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Arca di Castelbarco

Verona / Italia
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La prima fra le «Arche Scaligere» costruite in Verona e ancora esistenti in una loro sostanziale redazione originale (l'arca di Alberto I già in Santa Maria Antica non è più al suo posto), può essere considerata in un certo senso l'arca di Guglielmo di Castelbarco, posta in fianco alla facciata di Santa Anastasia, sopra la porta d’ingresso a quello che era il cortile del convento dei Domenicani.

Era stato lo stesso Castelbarco - personaggio di spicco della corte scaligera, morto il 6 settembre 1320 - ad ordinare, nel suo testamento, di essere sepolto presso la Chiesa di Santa Anastasia, alla cui erezione aveva largamente contribuito, come del resto aveva contribuito anche a quella di San Fermo, dove si fece effigiare con l'abate Gusmerio sull’arco trionfale.

Varrà a questo punto la pena, prima di dire dell'arca, di accennare almeno di sfuggita all'importante personaggio qui sepolto e alla famiglia donde proveniva. Lo si farà anche sulla scorta di recenti appunti dettati da Gian Maria Varanini per il volume che ha accompagnato la mostra degli Scaligeri, allestita nel 1988 a Castelvecchio, rimandando pure alla scheda di Giulio Sancassani per il catalogo della mostra "Dante e Verona", (Verona 1965).

Ricorda il Varanini come sin dalle primissime attestazioni documentarie - risalenti alla seconda metà del secolo XII - esponenti dell’eminente famiglia dei Castelbarco della Val Lagarina siano legati a Verona: ivi viene a rifugiarsi, nel monastero di San Giorgio, Aldrighetto, l'uccisore del vescovo di Trento Adelpreto; ivi ha una casa, nel 1201, Briano Castelbarco, vassallo del vescovo di Trento e fondatore della Potenza della famiglia. Sicché "si può ben dire che la funzione storicamente esercitata dai Castelbarco e dai loro castelli nella Val Lagarina - cerniera fra Verona e Trento, in una ‘area di strada’ di importanza essenziale - emerga con chiarezza sin dai primordi" e a documentare il solido radicamento in Verona dei Castelbarco anche dopo le loro fruttuose traversie dell'età ezzeliniana.

Varanini ricorda un atto del 1263 dal quale risulta che Bonifacio Castelbarco (figlio di Azzone, fratello di Guglielmo "il grande" e di Alberto, canonico della cattedrale di Verona) è sposato con Caraconsa Lendinara, appartenente alla prestigiosa famiglia di tradizioni "guelfe", e abita nel cuore del centro urbano di Verona, in quella medesima "hora S. Basii" nella quale aveva risieduto nel decennio precedente lo stesso Ezzelino da Romano: forse nelle stesse case Bonifacio Castelbarco fu poi podestà di Verona nel 1269, nell'anno (delicatissimo anzi decisivo per le sorti scaligere) dell'ultima ribellione della pars comisis contro Mastino I e la pars al potere.

Passando a Guglielmo Castelbarco - che fu anche podestà di Verona nel 1285 - Varanini propone alla nostra attenzione, tra l'altro, una pergamena in cui Ezzelino "de Bella" giudice e Ardizzone da San Fermo stimatore del Comune di Verona, eletti per procedere alla ratifica dei contratti dei minori e degli enti ecclesiastici "tempore domini Guilielmi de Castelbarchi potestatis Verone", confermano una locazione fatta dal monastero di Santa Maria in Organo. "L'atto, in sé trascurabile - scrive il Varanini - è uno dei pochi che ricordano questa podesteria veronese di Guglielmo Castelbarco", un "reggimento" che fu segnato da un atto di notevole rilievo politico e simbolico: Guglielmo ed Alberto della Scala fecero ricostruire la rocca della Chiusa, in Vai d'Adige e apposero un'iscrizione - esistente ancora nel Settecento - accompagnata dagli stemmi dei Castelbarco e dei della Scala. Che la lapide esistesse nel Settecento risulta anche dai diari del letterato Benedetto Del Bene".

Ma non è certo questa la sede per una biografia dei vari Castelbarco (dettata del resto dalla stesso Varanini per un recente volume edito a Trento sul Castello di Avio, che fu appunto dei Castelbarco), per cui ritornando dunque all'arca - che precede di qualche anno quella di Cangrande - diremo piuttosto che essa è il primo fiore deliziosamente gotico che si schiude a Verona.

Quattro colonne sostengono un grandioso ciborio ad archi acuti con un aggettante tetto a spioventi ed una cuspide centrale accompagnata da pinnacoli laterali sotto i quali è il sepolcro del signore. Due leoni araldici reggono l'urna che porta scolpita al centro la Vergine con il Bambino, alla quale sta in fianco, genuflesso, lo stesso Guglielmo. La figura del nobile signore è poi riprodotta per intero anche sul coperchio dell'urna, sul quale se ne sta coricata come su di un cataletto ed anche in ciò è un segno evidente di come questo sepolcro ebbe ad ispirare, qualche tempo dopo, quello di Cangrande, sopra la porta della Chiesa di Santa Maria Antica, la chiesa che sorge fra i palazzi degli Scaligeri accanto alla Piazza dei Signori.

Ancora sono scolpiti nelle antefisse dell'arca i Santi Domenico e Pietro Martire (un evidente omaggio ai Domenicani di Sant'Anastasia), mentre sui lati brevi del coperchio, nei timpani sono i Santi Giorgio e Michele, tra i simboli del tetramorfo, mentre altre facce sono scolpite con emblemi liturgici ed araldici e nelle scodelle quadrilobate del baldacchino stanno, dal lato della piazza, la Pietà tra la Madonna e San Giovanni e, dal lato del convento, l'Annunciazione con al centro il Padre Eterno.

