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Battaglia di Santa Lucia

La battaglia di Santa Lucia (6 maggio 1848) si colloca in posizione centrale nei fatti d'arme della I guerra d'indipendenza. Essa segnò per l’Armata Sarda un sostanziale - benché valoroso - insuccesso e diede inizio al graduale ripiegamento delle forze piemontesi che, fino a quel momento, erano avanzate verso Verona con relativa facilità, dopo aver colto anche l'esaltante vittoria a tutti nota come "Carica di Pastrengo" nella giornata del 30 aprile 1848.

Dopo la battaglia di Santa Lucia, l'esercito asburgico riprese l'iniziativa militare, respingendo verso occidente gli invasori fino alla loro definitiva sconfitta presso la "fatal Novara", che pose fine agli entusiasmi patriottici degli esponenti del primo risorgimento italiano.

II 5 maggio - il giorno prima della battaglia - nel quartier generale di re Carlo Alberto a Sommacampagna si tenne un consiglio di guerra alla presenza di tutti i comandanti di divisione per definire la strategia con cui effettuare l'indomani mattina - come già era stato stabilito - una "esplorazione offensiva" sotto Verona. La riunione terminò alle sei di sera e gli ordini relativi all'azione furono diramati ai vari reparti nel corso della notte, praticamente all'ultima ora; i reggimenti stanziati a Villafranca, ad esempio, che pure dovevano partecipare al piano, furono informati solo alle sette del mattino seguente. Questa intempestività nel diramare gli ordini spiega il ritardo con cui vari corpi l'indomani raggiunsero le posizioni assegnate e la totale mancanza di simultaneità dell'attacco contro le postazioni nemiche, che causò il fallimento del piano.

Parte delle truppe austriache erano attestate lungo l'orlo del terrazzo fluviale atesino ad occidente e a mezzogiorno: Chievo, Croce Bianca, San Massimo, Santa Lucia; se si fosse riusciti a liberare quei villaggi, Verona sarebbe stata bloccata sul lato sud-occidentale, dal quale avrebbe potuto essere bombardata e da dove, con audacia pari alla fortuna, i Piemontesi avrebbero anche potuto tentare con un fulmineo assalto di cacciare entro la città le truppe accampate all'esterno e magari lanciarsi nella confusione generale anche dentro la città stessa. Ma gli Austriaci avevano già calcolato il possibile pericolo e avevano rafforzato le loro posizioni esterne e atterrati gli alberi attorno a Verona.

La divisione Federici fu lasciata indietro a bloccare Peschiera e Pastrengo. La colonna principale dell'Armata Sarda si pose in marcia alle 7 del mattino. L'avanguardia, comandata dal generale D'Arviliars, comprendeva la brigata Regina, una brigata di cavalleria e formazioni di bersaglieri. Di tutte le brigate impegnate, la sola brigata Aosta, che era comandata personalmente da Carlo Alberto e dal generale Bava, fu l’unica che all’ora stabilita si trovasse in marcia verso San Massimo, secondo quanto previsto; le altre colonne, che marciavano ai suoi Iati, non poterono sincronizzare i loro movimenti.

Il piano di battaglia prevedeva una concentrazione delle truppe sopra le piccole alture attorno a Feniletto Cabuetta, mentre sul fianco sinistro esse avrebbero dovuto appoggiarsi alle colline di Palazzina e su quello destro formare una grossa retrovia d’artiglierie e di cavalleria. La divisione centrale avrebbe investito San Massimo; quella di sinistra la Croce Bianca; quella di destra Santa Lucia. La cavalleria avrebbe dovuto tagliare la ritirata alle truppe nemiche stanziate a Tomba. La divisione di riserva si sarebbe tenuta a distanza per assecondare l'urto della divisione centrale.

Il piano fallì - come s'è detto - per mancanza di sincronia nell'attacco, che, invece, fu portato dalle tre divisioni separatamente e con notevoli intervalli di tempo. Inoltre, a quanto sembra, gli Austriaci erano stati informati tempestivamente dei movimenti delle colonne avversarie; si aggiungano il poco tempo lasciato ai Piemontesi per prepararsi adeguatamente all'attacco e la mancanza di un'accurata ricognizione del terreno d'operazioni, che si presentò ben più difficile del previsto e che causò ulteriori rallentamenti nell'avanzata, per non dire dell'imprecisione e del ritardo degli ordini.

