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Battaglia di Borghetto

Dopo le successive vittorie a Montenotte, a Millesimo, a Dego e a Ponte di Lodi, l'esercito repubblicano di Francia, comandato dal generale Bonaparte, il 14 maggio 1796 entrò trionfalmente in Milano.

Istituita una Municipalità con funzioni amministrative, lasciato un presidio d’ottomila soldati, estorti quanti denari poté dal territorio conquistato e dai duchi di Modena e di Parma in cambio della risparmiata invasione, il 21 maggio 1796 Bonaparte si accingeva a riprendere la marcia d’avvicinamento alle terre venete dove si erano ritirati gli Austriaci comandati dal barone Beaulieu. L'insurrezione popolare scoppiata soprattutto a Pavia fece ritardare di qualche giorno l'avanzata; il 26 maggio Bonaparte era finalmente in viaggio verso le sponde del fiume Oglio, che parte delle sue truppe avevano già superato attraversando di gran corsa la provincia bresciana fino al Lago di Garda e alla linea del Mincio: la città di Brescia era stata occupata dai Francesi il 25 e in essa Bonaparte stabilì il proprio quartier generale. Il teatro della guerra si spostava così sul suolo della Repubblica veneta.

L'esercito austriaco si era attestato sulle rive del Mincio in una posizione strategica naturalmente protetta e là attendeva i rinforzi che a marce forzate scendevano dal Tirolo confidando nell'eccellente posizione. Protetto a nord dalla fortezza di Peschiera (allora dominio veneziano) e a sud dalla fortezza di Mantova (all'epoca dominio austriaco), il Mincio scorre tortuoso per circa quaranta chilometri naturalmente protetto sul versante orientale dalle colline moreniche e quindi dalla palude mantovana.

Bonaparte, ben consapevole delle difficoltà presentate dal terreno, aveva deciso di attaccare gli Austriaci a Borghetto, piccolo centro che sorge sulla riva destra del Mincio quasi ad uguale distanza tra Peschiera e Goito; ma per mascherare il piano finse una manovra diversiva spedendo il generale Rusca con un buon nerbo di truppe a Salò con l'ordine di rilevare e sondare le vallate e le possibili vie d’accesso a Riva di Trento, come se egli volesse aggirare il lago per raggiungere la valle dell'Adige. Nello stesso tempo fece rinforzare la linea del Chiese spingendo avamposti a Lonato e a Desenzano nella direzione di Peschiera e di Verona. In realtà il grosso dell'armata d'Italia stava attestandosi in sordina al riparo delle colline di Castiglione, Solferino e Cavriana a breve distanza dal Mincio. Il barone Beaulieu, avvertito dal generale Liptai, comandante il distaccamento austriaco di Castelnuovo, dei movimenti in atto, decise I'occupazione della fortezza di Peschiera, che la Repubblica di Venezia presiedeva con soli sessanta soldati agli ordini del colonnello Giannantonio Carrara, con ottanta pezzi d’artiglieria senza affusti e senza carriaggi.

Il tempestivo rapporto inviato il 24 maggio (Bonaparte non era ancora entrato in Brescia!) dal colonnello Carrara al Provveditore Nicolò Foscarini, giunto da Venezia a Verona qualche giorno prima per fronteggiare l'emergenza, rimase addirittura senza riscontro: nel documento si denunciavano le precarie condizioni della fortezza, che doveva essere prontamente risarcita e munita di soldati.

Gli Austriaci occuparono la fortezza di Peschiera con l'inganno: il mattino del 26 un drappello di cinquanta soldati chiese il permesso di transito, che la condizione di neutralità di Venezia contemplava per una ricognizione verso il territorio bresciano. Una volta entrati all'interno della fortezza, gli Austriaci la occuparono, mentre tempestivo sopraggiungeva il contingente di Castelnuovo con lo stesso generale Liptai. Le proteste del colonnello Carrara in ordine alla violazione dei trattati ottennero il solo effetto di una giustificazione scritta del suo comportamento e la promessa, pure scritta, che, appena allontanatosi il pericolo, la fortezza sarebbe stata restituita alla Repubblica.

Il generale Beaulieu cadde solo in parte nel tranello tattico studiato da Bonaparte dislocando le sue truppe da Mantova fino oltre Malcesine; infatti, nel consiglio di guerra che si tenne il 28 presso il suo quartier generale posto in Roverbella, furono stanziati a Borghetto quattromila soldati scelti e milleottocento cavalieri e altri grossi distaccamenti furono posti a guardia dei ponti di Goito e di Rivalta.

Il 29 maggio a Brescia Bonaparte fece pubblicare il famoso proclama rivolto alla Repubblica di Venezia, con il quale se n’annunciava l’invasione. Il testo merita di essere riferito integralmente perché ne risulti evidente il carattere subdolo e menzognero.

Bonaparte generale in capo dell'armata d'Italia alla Repubblica di Venezia.