Così Gianlorenzo Mellini, che attribuisce l'arca al maestro Rigino di Enrico: "l rilievi della cassa sono tradizionali, sia come in iconografia che come linguaggio e forse furono eseguiti dalla bottega (non senza di qualche incidente nella prospettiva del trono della Vergine), ma i santini nelle antefisse, che richiamano direttamente la maniera dei rilievi dell'attiguo portale della chiesa, le varie figurine nelle scodelle del baldacchino e soprattutto la statua del giacente hanno un intaglio magistrale e un'impronta possente: in speciale modo la testa del signore, spirante ritratto addormentato, adagiata sul ricco guanciale, col grande cappello di ermellino calcato sopra, è cosa di pungente bellezza".

Sergio Marinelli ha, tra gli altri, di recente ricordato come questo sepolcro fosse stato ammirato anche e giustamente, nell’800, da John Ruskin, che lo disegnò ripetutamente e che ebbe ad imprecare, più volte, contro il restauro della sua copertura danneggiata dalle vibrazioni del passaggio dei carri nell'arco sottostante, e ne conservò feticisticamente dei frammenti al momento della sostituzione del tetto.

Così lo scrittore-pittore rievoca, narrando un episodio del 7 settembre 1851 per la visita dell'imperatore d'Austria: "il fragore divenne sempre più forte, finché i portatori delle torce si schierarono in un'unica fila fiammeggiante attraverso la piazza, e dietro di essi tutte e tre le bande ad un tempo, bruscamente abbandonata la marcia che stavano suonando, proruppero nell'inno imperiale. Sapete bene che linee solenni e deliziose siano formate dal protiro di Sant'Anastasia e dal baldacchino del sepolcro marmoreo al di sopra della porta del suo cimitero: queste maestose strutture, con le ultime strisce di crepuscolo dietro di esse, improvvisamente illuminate dalle torce di un cremisi cupo - il loro marmo rosso acceso da una luce rosso fiammeggiante - e l'esplosione di musica semplice e solenne prodotto da tanti strumenti composero insieme il più bel pezzo d'effetto che abbia mai visto nella mia vita. Perché non c'era nessuna affettazione, nessuna messinscena: gli edifici erano lì in una maniera naturale, come una cosa ordinaria, non ricoperti di drappi o orpelli, eppure erano tali edifici ... come sapete, il sepolcro di Sant'Anastasia è quello di cui ho affermato che è a mia conoscenza il più bello del mondo".

Ancora il 21 giugno 1869 Ruskin ammira il monumento nella sua integrità, prima del veramente infelice restauro, sbagliato soprattutto per l'incongrua scelta del nuovo materiale della copertura: "ieri sera -luna piena - la croce di metallo sulla sommità del sepolcro (quello Castelbarco), che in The Stones of Venice ho descritto come ‘il principale fra tutti i marmi sepolcrali di una terra di lutto’, rispecchiava la luce lunare mentre saliva verso il crepuscolo, e sembrava una croce di vero pallido fuoco - per l'ultima volta, credo, dall'antico tetto, perché la tireranno via oggi, o domani, per ‘restaurarla’". E in una lettera di qualche giorno precedente scriveva: "L'orrore di vivere fra questi italiani e di vederli comportarsi esattamente come cani e mosche fra i sepolcri e le chiese dei loro padri, è più di quanto io possa sopportare, conservando qualche capacità di discorso razionale".

Ruskin non fu il solo a subire il fascino dell'arca Castelbarco: una stampa contemporanea (edita nel 1852 a Trieste, da un disegno di P. Chevalier) mostra infatti una visione dell'arca dall'interno del cortile, tra lapidi sparse e verde rampicante, come percorso malinconico e suggestivo di visitatori in meditazione sulla storia, e il titolo in calce alla stampa "I sepolcri degli Scaligeri", usurpa anche la gloria del nome alle reali tombe dei signori.

Non dimentica Marinelli, sempre a proposito di quest'arca, e di quelle del sottostante angusto cortile d'accesso all'ex monastero di Santa Anastasia, di ricordare che altro indagatore dell'arca sarà il suo primo di fotografo, Moritz Lotze, che tornò a riprenderla numerose volte, tra il 1854 e il 1868: "A parte una fotografia in controluce, come un cantiere di restauro deserto, nelle altre piccoli gruppi di personaggi sempre diversi, popolani e borghesi vestiti di nero con cilindri altissimi, gruppi separati tra loro, partecipano al rituale della scena investiti anche loro dal tempo di un fascino ormai misterioso per la nostra immaginazione. E' certo che anche Lotze ha dedicato molta più attenzione a questa che alle arche di Santa Maria Antica, di cui pure ha lasciato riprese artIsticamente ineccepibili. Il fatto è che l'arca Castelbarco è la vera tomba, non un monumento trionfale come le altre; è però una tomba particolare, di collocazione aerea, ma sopra un passaggio, un arco e una porta, che nel suo aprirsi e chiudersi diventa una rappresentazione, un evento, l'ingresso in un altro mondo. Le numerose arche sospese in alto, all'interno o all'esterno delle chiese, non si trovano in questa situazione, non avendo il vuoto dietro; anche quella di Cangrande è posta all'ingresso riconoscibile di una chiesa e il cielo sta dietro la statua equestre, non dietro l'arca".
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1988

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