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Lunedì 5 Dicembre 2016, San Saba
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Battaglia di Arcole

La prima "Campagna d'Italia" si avviò con una travolgente serie di successi militari per il giovane generale Bonaparte. Neutralizzato facilmente lo stato sabaudo, egli rincorse la vittoria nella pianura padana occidentale da Montenotte a Millesimo, a Dego, a Ceva, a Mondovì, a Cherasco, riuscendo a raggiungere in breve la linea del Garda-Mincio, assicurandosi il controllo di Verona - dove i Francesi entrarono il 1° giugno 1796 - e ponendo l'assedio alla piazzaforte di Mantova.

Tuttavia, a ben guardare, la serie di fortunati scontri con gli Imperiali aveva sì fatto lievitare alle stelle la fama di stratega del ventisettenne Bonaparte, circondandolo di un eccezionale carisma sia presso i nemici sia, soprattutto, tra le sue truppe, ma era mancato fino allora quel fatto decisivo per le sorti dei contendenti. La «Campagna d'Italia», in definitiva, era ancora tutta da giocare e gli Austriaci non pensavano certamente a un’eventualità di resa.

Bonaparte, consapevole della reale portata dei suoi successi, voleva incalzare il nemico per sfruttare l'unico vantaggio di cui concretamente disponeva, cioè l’effetto psicologico di una travolgente ed entusiasmante avanzata. Ma a Parigi il Direttorio era di avviso diverso e costrinse, di fatto, il generale a segnare parzialmente il passo. Tuttavia, egli seppe abilmente approfittare della pausa per ampliare il raggio della penetrazione francese nella pianura padana, conquistando l'Emilia e creando le due Repubbliche satelliti Transpadana e Cispadana.

Soltanto nell'autunno del 1796 ripresero i movimenti di truppe nel punto focale del fronte, cioè lungo il settore nord-orientale, dove stavano convergendo, nell'intento di riprendere Verona, due armate austriache: quella condotta dal barone Alvinczi, scesa dal Friuli attraverso il Bassanese e il Vicentino, si era attestata a Caldiero; l'altra, guidata dal generale Davidovich, stava scendendo dal Trentino lungo l'Adige. Per Bonaparte era essenziale impedire il congiungimento delle due armate, di fronte alla schiacciante superiorità delle quali una volta unite non gli sarebbe rimasto alcuno spazio di manovra.

L'11 novembre 1796 l'esercito francese esce da Verona, respinge gli avamposti nemici e punta su Caldiero; all'alba del 12 il generale Massena ebbe l'ordine di attaccare le alture di Caldiero, forzando la destra dello schieramento avversario. La manovra riuscì, ma il generale Launay cadde prigioniero e l'assalto fu quindi sospeso.

"La pioggia cadeva a torrenti, le strade si facevano impraticabili per le nostre artiglierie e fu presa la decisione di tornare a Verona, si legge nel Memoriale di Sant'Elena. Le perdite in questo scontro furono eguali: il nemico si attribuì nondimeno e con ragione la vittoria. I suoi picchetti avanzati si avvicinarono a San Michele e la condizione nostra diventava criticissima».

All'indomani della sconfitta di Caldiero, Bonaparte inviò un disperato messaggio al Direttorio: urgevano i tanto sospirati rinforzi, fino allora vanamente promessi, l'Armata d'Italia era ridotta allo stremo e il rischio reale era di perdere d'un colpo tutte le terre conquistate nella "Campagna". In effetti, i Francesi, ridotti a 18 mila uomini, con i migliori ufficiali feriti e ormai quasi accerchiati in Verona, versavano in condizioni pressoché disperate.

Nella notte tra il 14 e il 15 i Francesi uscirono da Verona verso occidente: la direzione di marcia e la notizia dello sblocco dell'assedio di Mantova lasciavano presagire l'inizio della ritirata. Ma, poco fuori di città, le truppe furono fatte ripiegare lungo l'Adige e nella serata giunsero a Ronco; là, durante la notte precedente, era stato lanciato un ponte di barche: all'alba l'Armata d'Italia poté passare sulla sponda sinistra dell'Adige nella vasta palude a destra dell'Alpone nei pressi di Arcole. Bonaparte, infatti, resosi conto di non poter affrontare un nemico tre volte superiore per numero su un terreno normale, aveva deciso di attaccarlo su un fianco attirandolo in una zona paludosa, dove la superiorità numerica sarebbe stata poco determinante. La mossa, del tutto inattesa, non fu nemmeno tempestivamente compresa dal comando austriaco, che ad Arcole aveva dislocato soltanto due battaglioni di Croati nella casa Malaspina alla "Decima" presso il ponte sull'Alpone.

Dal punto in cui erano sbarcati i Francesi, partivano tre sentieri, tutti circondati dalle paludi; essi portavano, rispettivamente, verso Verona, Arcole e Albaredo. L'esercito fu diviso in tre colonne che presero ciascuna una direttrice di marcia. Una colonna risalì verso Verona fino al limite delle paludi, pronta ad accorrere verso la città, dove era stata lasciata una guarnigione di soli 1500 uomini, qualora gli Austriaci avessero tentato di impadronirsene; un'altra schiera occupò la zona di Cavalpone verso Albaredo; la colonna di mezzo, perlopiù fanteria leggera, posta agli ordini del generale Augereau, all'alba del 15 novembre mosse su Arcole.