Brescia, 10 pratile anno IV (29 maggio 1796)

E' per liberare la più bella regione dell'Europa dal giogo di ferro dell'orgogliosa casa d’Austria, che l'armata francese ha affrontato gli ostacoli più difficili da superare. La vittoria, d'intesa con la giustizia, ha coronato i suoi sforzi. I resti dell'armata nemica si sono ritirati di là dal Mincio. L'armata francese avanza, avanza per inseguirli, sul territorio della Repubblica di Venezia; ma essa non dimenticherà che una lunga amicizia unisce le due repubbliche. La religione, il governo saranno rispettati. Che i popoli stiano tranquilli: la disciplina più severa sarà mantenuta: tutto ciò che sarà fornito all'armata sarà puntualmente pagato in denaro. Il generale in capo impegna pubblici ufficiali della Repubblica di Venezia, magistrati e i preti a far conoscere questi sentimenti al popolo, affinché la fiducia rinsaldi l'amicizia, che, da molto tempo, unisce le due nazioni. Fedele nel cammino dell'onore come in quello della vittoria, il soldato francese non è terribile che per i nemici della sua libertà e del suo governo. Firmato Bonaparte


All'alba del 30 le truppe francesi si posero in moto: la divisione comandata dal generale Augereau da Castiglione e quella agli ordini del generale Massena da Volta Mantovana avevano l'ordine di convergere su Borghetto. Seguiva a breve intervallo lo stesso Bonaparte con la divisione Serrurier, le artiglierie e le riserve.

Lo scontro si accese verso le otto del mattino: in un primo momento gli Austriaci parvero avere la meglio, trincerati e protetti da un'artiglieria numerosa e ben diretta. Una brillante carica della cavalleria imperiale sembrava sul punto di sbaragliare le truppe avversarie quando il generale Murat al comando dei dragoni riuscì, dopo una furiosa mischia, ad arginare il pericolo incombente. Ma il continuo convergere di truppe francesi su Borghetto creò una pressione difficilmente sostenibile da parte delle pur scelte truppe imperiali, assottigliate in quel settore del fronte a causa dell'ampiezza del teatro della battaglia.

A risolvere l'esito della pugna fu nuovamente la cavalleria di Murat, che, ripresasi dal precedente scompiglio, riuscì a rigettare gli Austriaci oltre il ponte di Borghetto. Il generale Gardanne fu il primo ad entrare nell'espugnato villaggio, ma giunto sul ponte, trovò un fuoco di sbarramento impossibile a sostenersi. Le batterie della sponda sinistra impedivano perfino l’avvicinamento alla riva, mentre un reparto di soldati cominciava la distruzione della prima arcata del ponte. Gardanne in persona, postosi alla testa di uno stuolo d’impavidi, scese nelle acque del Mincio per guadarlo. Il gesto quasi disperato d’audacia sortì l'effetto psicologico desiderato in entrambi gli schieramenti. Stabilita una testa di ponte, il generale Gardanne si adoperò a ripristinare l'arcata nel frattempo demolita dagli Imperiali e in capo a due ore le divisioni francesi si trovarono sulla sponda sinistra del Mincio. Erano circa le due del pomeriggio.

Bonaparte, approfittando del momento favorevole, lanciò le sue truppe all'inseguimento del nemico, che ripiegava lentamente su Valeggio. In pari tempo ordinò al generale Augereau di risalire la sponda sinistra del fiume, di portarsi sotto a Peschiera e di occuparne la fortezza; di là, poi, spingersi verso Castelnuovo e Pastrengo per tagliare agli sconfitti la via della ritirata e costringere Beaulieu con il grosso delle truppe a rinchiudersi nella piazzaforte di Mantova. La mossa, però, era stata in parte prevista dal Beaulieu, che aveva già impartito l'ordine al generale Liptai di evacuare Peschiera e di ritirare le truppe sulle alture fra Castelnuovo e Oliosi; inoltre, grazie al supporto delle truppe di riserva acquartierate a Villafranca, egli riuscì a proteggere adeguatamente la ritirata su Valeggio, non senza inviare un forte presidio a rinforzo di Mantova, che era stata precedentemente ben munita e provvista di viveri.

Il colonnello Carrara, che dopo lo sgombero degli Austriaci aveva nuovamente assunto il comando della piazza di Peschiera, subì le insolenze del generale Augereau, che accusava il governo Veneto di parzialità per avere permesso agli Austriaci l'occupazione della fortezza e minacciava rappresaglie.

Nel frattempo gli Austriaci avevano abbandonato anche i ponti di Goito e di Rivalta e i Francesi si attestarono lungo tutta la sponda sinistra del Mincio. A quel punto Bonaparte inviò la divisione Serrurier verso Villafranca, mentre egli in persona, con la divisione Massena e la cavalleria di Murat, occupava Valeggio, dove, non senza contrasti, riuscì finalmente a porre il suo quartier generale. Scesa la notte, gli Austriaci poterono sgomberare agevolmente le posizioni e ritirarsi vieppiù verso l'imbocco della valle dell'Adige. Nessun ostacolo si frapponeva ai Francesi sulla via per Verona.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1996

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