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Arca di Giovanni della Scala

Verona / Italia
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A Santa Maria Antica il cimitero scaligero ospita, da quasi un paio di secoli, anche un'altra arca, accanto a quelle che vi erano state erette nel Trecento per Mastino, Cangrande e Cansignorio. Si tratta dell'arca che accoglie i resti mortali di Giovanni Della Scala e che un tempo si trovava nella Chiesa di San Fermo al Ponte, chiusa al culto e demaniata agli inizi dell'Ottocento, a seguito delle soppressioni napoleoniche.

La Chiesa di San Fermo al Ponte - che va distinta da quella di San Fermo Minore (vulgo Filippini) come da quella di San Fermo Maggiore (l'unica rimasta aperta) o da quella di San Fermo in Cortalta (nei pressi del Ponte Garibaldi) - si trovava all'inizio dell'attuale lungadige Rubele, quasi all'imbocco del ponte delle Navi: adesso, opportunamente riassettato, l'edificio, ancora riconoscibile in parte, serve da auditorium per il Centro Toniolo.

Detta anche di San Fermetto, nessuna notizia abbiamo sulle sue origini. Sappiamo però che nel 1140 era officiata collegialmente da preti; che nel 1336 era parrocchia sotto il titolo di San Rustico; che fu soppressa come si è detto nel 1806; che rimase chiusa al culto fino al 1835; che in quell'anno venne riaperta come oratorio di San Fermo Maggiore; e che fu proprio nel periodo fra la soppressione napoleonica (1806) e la riapertura (1835) che essa fu spogliata d’ogni suo arredo, fra cui anche l'arca di Giovanni della Scala.

Ma chi era questo Giovanni? Figlio di Franceschino, meglio conosciuto come Chichino, era uno dei discendenti di Bartolomeo l; suo padre era stato uno dei massimi collaboratori di Cangrande l mentre il nostro fu procuratore per Cangrande Il nelle leghe anti viscontee del 1353-1354. Non si capisce del tutto bene quale parte -mentre era rettore di Vicenza - abbia avuto nella congiura di Fregnano del febbraio 1354. E anche se il suo comportamento in quella circostanza si prestò poi ad equivoche interpretazioni da parte degli storici; è invece certo che poche settimane più tardi egli era presente a fianco di Cangrande nei palazzi scaligeri come testimone in un atto con il quale Cangrande conferiva a Francesco Bevilacqua la procura di far lega contro Giovanni, Bernabò e Galeazzo Visconti.

Giovanni sarà poi confinato a Padova, assieme ad altri scaligeri del suo stesso ramo, «in contrada S. Petri». Nella sua dimora padovana ad esempio, nel 1356, Caterina del fu Chichino della Scala - e quindi sua sorella - viene rimborsata dalla soror Salvestra del fu Giovanni da Montorio, abitante a San Fermo Maggiore di Verona, terziaria francescana, che agisce in nome di Ginevra del fu Alberto garzatore, di una somma di 30 ducati a costei data "in salvamentum",

Nel 1359 Venezia riservò a Giovanni ormai - in limine vitae - (e definitivamente riconciliatasi con gli Scaligeri al potere) un trattamento di rispetto simile a quello riservato ai Signori stessi e alle loro famiglie: gli si diede, infatti, la cittadinanza intus et extra, con godimento dei privilegi dei nobili di Venezia. E nell'anno successivo il privilegio fu rinnovato, ora a favore del figlio, Giovanni del fu Giovanni.

Dopo una vita spesa in varie occupazioni civili e militari, Giovanni mori il 7 luglio 1359, e fu sepolto a Verona, nella contrada di San Fermo Maggiore, dove il suo sepolcro rimase fino al 1809 quando venne trasferito alle Arche Scaligere.

In occasione della costruzione dell'arca fu dettata anche un’epigrafe, in versi elegiaci, con un richiamo alla casa d’Antiochia, da cui discendeva per linea femminile (il nonno Bartolomeo aveva, infatti, sposato in primo matrimonio Costanza di Corrado d’Antiochia) e nella quale si esaltano le virtù del defunto, civili e militari ad un tempo:

ORTUS SCALIGERA IACET HIC EX STIRPE IOHANNES
CUI GENUS ILLUSTRAT ANTHIOCENA DOMUS
MENTE MANUQUE POTENS,
SIMUL APTUS AD ARMA TOGAMQUE
ROBUR MlLITIE CONSlLIUMQUE DOMI.
OCCUBUIT NONO POST ANNOS MCCC
AC DECIES QUINQUE, LUX IBAT SEPTIMA IULI.


Della lapide si dà qui la traduzione (inedita) compiuta alla fine del Settecento da Ferdinando Bongiovanni:

Della stirpe scaligera qui giace
il prode saggio, valoroso Giovanni,
cui novo fregio e nova gloria aggiunge
illustre donna in Antiochia nata.
Ei fu d'ingegno pronto, e di man forte,
onde in arme fu chiaro e nella toga.
I languidi occhi al mortal sonno chiuse
nel giorno appunto settimo di luglio
de l'anno del Signor milletrecento,
a cui ne aggiunse altri cinquantanove.


