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Bussolengo - Chiesa di San Valentino

Verona / Italia
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All'estremità meridionale dell'antico centro storico di Bussolengo, la chiesa di San Valentino è monumento architettonico d’indubbia importanza, soprattutto per i vasti cicli affrescati che le sue pareti ospitano, tanto all'esterno quanto all'interno del tempio.

Detta di San Valentino maggiore, per distinguerla da altra dedicata allo stesso santo, è qualificata nelle visite pastorali anche con gli aggettivi di antica o vetusta («sancti Valentini vetusta») o («sancti Valentini veteris»). Ad una sola navata, coperta da un tetto a capriate, il suo aspetto è trecentesco, ma peraltro l'attuale edificio è frutto di una ricostruzione avvenuta su più antiche vestigia anteriori al 1339 quando cioè, in data 12 aprile, Gilberto, vescovo di Tiberiade, riconciliò la chiesa che era stata violata e in essa consacrò un altare, concedendo indulgenza di un anno e ottanta giorni di remissione di peccati a chi avesse visitato la chiesa nell'anniversario della nuova o in quello della vecchia consacrazione, oppure nel giorno di san Valentino. Tutto ciò risulta da un documento letto da monsignor Giuseppe Turrini in un codice della Capitolare di Verona che un tempo era di proprietà della chiesa di santa Maria Maggiore, che è l'attuale chiesa parrocchiale di Bussolengo.

Nuovi interventi si ebbero nella chiesa di san Valentino, dopo che, il 5 ottobre 1391, il vescovo di Verona, Gianni de Rossi, concesse che fosse di nuovo restaurata, e quindi nel secolo decimoquinto, quando fu realizzato il bel ciclo di affreschi dedicato ad episodi della vita di San Valentino all'interno del tempio e l'altro ciclo, sempre dedicato alla vita del santo, all'esterno della chiesa.

Il primo dei due cicli pittorici - che si trova sulla parete meridionale del sacello - narra in sei riquadri un miracolo e il martirio del glorioso vescovo di Terni; alcuni medici stanno discutendo intorno ad un bimbo rattrappito manifestandosi evidentemente la loro incapacità di intervento (1° riquadro) quando sopraggiunge il santo che ha un lungo colloquio con il padre del bimbo (2° riquadro), quindi s’inginocchia e prega (3° riquadro); l'invocazione dell'aiuto di Dio sortisce la guarigione e il padre del bimbo, già adoratore degli idoli, si converte e si fa battezzare con i suoi familiari, presente il bambino ormai sanato (4° riquadro); il santo viene arrestato e battuto con verghe di fronte ad un tribunale (5° riquadro) e quindi ucciso da una marmaglia di armati (6° riquadro) ma con una scena troncata.

Gli affreschi in questione, già studiati dall'Arslan, dal Mellini e dal Puppi, sono fra le cose più belle prodotte nel Veronese entro i due primi decenni del Quattrocento. L'Arslan sottolinea come la "Mostra dell'arte scaligera da Altichiero a Pisanello" non abbia offerto indicazioni sull'anonimo autore, che pur non si può pensare immigrato nel Veronese d'altra regione, ma di cui non son note né qui né altrove, altre opere: solo ammette relazioni di quest’artista con Altichiero, Tommaso, Martino e con la pittura lombarda coeva, in particolare con Michelino da Besozzo e alcuni aspetti della plastica dell'officina del Duomo di Milano. Sicché le mirabili figure calate nello spazio con insuperabile euritmia, l'eleganza del gesto misuratissimo, scenderebbero, per l'Arslan, direttamente da Altichiero, ma si accrescerebbero di compiacimenti lineari già consapevoli di grazie gotiche e cosmopolite.

Il Mellini, nella sua recensione al saggio dell’Arslan - annotato come gli affreschi di San Valentino furono tutti probabilmente scialbati dopo l'ultima pestilenza (1630) e quelli visibili siano emersi negli ultimi cent'anni - dichiara che il Maestro è veronese senz'altro, non solo per la cultura che dimostra, ma ancor più per le citazioni realistiche del mobilio e soprattutto delle Mura Scaligere con merli ghibellini già da tempo addomesticati, esempio primo di un genere paesistico che durerà secolare a Verona. Ancora il Mellini, accettata l'idea di un ritorno a forme tomasesche provinciali, esclude un qualsiasi rapporto del frescante con Martino, avvicinandolo invece agli autori dei grandi modelli veronesi e facendolo cioè rientrare nella schiera dei seguaci del gusto umanistico di Giotto e nella tradizione da questi inaugurata. Egli conclude insomma per fare del pittore un contemporaneo di Stefano, Pisanello e Giovanni Badile: sicché, dal chiarimento della figura di quest'ultimo e degli altri Maestri anonimi operanti coevi a Verona, sarebbe da attendersi un migliore inquadramento dell'autore di queste "storie".