La divisione centrale - s'è visto - avrebbe dovuto investire San Massimo, ma sbagliò direzione di marcia e finì su Santa Lucia, dove sarebbe dovuta giungere anche la divisione destra dello schieramento. Il villaggio, trincerato tutt'intorno, era difeso dalla brigata Strassoldo, che aveva occupato anche le adiacenze e il cimitero, contro il quale si infransero invano i ripetuti assalti delle prime schiere sarde.

Nonostante il piano fosse saltato, il comando giudicò preferibile lanciare all'assalto la divisione centrale; la brigata Aosta, in particolare, si trovò in prima linea. Il fuoco si aprì con particolare intensità attorno al cimitero del villaggio. Mentre l'artiglieria austriaca, protetta nelle trincee, assolveva efficacemente il suo compito di difesa, l'artiglieria piemontese non poté sostenere l'urto della brigata Aosta. Verso l'una del pomeriggio sopraggiunse anche la brigata Guardie, che tuttavia restò impigliata tra le fitte muraglie degli orti, al punto che fu bloccata in attesa dell'arrivo dalla strada di Villafranca della divisione di destra, la quale assalendo di lato il villaggio di Santa Lucia - come previsto nel piano tattico - ne avrebbe agevolato la conquista.

Un ulteriore disguido nella trasmissione dei comandi fece ritardare l'arrivo della brigata Regina da Fenilone alle spalle della brigata Guardie. A quel punto il generale Bava, accortosi che il maggior generale marchese Passalacqua, comandante della divisione di destra, stava attaccando con parte delle sue truppe il fianco destro del villaggio, lanciò alla carica anche i suoi soldati e, alla fine, Santa Lucia fu presa. Carlo Alberto si portò allora all'estremità del villaggio, da dove poteva vedere agevolmente Verona, che gli apparve del tutto tranquilla senza indizio alcuno di sollevazione popolare. A rendere più triste la situazione, giunse la notizia che la divisione di sinistra, Broglia, incontrati ostacoli maggiori dei previsti e incorsa anch'essa in ritardi e disguidi, non era riuscita a prendere d'assalto la Croce Bianca: il reggimento Savona era stato sbaragliato dall'artiglieria austriaca. Ma soprattutto l'obiettivo centrale dell'assalto, cioè San Massimo, sul quale avrebbe dovuto puntare la divisione di mezzo, non era ancora stato assalito egli Austriaci là trincerati avrebbero potuto facilmente fare una sortita e piombare ai fianchi e alle spalle della divisione sarda, impegnata verso la Croce Bianca. Motivi questi per cui il generale Broglia decise la ritirata immediata delle sue truppe.

Quando tali notizie arrivarono a Carlo Alberto, egli comandò la ritirata generale verso i rispettivi acquartieramenti, non senza predisporre un piano per rendere sicura una ritirata che avrebbe potuto comportare gravi rischi. A proteggere il ripiegamento fu destinata la brigata Cuneo, che non aveva partecipato ai combattimenti: essa doveva spiegare un reggimento davanti a Santa Lucia, l'altro un chilometro più indietro a battaglioni scalati in direzione di Sommacampagna, con artiglieria negli intervalli dello schieramento e la cavalleria alla retroguardia. La brigata Regina doveva disporsi in formazione analoga lungo la strada per Sona. La divisione di destra, incolonnata per battaglioni, fu disposta lungo la strada di Villafranca con la cavalleria in retroguardia.

A mano a mano si ritirarono verso Sommacampagna le brigate Aosta e Guardie, mentre i feriti erano stati già trasportati verso il paese. Fu durante la ritirata che il duca di Savoia - il futuro Vittorio Emanuele Il - lasciato con la brigata Cuneo davanti a Santa Lucia, fornì una grande prova di coraggio tanto da meritare la medaglia d'argento al valor militare. Infatti, gli Austriaci non avevano perso tempo e si erano nuovamente concentrati in forze per riprendere il villaggio; se lo sbarramento fosse caduto, la ritirata delle colonne si sarebbe trasformata di certo in una pesantissima sconfitta. Il giovane duca si pose alla testa della brigata e diede l'assalto agli Austriaci sopravvenienti, riuscendo a ricacciarli ben oltre il limite conquistato nel primo pomeriggio. In tale modo la ritirata poté svolgersi, almeno per la divisione di centro, con tutt'ordine e calma tanto da consentire a Carlo Alberto di visitare i feriti radunati al Fenilone mentre erano caricati sui carri e di impartire personalmente ordini per la sepoltura dei cadaveri.