Il sarcofago di Giovanni è ricordato per una prima volta dal Torresani nel secolo XVII «... in eleganti illo sarcophago, quod situm est in ecclesia Sanctorum Firmi et Rustici ad pontem Navium, ad aram Sancti Brandami». Lo segue nel secolo XVIII il Biancolini che ricorda pure l'arca "la quale vedasi appesa ancora nella parete del muro accanto alla sagrestia, il cui contorno che era intagliato a fogliami all'antica e tutto ritoccato d'oro, perché minacciava ruina, fu quindi levato nel 1690 o poco dappoi, rimastasi l'arca solamente", dove con la parola contorno si allude evidentemente al baldacchino che sovrastava l'urna.

Ancora ai tempi dell'edizione della "Guida" del Da Persico (1820) il monumento si trovava a San Fermo al Ponte, ma sloggiato all'esterno della chiesa di dove però si era già maturata l'intenzione di trasferirlo alle Arche Scaligere: "sepolcro storiato - lo si descrive -di belle figure che sta dietro la chiesa soppressa di San Fermo e che fra poco si vuoi traslocare fra queste arche de' suoi consorti".

Anche da quanto si apprende attraverso la lettura di queste testimonianze, il monumento, dapprima in chiesa all'altare di San Brandano, era stato dunque trasferito al suo esterno e precisamente dietro l’abside che allora guardava sull'Adige, ad oriente, giusta la tradizione delle chiese medioevali. Così, infatti, il Litta che riproduce in facsimile l'iscrizione nelle tavole: «esisteva nella chiesa soppressa di San Fermo; oggidi si vede sull'orlo dell'Adige dietro quella chiesa medesima». E cosi anche la lapide che, quando il sarcofago fu trasferito alle Arche Scaligere nel 1831 si appose accanto all'arca a ricordo della traslazione: «qui primum in aede s. firmi ad pontem / dein ex timo absidis parieti infixus iacuerat / hunc tandem inter suae gentis tumulos / anno mdcccxxxi/ ioannis scaligeri sarcophagus translatus est / francisco ferrario praetore».

Un documento del 1789 ci informa sulla vicenda della prima traslazione del monumento dall'interno della chiesa di San Fermo al Ponte al suo esterno. Esso riferisce che il parroco della chiesa aveva preteso di togliere il monumento dal suo luogo naturale senza il consenso del conte Giuseppe Serego che pretendeva, perché a suo dire parente degli Scaligeri, d’avere diritti sul sarcofago. Ma evidentemente il parroco poté fare quello che desiderava, anche senza il consenso del Serego che si era appellato nella circostanza all'autorità prefettizia.

Di questo primo spostamento così dà notizia anche il Della Rosa, nel suo Calastico, agli inizi dell'Ottocento: «Il bel sepolcro di marmo di Giovanni Signore della Scala, e di sua Moglie, che ben lavorato di architettura con bassi rilievi, e Statuette plausibili era un tempo in questa chiesa fu ultimamente levato, e posto al fresco incastrato nel muro del Coro verso l'Adige».

Un preventivo per il trasporto del monumento a Santa Maria Antica era poi stato redatto il 23 febbraio 1809. La spesa prevista di 230 lire era così ripartita: lire 47 per levare il sarcofago da dietro il coro della soppressa chiesa e trasportarlo sulla strada; lire 24 per condurlo da San Fermo a Santa Maria Antica; lire 31 per porlo nel muro della casa abitata dal signor Darif "riguardante il recinto de' depositi"; lire 48 per aggiungere otto quadrati di muro a maggior solidità; a lire 80 per mettere in opera il sarcofago stuccando le connessure in pozzolana.

Trasportato comunque il sarcofago alle Arche nel 1831, le sue peregrinazioni non cessarono, perché, pur rimanendo all'interno del Cimitero scaligero, altro trasporto dell'arca si ebbe nel 1863, quando, liberandosi da una sagrestia il fianco verso l'abside della Chiesa di Santa Maria Antica, e demolendosi anche la casa che stava accanto all'ingresso laterale della chiesa, il monumento fu collocato dove adesso ancora si trova.

La bella urna - retta da due mensole e sul coperchio della quale giace la statua rappresentante il defunto - è decorata da una cornice a motivi vegetali. È smussata agli angoli per accogliere in nicchia due statue di santi che fanno da accompagnamento alla statua della Madonna con Bambino, ospitata nella nicchia al centro del prospetto e ad altri due santi posti in nicchia sui fianchi del sarcofago. Il monumento deve essere senz'altro servito di modello a chi, alcuni decenni appresso, scolpirà l'arca di Barnaba da Morano in San Fermo Maggiore e l'arca di Filippo Guantieri in Santa Maria della Scala.