Il Puppi, da parte sua, mette in relazione questi affreschi con un foglio di disegni conservato a Bayonne, nel quale appunto sarebbe indotto a riconoscere un frammento di carnet d’abbozzi per composizioni maggiori del Maestro di Bussolengo. Ancora al Puppi parrebbe - come in precedenza era parso anche al Magagnato e al Mellini - che il Maestro dell'Ancona Fracanzani debba rappresentare, in certo modo, la continuità e la maturazione di una situazione incarnata dal Maestro di Bussolengo, accanto al cui ciclo sarebbe pure propenso a porre, per toglierli dall'isolamento in cui sembrano essere astratti, e recuperarli entro le maglie di un tessuto storico articolato, quattro pannelli pubblicati a suo tempo dal Longhi e dallo Zeri.

La Cuppini, infine, definendo il Maestro di Bussolengo "il migliore tra i colleghi veronesi di Stefano", nota però com’egli sviluppi, fra i motivi secondari della poetica di Altichiero e di quella di Stefano, i meno sensazionali.

L'altro ciclo d’affreschi, sempre relativo ad episodi della vita di San Valentino, si trova invece all'esterno della chiesa, sul muro del fianco settentrionale, protetto da una breve tettoia. Assegnabile all'ultimo quarto del Quattrocento, sarebbe per la Cuppini opera dell'ambiente di Domenico Morone, o forse dello stesso Domenico in una fase giovanile, ancora sotto l'influenza di Francesco Benaglio. A favore di questa seconda tesi – che la Cuppini finisce per privilegiare – starebbero "I'effetto d’astrazione che deriva da certa rigidità delle forme geometrizzate, dalla sostanza inorganica delle carni, della scelta di figure immobilizzate più ancora che statiche, in ragionato contrasto con la descrizione compiaciuta dei costumi, del tipo e della qualità dei tessuti, dei particolari che rendono attuali e più moderni gli episodi".

Oltre a questi due cicli, altri affreschi isolati: all'interno una Crocifissione del secolo XV, una serie di santi (San Paolo, San Bartolomeo, San Valentino, la Madonna, San Giorgio ecc.) del secolo XV, con un San Valentino del 1528; in un locale accanto alla chiesa una grande Crocifissione del secolo XIV; nel portico a tramontana un San Cristoforo e una Madonna con Bambino.

Del San Cristoforo così la Cuppini "anche dopo la pulitura, con la rimozione delle integrazioni recenti, l'immagine non ha acquistato in poesia (…). L'affresco richiama i modi di Giovanni Badile, portati a cadenze paesane, ed è databile tra il 1430 e il 1440". Sempre secondo la Cuppini, la Madonna con Bambino "si pone in coda alla lunga sfilata d’analoghe figurazioni dipinte in serie dagli epigoni di Martino da Verona" ed è da collocarsi tra il primo e il secondo decennio del Quattrocento "sulla base dell'architettura macchinosa del trono e dell'impianto del gruppo".

Ancora occorre sottolineare come questa chiesa sia il centro di una gran devozione popolare a San Valentino: attorno ad essa, in occasione della festa liturgica del santo (14 febbraio) si celebra tuttora una famosa sagra con fiera del bestiame.

Qui una serie di tavolette votive studiate dal Cambié e solo in parte salvate dalla dispersione, era appesa ai lati dell'altare maggiore. Fra queste il Bacilieri ricorda quella fatta eseguire nel 1711 dai bussolenghesi quando il paese fu preservato da un malore che fu importato da Ca' dei Laghi da alcuni buoi provenienti dalla Dalmazia: da due anni imperversava nei dintorni l'epidemia facendo strage nei bovini mentre le stalle del paese rimanevano indenni.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1985

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