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Breonio - Chiesa di San Marziale

Verona / Italia
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Nel centro di Breonio – nell’alta valle di Fumane – una chiesa del Quattrocento fa bella mostra di sé: è la chiesa, un tempo officiata come parrocchiale e dedicata a San Marziale, qui esistente con ogni probabilità almeno dal secolo XII, anche se in versione architettonica diversa dall'attuale. La chiesa è già nominata infatti nel secondo decennio del secolo XIII: in relazione ad una lite relativa a decime di fieno, apprendiamo che da questa erano escluse anche le decime dei prati della chiesa di Breonio. Un documento del 1268 la cita espressamente, con il suo titolo di San Marziale, il santo che, secondo la tradizione, sarebbe stato mandato da San Pietro a convertire l'Aquitania.

Ad una sola navata, coperta da un tetto a cavalletti, ma con un presbiterio voltato a crociera, la vecchia chiesa di San Marziale di Breonio fu poi riedificata nella seconda metà del XV secolo. Il vescovo Ermolao Barbaro, nella sua visita del 16 maggio 1454, la trova ben tenuta: provvista di un bel tabernacolo, anche se disadorno, del fonte battesimale ("quem habere consuevit quoniam parochialis est"), del campanile, di sacra suppellettile. Mentre la stessa visita annota la presenza di un rettore, e da analoga visita, fatta il 7 ottobre 1454 a San Floriano, sappiamo che la chiesa di San Marziale di Breonio dipende da quella pieve. Nei registri di San Floriano non risulta peraltro, fra Tre e Quattrocento, alcun accenno a questa cappella dotata non abbondantissimamente ma provvista tuttavia di un beneficio in grado di mantenere un sacerdote in cura d'anime.

A questo proposito, dalle denunce presentate nel 1564 in occasione della "redecimazione" imposta dal Governo Veneto, sappiamo che San Marziale, e per essa il suo rettore, godeva dei proventi di una trentina di affitti, di cui cinque a quell'epoca inesigibili. Relativamente ricco dunque il beneficio parrocchiale di San Marziale di Breonio e perciò abbastanza appetito: come ricorda Michael Knapton, esso fu oggetto di regolare concorso presso la Curia di Verona, a quanto pare non prima del 1627 (quando i candidati furono quattordici) perché i due passaggi precedenti, attorno al 1560 e al 1580, erano avvenuti per via di rinuncia.

Nei primi decenni del Cinquecento era parroco di questa chiesa un nobile Maffei: il reverendo Paolo, figlio naturale di quel Guido Antonio Maffei (suocero dell'umanista Giulio), che qui a Breonio, nella non lontana chiesa di San Giovanni in Monte Loffa volle essere sepolto. Si deve con ogni probabilità alla presenza dei Maffei (che avevano su Breonio diritti feudali acquistati dalla Fattoria Scaligera ai tempi della sua liquidazione), se la chiesa, proprio nei decenni in cui ne è custode e rettore il reverendo Paolo, si arricchisce di numerose opere d'arte, tutte di primissima qualità.

Fra queste gli affreschi scoperti nel 1964, quando il cattivo stato di altri affreschi nella volta e nelle lunette della cappella del presbiterio portò ad eseguire, all'interno di San Marziale, alcuni lavori. Si tratta di dipinti parietali che Maria Teresa Cuppini assegnò a Francesco Morone, e di altri riferiti invece - sempre dalla Cuppini - a Domenico Brusasorzi. I riquadri votivi di cui si ravvisa la mano di Francesco Morone raffigurano rispettivamente Sant'Agapito (1510), San Marziale (1513), San Giovanni Battista (1513) e San Cristoforo tra i Santi Rocco e Sebastiano (1513): gli anni di esecuzione di tali opere sono segnati in nitide didascalie e con i nomi dei committenti. Si ravvisa invece la mano di Domenico Brusasorzi in quelli con le immagini dei Santi Silvestro e Gregorio e della Pietà.