Ma i disastri dovuti alla leggerezza e all'improvvisazione, nel segno delle quali fu condotta tutta l’"esplorazione offensiva", non erano ancora finiti: difatti, la divisione di destra, che si era mossa verso Santa Lucia da Villafranca, non aveva curato al mattino di occupare e presidiare i numerosi casolari che si trovavano ai lati della sua direzione di marcia; sicché a sera, al momento della ritirata, essa fu presa in mezzo al fuoco dei tiratori nemici che si erano arroccati nei casolari; come non bastasse, i soldati erano stati lasciati in colonne. Ne sortì una serie di micidiali imboscate, tanto più che i soldati, dopo la giornata di combattimenti e l'amarezza per la ritirata, erano impreparati, sia tatticamente sia fisicamente e psicologicamente, a reagire a quel nuovo attacco. A limitare il disastro e le fughe disordinate fu benefico, in quella circostanza, il terreno boschivo, che impedì alla cavalleria di vedere quanto stava accadendo e di essere colta anch'essa dal panico generale. Anche su quel lato dello schieramento vi furono episodi d’eroica resistenza, legati ai nomi della mezza batteria Salino e della compagnia Griffini.

La giornata di Santa Lucia si concluse con un pesante bilancio da entrambe le parti contendenti: le cifre ufficiali parlano di 1.500 fra morti e feriti nell'Armata Sarda e di un numero di poco inferiore per l'esercito imperiale, tra le cui file caddero anche alcuni altissimi ufficiali, come il generale Strassoldo, il feld-maresciallo Salis, mentre furono gravemente feriti il generale principe Schwarzenberg e tre colonnelli. Naturalmente non mancarono episodi singoli di valore lungo tutti i punti degli schieramenti, ma il luogo dove si combatté con maggiore accanimento fu il cimitero di Santa Lucia: là - racconta il maggiore Cellai nei suoi Fasti militari - "il giovane Torazzo di Castelnuovo si gettò primo sotto il muro di quella chiostra e tanto agile pose i pie e s'aggrappò colle mani nelle buche fatte dalle palle di cannone che in men che non si dica si trovò a cavaliere del muro: i prodi delle Guardie si attizzano e si incalzano a quella vista come leopardi; l'alfiere Lacosta si scaglia, s'arrampica e pianta la croce di Savoia sul muro".

Il Bollettino dell'armata austriaca, pur riconoscendo il valore dei Piemontesi, ne sottolinea la pesantezza della sconfitta, che sarebbe potuta diventare "totale" se la natura del terreno avesse consentito l'impiego della cavalleria. All'interno di Verona la giornata del 6 maggio trascorse veramente tranquilla, mentre i cannoni tuonavano a pochissima distanza. Qualche giorno prima della prevista "esplorazione offensiva" il principe di Thun, comandante del presidio, aveva fatto affiggere per le strade della città un manifesto: "Si confida nel buon senso della popolazione, che ella valuterà le tristi conseguenze di qualunque sedizioso movimento e non porrà l'autorità militare nella necessità dolorosa di fare in tale emergenza bombardare la città". Con la data del 6, il giorno della battaglia, apparve un altro avviso: "Viene riferito che gente curiosa vada su per i tetti e vi si raccolga in gran numero. Si notifica che ciò resta severamente proibito e che ogni contravventore a quest'ordine si esporrà a grave castigo". II podestà Giovanni Girolamo Orti Manara, il popolare "gnocco", a sua volta aveva firmato un avviso "che durante le presenti operazioni è assolutamente vietato di tragittare con barche, battelli ed altro per qualsiasi motivo il fiume Adige".

La battaglia di Santa Lucia fu ricordata da parte austriaca nella ricorrenza del decennale con un piccolo obelisco eretto all'interno dello storico cimitero (6 maggio 1858). Da parte italiana, a distanza di trentaquattro anni dal fatto d'arme, fu eretto il monumento antistante il cimitero, che fu solennemente inaugurato il 6 maggio 1882.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1984

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