fatto più per Verona di quanto essa fece per sé mai. Mi dicono che vi sono le tombe dei Capuleti... vedremo...”.

È proprio quel “vedere” in futuro che ci fa attendere un suo riferire più dettagliato di una visita più sentita che completa. Infatti, alla fine di questa lettera (“noiosa” com’egli medesimo dice), aggiunge un postscriptum in cui riferisce sinteticamente e rapidamente le sue impressioni intorno ai monumenti veronesi. Il poeta non parla del nostro patrimonio di pitture, che una visita affrettata non può certo far ammirare ed intendere, se possiamo dar valore a quel “poor virtuoso” di un’umiltà così poco byroniana da metterci subito il sospetto nell'animo.

Leggiamolo tutto questo piccolo brano della lettera: insieme alle poche frasi dell'inizio servirà, nella mente di Byron, come materiale per il suo lavoro d’alcuni anni dopo.

“Ho percorso Verona. L'anfiteatro è meraviglioso: supera quelli della Grecia. Sulla verità della storia di Giulietta qui sembrano molto tenaci e vi assegnano una data (1303) e mostrano una tomba. E’ un sarcofago semplice aperto, in parte sciupato con foglie appassite intorno, in un vasto e desolato giardino di un convento, un tempo cimitero ora cumulo di rovine. La situazione mi colpì come assai proprio a quella leggenda, essendo triste come il loro amore. Io ho portato via alcuni pezzetti di quel granito per darli a mia figlia e alle mie nipoti. Delle altre meraviglie di questa città: antichità e pitture... eccetto le tombe dei principi scaligeri io non pretendo giudicare. I monumenti gotici degli Scaligeri mi piacquero assai, ma io sono “un povero dilettante” e lo sarò sempre”.

Ma negli anni che seguono, Verona con i suoi ricordi sparisce dalle lettere di Byron: nell'opera non se ne ritrova eco alcuna, forse presente al suo spirito solo attraverso le vicende drammatiche di Shakespeare tanto amato e così ben conosciuto. Gli anni che si succedono fino al '23 (in cui ricomparve Verona e nel modo che vedremo) sono densi d’avvenimenti per l’Europa e per Byron come persona e come poeta. Il '22 poi è anno cruciale: la fine delle alleanze, fra le potenze consacra il trionfo della politica della Santa Alleanza. Il grande stratega della politica intereuropea del tempo, principe di Metternich, manovra a Verona con somma abilità un congresso di sovrani, ministri e diplomatici, quale "da tempo non si era visto in Europa. Non è questa la sede per ripetere cose già note e notissimi nomi, ma, conta qui segnare il congresso di Verona come motivo di un poemetto byroniano di satira di rivolta e per ciò che Byron disse, e di Verona e di quel tempo. Un’accolta di re e di principi non poteva certamente contare sull’approvazione e sull’ammirazione del poeta inglese, ribelle per istinto (e molto anche per posa), amante della libertà, fino alla licenza, ma sincero in questo e generoso. Per questo scrisse, un anno dopo, versi di sferzante ironia rivolti a tutti e all’Italia pure, riunendo nel nome di Verona plaudente e liberale ospite tutta la nostra passata grandezza e la povertà di quel tempo, non lontano però da un risorgimento di spiriti rifatti liberi e uniti. Questo pareva incarnare in quegli anni il giovane Byron mentre si preparava a partire per Missolungi; vigilia di morte impreveduta.

Orazio e Shakespeare hanno inciso per mano sua parole all’inizio del don Giovanni e, sebbene anche i versi tratti da “La dodicesima notte” convenissero a questo discorso, è solo del motto di Orazio che probabilmente si prolunga l'efficacia sul poemetto ”The age of bronze” che il lettore in ricerca di poesia lascerebbe da parte. Testimoniano, infatti, questi versi quel lato, importante certamente, dello spirito e dell’intelligenza di Byron che si alimenta alla sorgente dello scetticismo. Scetticismo che dalle radici dell'ironia, conseguenza prima ed immediata di un'anima altalenante in una radicale indeterminatezza, si prolunga e trova il suo naturale sviluppo prima, e compimento poi, nella satira.