I Croati, che si trovavano sulla sinistra dell'Alpone, opposero una fiera resistenza contro la sponda opposta dove si trovavano i Francesi: Augereau doveva passare il ponte di Arcole per giungere a Villanova, dove si trovavano parecchie artiglierie nemiche, allo scopo di separarle dal grosso dell'esercito attestato a Caldiero. Attorno al ponte infuriò a lungo la mischia, ma i Francesi non riuscirono a passare nemmeno dopo che l'Augereau, impugnata una bandiera, si lanciò diritto sul ponte.

Nel frattempo Massena, che marciava verso Belfiore, a Bionde Intercettò la divisione del generale Provera, inviata d'urgenza dall'Alvinczi verso Arcole e riuscì a sgominarla. Augereau, vista l'impossibilità di passare il ponte di Arcole, ordinò la ritirata. Bonaparte, in vedetta sul campanile di Ronco, intuì la gravità della situazione: egli ordinò allora al generale Guieux di passare con mezza brigata sulla sinistra dell'Alpone ed egli stesso si pose in marcia verso Arcole.

AI ponte della Zerpa Bonaparte Incontrò la colonna di Augereau in ritirata e riuscì a riportarla al fatale ponte di Arcole; là pare che egli stesso abbia ripetuto l'ardito gesto del suo generale lanciandosi in avanti sul ponte; ma un tiro d'artiglieria fece precipitare il Comandante nella palude circa cento di metri a sud dell'attuale obelisco. Allora i Francesi si lanciarono nuovamente sul ponte, riuscendo a respingere i nemici e permettendo a Bonaparte di uscire in salvo dalle acque. La giornata, che fu definita da Napoleone "della militare devozione", si concluse con il ritiro delle truppe in guerra nei rispettivi quartieri; i Francesi tornarono sulla più sicura sponda destra dell'Adige presso il ponte di barche di Ronco. Nonostante l'apparenza inconcludente, il primo giorno della battaglia di Arcole aveva dato ai Francesi un importante risultato: l'evacuazione di Caldiero verso est e, dunque, l'allontanamento dell'immediato pericolo di assedio per Verona.

La seconda giornata della battaglia di Arcole, il 16 novembre, vide i Francesi ripassare l'Adige e combattere con successo gli Austriaci, che si erano ormai saldamente attestati attorno ad Arcole: due divisioni dell’Alvinczi a sera erano state distrutte. Alla fine della giornata le truppe di Bonaparte ripassarono sulla sponda destra del fiume come la sera precedente.

La terza giornata, quella del 17, cominciò con una mossa dell'Alvinczi, il quale era stato erroneamente informato che Bonaparte si era avviato in soccorso di Mantova. Egli ordinò alle truppe di puntare su Ronco per distruggere il ponte di barche, ma là ad attenderle vi era l'Armata francese al completo: gli scontri si ripeterono violentissimi durante tutta la mattinata, mentre Massena, verso Belfiore (allora Porcile), ebbe nuovamente ragione del nemico. Nel pomeriggio, Bonaparte, calcolato che in due giorni la superiorità numerica degli Austriaci era scesa di ventimila unità e che il vantaggio sulla sua Armata si era ridotto a un terzo circa, decise di spingere l'azione alla fase conclusiva. Fa uscire le truppe fuori delle paludi.

Il ponte di Arcole è finalmente superato dall'Augereau, che entra nel palazzo Malaspina, già presidio dei Croati. Da Legnago giungono alcuni rinforzi francesi, che prendono alle spalle, da sotto la palude, gli Austriaci; Massena continua nei suoi successi. Alvinczi, per non essere intercettato in fuga, si ritira velocemente su Montebello Vicentino, mentre i Francesi sono finalmente padroni del campo di Arcole.

Dopo aver visitato i feriti ospitati nella chiesa di Villanova, Bonaparte trascorre la notte in una villa di San Gregorio di Veronella; quindi torna a Verona da trionfatore. "Giammai campo di battaglia fu tanto contrastato quanto quello di Arcole - scrisse Bonaparte a Carnot - io non ho quasi più generali". Le perdite furono pesantissime per entrambi i belligeranti; i Francesi perdettero ad Arcole alcuni validi generali, ma Bonaparte era riuscito mirabilmente ad impedire il congiungimento delle due armate imperiali e la conseguente caduta di Verona pur con forze molto inferiori. II primo anno della "Campagna d'Italia" si chiudeva dunque con un esito oltre modo positivo per le armi francesi; che, rincuorate dalla vittoria sui "memorandi campi di Arcole", si apprestarono, nel volgere veloce di due mesi, ad infliggere agli Imperiali la definitiva sconfitta della battaglia d
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1983

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