Di Domenico Brusasorzi sarebbero anche, secondo la Cuppini, gli Evangelisti nelle vele, la Crocifissione, la Discesa al limbo e la Resurrezione, nelle lunette, e i busti dei Profeti, scalati nei sottarchi, sempre nel presbiterio. Sempre per la Cuppini, il bel complesso affrescato del presbiterio di San Marziale andrebbe a collocarsi

"al momento immediatamente posteriore all'esperienza mantovana dell'artista, per i molti richiami, che qui si rivelano, a Giulio Romano e per la colleganza spirituale coi manieristi lombardi che al Pippi si informarono".

Infatti:

"I violenti colori, portati al parossismo del rosso mordente, creano uno spazio subiettivo abnorme. Anche i festoni, gonfi di foglie e di frutti multicolori e turgidi, escono dal loro schema tradizionale di cornice e, carichi di umori, stillanti zuccheri, sono esempi di “natura viva”. Il rosso focoso carica tutta la composizione, accelera la foga dei gesti, forza ulteriormente la torsione dei corpi, attraverso l’evidenza della fatica fisica delle pose, trasforma le forme spasimanti in personaggi".

Allora,

“Nel colore fragoroso, che coinvolge nella sua eccentricità il disegno, è anche da ricercare il responsabile delle ridondanze retoriche della rappresentazione. Dalle furiose pennellate, che non conoscono tregua, non si giovano appieno le immagini turbinose e convulse, quasi per mascherare l’iconografia convenzionale, le pigrizie della fantasia”.

Sicché:

“Un intellettualismo capriccioso presiede alla scelta delle tinte: si guardino le carni abbaglianti dell’evangelista Luca, i volti apoplettici dei Profeti, i lividi mortuari sui corpi dei crocifissi, il boa di vapori rossastri e grevi che si snoda sul Golgota e il debordare dei festoni ampollosi dalla balaustra e dalle cornici. Nonché eccentricità, tratte dal più veemente teatro manieristico: le tonsille roventi dell’Orco simboleggiante l’inferno, il verde tossico dei diavoli, il carnaio dei dannati, avvinghiati in una foga senza scampo, da cui si isola – per emergere in primo piano – l’impari lotta di un uomo con un fauno, o del bagnante col bollente lavacro”.

La chiesa conserva anche, sull’altare maggiore, un interessante polittico con cornice lignea a due ordini, dei primi decenni del ‘500. Nella predella che fa da base del polittico sono tre gustose formelle dipinte da riferirsi, assai probabilmente, ad episodi della vita di San Marziale. Fra le tre tavolette e ai lati di queste, nei dadi che fanno da base alle lesene del primo ordine sono raffigurati i quattro dottori della Chiesa, mentre nelle metope della trabeazione, sempre del primo ordine, sono dipinti i simboli dei quattro evangelisti. Il primo ordine del polittico è costituito invece da tre nicchie affiancate che accolgono, con quella di San Marziale, statue lignee di San Giovanni Battista e di Sant'Antonio Abate, come spiegano le scritte, in eleganti caratteri maiuscoli romani, nel fregio soprastante. Il secondo ordine accoglie infine tre tavole a stucco in bassorilievo rispettivamente raffiguranti un incontro fra due personaggi (un uomo e una donna), la Nascita di Cristo e la Fuga in Egitto. Corona il tutto un timpano entro il quale è dipinto l'Eterno Padre e agli angoli del quale sono due angeli lignei.
Come autore dei dipinti del monumentale paliotto ligneo si potrebbe avanzare il nome di Nicola Giolfino anche se la Cuppini - almeno relativamente alle predelle peraltro assai guaste, annerite e lacunose - preferisce un'attribuzione a Domenico Brusasorzi in quanto passibili di riscontri persuasivi ed immediati con le Storie bibliche affrescate da costui nella villa Del Bene a Volargne.

La parrocchiale di San Marziale - quella di cui ci stiamo occupando fu poi abbandonata quando nel secolo XVIII si costruì, poco fuori dell’abitato e sulla strada che conduce a Molina, una più vasta chiesa, sempre al servizio di quel grosso centro demico che era allora, nell'alta Valpolicella, Breonio. Ma fortunatamente la vecchia cappella non venne distrutta, sicché può ancora rappresentare un peculiare aspetto del ricco panorama artistico della vallata di Fumane.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1987

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