Tratte dall'epistola “Ad Pisones” queste parole: “Difficile est proprie communia dicere” attestano più che una tendenza una posizione di idee, una tesi malsicura ed una volontà dispersa. Perché appunto quel “difficile est” dovrebbe metterci in guardia e salvare Byron da un pericolo. Quello cioè di non potere con i mezzi poetici a sua e nostra disposizione portare a valore di canto una materia così riluttante come le vicende già oggetto di poesia e quelle il cui soggetto si affonda nel terreno della storia, specialmente del proprio tempo. Ma se ben altra è l'altezza del canto di Don Giovanni, L'età del bronzo ha una sua vita e non delle cose deteriori del poeta.

Questi appuntò sono i versi che più da vicino ci toccano e parlano di Verona, anche se qui la città è solo un simbolo.

IX stanza


“O beatissima Verona! Poi che la santa triade fece splendere sopra di te la sua presenza imperiale: da essa onorata tu dimentichi nella tua ingratitudine la tomba vantata dei Capuleti i tuoi Scaligeri anche... poiché, che era Can Grande, (che io mi arrischio a tradurre) paragonato a questi sublimi veltri? Tu dimentichi ancora il tuo poeta Catullo, i cui antichi allori dan luogo ai nuovi, il tuo anfiteatro in cui sedettero i Romani; il profugo Dante ricoverato da te: il tuo dolce vegliardo per cui il mondo non si stendeva al di là delle tue mura e che non conosceva il paese in cui viveva; cosi gli somigliassero per questo lato gli ospiti reali che ora esse ricingono perché più non ne uscissero! Si! Solleva grida! Incidi iscrizioni! Innalza monumenti di vergogna per dire agli oppressori che il mondo è docile! Accorri ai teatri: la commedia non è sulla scena; lo spettacolo rifulge di croci e di nastri: contemplali attraverso le sbarre della tua prigione. Applaudi, applaudi, povera Italia, e potrai credere almeno che le tue mani incatenate sono libere! ”.

Ripassano nei versi gli stessi nomi della lettera su ricordata: Catullo Dante Claudiano. Leggiamo così l'accenno all'epigramma di Claudiano : “De sene veronensi qui suburbium numquam egressus est ”, in cui il poeta egizio del V secolo rende lode all'idillica pace ed agreste ignoranza del vecchio fedele alla sua Verona, così da entrar nella leggenda.

Ed è piacevole rileggere i quieti versi latini e cercare nel frastuono di questi anni la quiete di una Verona scomparsa, il ricordo del “good old man” che a nostra differenza più di noi possiede e più di noi vive: “plus habet hic vitae”. Non si vuole certo applicare così le parole di Byron a Verona d'oggi: altra acqua e più verde scorre sotto i suoi ponti, ma solo pensare alla nostra facilmente logora e logorabile memoria di veronesi, forse poco curanti della nostra vita, qui, fra quattro mura. E si vorrebbe proprio che invece di implorare attraverso questi versi ribelli e ironici una diversa libertà, si arrivasse ad una migliore e più profonda fedeltà che di questo appunto ci accusano, di essere cioè accomodanti e passivi.

Vere allora le parole di Byron nella lettera già citata?

“... sebbene Catullo Claudiano e Shakespeare abbiano fatto più per Verona di quanto essa fece per sé mai”.

Vorremmo che l'“Indocilis rerum” di Claudiano indicasse proprio una nostra più approfondita fedeltà alla terra e quindi all'anima, lontani da quelle “cose” , che se nel 1822 erano un congresso di re o teatri smaglianti di ori falsi e veri, ora differenti “cose” sono, ma nella stessa maniera turbatrici e profane. Troppo siamo ospiti mobilissimi di questa nostra città che non conosciamo: la patria in fondo già ritrova i confini nelle nostre strade e c'è pace solo nella casa e fra le tre vie che la segnano: fuori, siamo già inquieti. Non si cerchi in queste parole un incitamento all’immobilità' e al chiuso di quattro mura, ma solo un desiderio (difficile, si sa) di quiete, vera e nostra.,

Priva di questa quiete ed anche più bisognosa di libertà era l’Italia allora: per questo la voce di Byron ha un suono che ancor oggi non dispiace fra tanti discordi. Qualcuno ha veduto tra le righe del poeta un atteggiamento ironico verso i veronesi e la loro città (così tenaci al ricordo di Giulietta, amante sfortunata), ma è parso utile segnare questo passaggio fugace di Byron in Verona; perché egli ci ha veramente onorati, come non sempre avveniva in quei tempi ed anche in tempi a noi più vicini.

Fonte: Vita Veronese – 4/1950
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