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Bardolino - Chiesa di San Zeno

Verona / Italia
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C'è a Bardolino una chiesetta dedicata a San Zeno, che risale al nono secolo e che è una dei più interessanti monumenti dell'architettura carolingia veronese e dell'Italia settentrionale. Pochi la conoscono anche perché all'esterno non presenta assolutamente niente di particolarmente interessante e, inserita com'è fra le case di una piccola contrada periferica al centro storico, passa perlopiù inosservata.

L'importanza di questa cappella nel quadro dell'arte veronese non è però sfuggita a studiosi come il Porter, il Verzone, l'Arslan, il Gazzola, il Lorenzoni, lo Zavatto e la Cuppini, solo per dire di chi si è maggiormente appassionato allo studio dei suggestivi problemi storici, architettonici, artistici e culturali che il sacello propone.

Il Verzone è indubbiamente più completo nella descrizione delle strutture murarie, mentre I'Arslan si sofferma con maggiore insistenza nella descrizione dei capitelli delle sei colonne disposte a sostegno degli archi del tamburo e sulle pareti della navatella allungata. Il Lorenzoni e la Cuppini, invece, descrivono in particolare gli affreschi che il sacello custodisce, e che sono fra le più importanti testimonianze della pittura veronese d'età post carolingia.

La cappella di San Zeno ha la forma di croce. Si compone cioè di una piccola navata rettangolare intersecata da un transetto sporgente: all'incontro della navata con il transetto - entrambi voltati a botte - si eleva un altissimo tiburio quadrangolare originariamente illuminato da finestrelle di modeste dimensioni. Nel tamburo è racchiusa una volta a crociera che dovrebbe ancora essere l'originale. Ma nell'interno del sacello fanno soprattutto sfoggio sei belle colonne con splendidi capitelli tutti sormontati da grossi pulvini e che sono senz’altro riferibili al secolo nono.

Giustamente l'Arslan aveva osservato - richiamando fra i primi l'attenzione degli storici sulla cappella - che la pianta e l'alzato di questa chiesa ricordano molto da vicino quegli edifici bizantineggianti del decimo-decimoprimo secolo, frequenti specialmente nel Mezzogiorno d'Italia, a pianta cruciforme per lo più inscritta in un quadrato, con volte a botte sui quattro bracci e, sull'incrocio, alto tamburo e cupola. E l'insigne studioso, citando per tutti Sant'Angelo al monte Raparo in Lucania, S. Giuseppe a Gaeta, S. Costanzo a Capri, aggiunge:

Il San Zeno di Bardolino non è inscritto in un quadrato, ma, per il resto, richiama puntualmente quegli edifici. Se veramente del IX secolo, esso costItuisce un precedente rarissimo a quelle costruzioni; oppure anticipa la data del gruppo in questione. Il suo legame con quella cerchia è, comunque, indubitabile.

La data di costruzione del manufatto può essere ora comodamente fissata agli ultimi anni del secolo ottavo o ai primi del nono, anche perché la cappella di San Zenone di Bardolino è comunque nominata in un diploma dell'807 (donazione fattane da Pipino al monastero di San Zeno di Verona), in un diploma del 24 agosto 847 di Lotario e Ludovico, e in un diploma del 21 maggio 1014 di Enrico Il.

E se c'è da dubitare dell'originalità di alcuni di questi diplomi, non si può certo dubitare invece dell'età, oltre che dell'originalità di due affreschi scoperti nel 1960 quando, a cura della Soprintendenza ai monumenti, la chiesa di San Zeno venne restaurata. Allora, equidistanti dal presbiterio, vennero alla luce - ci informa Maria Teresa Cuppini - due edicole, cavate nel muro orientale del transetto e murate verosimilmente nel '600. L'interno delle nicchie conservava, rispettivamente, i frammenti di una Madonna col Bambino e, più estesi, di un San Pietro.

Gli affreschi, che erano stati pubblicati dal Gazzola come opera del X secolo, vennero analizzati dal Bettini, il quale - anticipando un saggio del Lorenzoni - spiegò come siano un campione dell'arte carolingia nel territorio veronese. Il Lorenzoni ha compilato un certificato di nascita preciso, nel quale queste immagini risultano derivate "dalla convergenza di elementi carolingi su un sostrato classico, il quale a sua volta agisce come spinta monumentaIizzante e di depuramento coloristico".