La fine lavorazione del manufatto non era sfuggita a Scipione Maffei che così scriveva, l'anno 1732, nella sua Verona Illustrata: «Nella Chiesa Parochiale di San Fermo, e Rustico monumento nobilissimo si conserva di Giovanni Scaligero, che fu coperto da un artificioso padiglione di pietra: le statuette intorno all'arca hanno buone piegature di manti, e la figura di lui giacente, col capo quasi per naturale effetto in corpo morto graziosamente inclinato, perché chi è in terra ne vegga il volto, ha delle parti assai lodevoli, benché lavorata nel 1359, vuoi dire quarant'anni avanti che maneggiasse scalpello il Brunellesco, di cui dice il Baldinucci, che restituì il già perduto essere all'arte della Scoltura. Che il monumento sia di quel tempo, l'iscrizione posta sotto dimostra, quale non ricuserò di addurre, per non essere stata riferita ancora».

Fernanda De Maffei annotava nel 1954 come il gusto dell'opera fosse assai lontano da quello delle altre arche scaligere e più che veronese si palesasse, nell'intonazione «assai vicino a quei lavori che, dalla bottega di Andriolo de' Santis, si spargevano largamente nel Veneto».

Subito dopo, nel 1962 le faceva eco Licisco Magagnato che, attribuendo anch'egli l'arca in questione ad Andriolo de' Santis, così scriveva: «Ai veneziani sono invece da riferire con certezza l'arca di Giovanni Scaligero (+1359), l'arca e il pulpito di Barnaba Morano a San Fermo, con ogni probabilità il paliotto d'altare di Avesa, e alcuni tipici tabernacoli eretti su colonne che sorgevano in vari canti della città, come quello ancora in sito a San Pietro Incariano e l'altro già in capo a Via Nova, ora al Museo di Castelvecchio».

Prosegue Magagnato: «II capostipite del gruppo è l'arca di Giovanni Scaligero che è stata sempre con certezza attribuita ad Andriolo de' Santi, l'autore delle più note arche veneziane e padovane. Andriolo sarà poi anche (1372) il costruttore della Cappella di San Felice al Santo ove sono gli affreschi famosi di Altichiero; e la collaborazione fra i due non dovette rimanere, come vedremo, senza frutto. Nella bottega che Andriolo lasciò certamente aperta a Verona, continuarono l'opera sua degli scolari minori: uno dei quali, Antonio da Mestre, fu poi il lapicida che collaborò con Martino da Verona nell'esecuzione del pulpito e del monumento funebre per Barnaba da Morano, eretti tra la fine del Tre e l'inizio del Quattrocento a San Fermo".

Recentemente Camillo Semenzato ha anche creduto di dover riferire all'originaria copertura del sepolcro di Giovanni Della Scala due pilastrini riusati - ma integri - a basamento della mensa dell'altare della Cappella Brenzone in San Fermo Maggiore, per lui senz'altro attribuibili pur'essi ad Andriolo.

Qualche anno fa del monumento aveva scritto anche Maria Teresa Cuppini: «Alla fine del secolo scorso si poteva ancora apprezzare, dell'architettura di questo men celebre ma nobilissimo sarcofago scaligero, lo studio dei fregi, delle cornici, delle colonnine, del bel tronco della Madonna. Il rilievo del sigillo sepolcrale raggiunge una limpidezza rinascimentale, che riscatta a un alto livello poetico la descrizione puntuale dei particolari. A mio avviso, questa scultura può competere con la tomba di Enrico Scrovegni nella Cappella dell'Arena a Padova, per la cui attribuzione ad Andriolo non intendo le esitazioni del Toesca. Questa serena e vibrante stesura del marmo, mai lezioso neppure nei virtuosismi sottili della tecnica, è, anche nella Vergine e nell' Angelo in San Fermo, tra i più eletti esempi di interpretazione veneziana dei modi toscani».

Sempre Cuppini - per la quale è da presumere che lo Scaligero, sull'esempio di Mastino II e seguendo un costume - che, almeno in seguito, si diffonderà molto - si fosse fatto erigere il sepolcro, quando era ancora vivo, per assicurarsi che corrispondesse ai suoi desideri -: «Non è invece più possibile valutare le statue nelle nicchie: il San Giovanni Evangelista è moderno, come moderna è la testa del San Francesco. Il gruppo della Madonna, quale appare dalle fotografie più vecchie, meritava di essere assegnato ad Andriolo». Comunque anche per Cuppini «la tomba di Giovanni della Scala avrà un peso notevole sulla formazione in Verona di un'inclinazione sempre più diffusa verso questo tipo veneziano dell'arca, come è provato dai sepolcri di Barnaba Morano e di Filippo Guantieri e dagli sviluppi che ne verranno".
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1990

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