"In tale modo - aggiunge la Cuppini - lo studioso dà ragione anche delle varianti, con cui si presentano a noi i monumenti, che pure spettano alla stessa cultura figurativa: talché la maggiore o minore consistenza del sostrato classico determina, nel linguaggio personale dei vari maestri, l'addomesticamento o la prevalenza degli stimoli di tradizione anti classica o non-classica".

Va ancora detto che i capitelli delle colonne della chiesetta sono assegnati a maestranze lombarde. Uno di essi è identico a quello della cappella della Pietà di S. Satiro di Milano che è circa dell'875 e che presenta altri segni di parentela con il nostro San Zeno di Bardolino. Maestranze lombarde avrebbero insomma operato sul territorio occidentale della nostra provincia lasciando fra gli altri anche questo saggio della loro superiorità sugli scultori locali.

Ma in tema di maestranze lombarde o di maestri comacini, giustamente è stato osservato che non necessariamente siano stati così indicati questi artigiani perché provenienti dalla regione del lago di Como. Vi sono, infatti, autori che sostengono invece che i maestri erano denominati comacini perché lavoravano cum machinis o cum macinis, che nel linguaggio medioevale significano ponti di fabbrica.

Luigi Gambara, tra gli altri, sottolinea: " … il nome di maestri Comacini o meglio Commàcini dovrebbe esser inteso non come maestri di Corno ma in senso più lato maestri Lombardi tenendo conto che allora il nome di Lombardia si dava a gran parte della Valle Padana". Spesso - aggiunge l'Agostini - si diceva Longobardi per indicare Italiani; perciò, in tutti i modi, il maestro comacino che edificò la chiesetta di San Zeno, dovrebbe essere stato un capomastro locale.

Sempre l'Agostini ci fornisce anche altre notizie relative alla storia della chiesetta che - unica forse fra tutte le chiese veronesi -dovrebbe aver superato indenne la prova cui furono sottoposte le architetture veronesi in occasione del tristemente famoso terremoto del 1117.

Nei tempi più antichi, la chiesetta aveva il cappellano, designato dall'abate di San Zeno di Verona. Era dotata di terre e di una casa, sotto il cui portico si rogarono atti notarili e si ammassavano raccolti campestri. Nel 1296 Giuseppe dalla Scala, abate di San Zeno, l'affittò unitamente alla casa ed a una pezza di terra. Secondo le visite del 1529 e 1530, la chiesetta aveva una rendita di trentadue bacede d'olio e un valore di duecento ducati, ma nei secoli decimosesto-decimonono generalmente non vi si celebrava, essendo lasciata con il suo piccolo cimitero in uno squallido abbandono, quando non fu convertita ad usi profani, finché il parroco don Carlo Tomezzoli nel 1863 la riconciliò, donandola di nuovo al culto.

Relativamente alla chiesetta esiste anche una leggenda assai bella. Narra di un costruttore, di origine appunto comacina, il quale, di ritorno da Verona ove era stato ad eseguire alcuni lavori, si imbatté nei ladri, si raccomandò a San Zeno e fece voto di edificare una chiesa in suo onore. Scampato poi dal pericolo, avrebbe fabbricato I'anno seguente, proprio in quel di Bardolino, una chiesa dedicata al Santo patrono di Verona.

Alla chiesa manca un campanile vero e proprio. Tuttavia una piccola campana è posta entro un modesto sostegno in muratura, simile - osserva Franca Cipriani - a quelli che spesso si possono osservare sui tetti delle case coloniche, soprattutto della campagna bresciana:

"innalzato in posizione asimmetrica rispetto alla struttura cubica che racchiude il tiburio - aggiunge sempre la Cipriani - dà una certa eleganza alla costruzione; e testimonia la felice intuizione dell'ignoto artefice il quale, riproponendo a diversi livelli il ritmo lineare del duplice coronamento a mo' di timpano, ha conferito alla chiesetta (che altrimenti sarebbe riuscita rozza e piatta) uno slancio verticale assai ben modulato".
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1984

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