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Arca di Cansignorio

Verona / Italia
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Narrano antiche cronache che Can Francesco detto Cansignorio, il penultimo dei Signori Scaligeri, fatto infermo dalla sua cattiva salute ("perciocché sino da fanciullo pativa passione grande nel stomaco e digeriva con difficoltà, per il che sovente era oppresso da febre, e come pigliava colera e sdegno per alcun dispiacimento, facilmente si faceva indisposto") e trovandosi quindi costretto a starsene per così dire con le mani in mano ("essendogli fatto necessario riposare per l'infermità") nell'anno di grazia 1364 incominciasse a pensare a costruirsi una tomba ("di fare una superba habitatione al corpo suo privato della vita, parendogli ch'in quella collocato dovesse ricevere, morto l'honore, ch'in vita havuto haveva"). Per cui "chiamati li più eccellenti maestri scultori et architetti ch'in Italia in quel tempo si ritrovassero, fece la sua arca di marmo, in guisa di mausoleo, con figure et ornamenti bellissimi, non perdonando a spesa veruna".

Soggiungono sempre le cronache che a Cansignorio premesse di fare della sua arca la più bella sopra ogni altra che prima di quella fosse stata edificata all'interno del recinto del cimitero scaligero, accanto alla Chiesa di Santa Maria Antica, ed in particolare fosse intenzionato a superare quella del padre suo Mastino ("e volse in ciò non tanto pareggiare ma soverchiare, e vincere quella del padre suo Mastino già fatta"). E ancora che Cansignorio non si accontentasse di porre in quest'opera tanta sollecitudine da vederla completata prima della sua morte, ma che egli stesso dettasse l’epigramma in versi latini da scolpire sulla tomba, allorché egli fosse mancato ai vivi, il che avvenne il 19 ottobre 1375, a soli 36 anni d’età.

La tomba, concepita come un gran reliquiario gotico su disegno, a quanto pare, di Bonino da Campione, venne a costare, sempre stando ai cronisti, più di diecimila fiorini. Una somma enorme se si pensa che la costruzione, voluta dallo stesso Cansignorio, del monumentale e turrito ponte delle Navi era costata, sempre secondo la stessa fonte, sui trentamila fiorini; una somma comunque tale da non spaventare gli amministratori di un Signore che era solito ripetere, e lo diceva anche un proverbio, come il fabbricare fosse un dolce impoverire, e che "se fosse stato privato cittadino, niun'altro appetito l'havrebbe spinto a dispensare le facultà sue, salvo che il fabbricare, credendo con quello beneficiare li posteri".

Ma se Bonino da Campione può aver fornito l'idea del sepolcro ed anche collaborato alla realizzazione della monumentale impresa (sua sembra essere, secondo la critica più aggiornata, la statua equestre del Signore), non tutte le sculture del mausoleo sono a lui riconducibili, anche se una scritta ("hoc opus sculpsit et fecit Boninus de Campolione mediolanensis diocesis") sembra attribuire al più grande fra gli scultori campionesi del Trecento tutto il merito di tutto il complesso. Un esame accurato dell'opera permetterebbe, infatti, d'arguire come accanto a Bonino abbiano lavorato larghe maestranze che contavano - a detta di Fernando De Maffei - non soltanto lapicidi campionesi, qui approdati al seguito di Bonino, ma anche lapicidi locali, lapicidi cioè di una terra che, in quanto produttrice di marmi, non fu mai avara di scultori.

E uno spiraglio di luce in tale direzione ci viene ancora da altra iscrizione che può leggersi sempre sul sepolcro la quale afferma che tale Gaspare, probabilmente come capomastro della fabbrica, deve aver avuto una sua parte in tale impresa ("ut fieret pulcrum pallens nitidumque sepulcrum vere Boninus erat sculptor Gasparque recultor"). Bonino interprete e molti altri scultori comprimari, nacque comunque allora, nell'aura di una Signoria giunta alle soglie della sua definitiva, rapida fine, "un mondo architettonico saturo e frammentario" per dirla con Licisco Magagnato, che "è quasi la simbolica immagine di un organismo in decomposizione" anche se "la sua caotica meccanicità diventerà tema di meditazione per i poeti veri del tramonto di Verona cortese". Infatti: "Dalla filigrana del cancello stemmato - sono ancora parole di Magagnato - erompe l’esagonale macchina su cui domina il cavaliere di pietra. Le colonne tortili tutte cesellate, si avvitano come mastodontici perni intorno al sarcofago; intorno ruotano, come in un gigantesco carillon, i tabernacoli che custodiscono marmorei pupazzi di santi e di re; la piramide tronca, che regge lo stallone impietrito, sporge da una selva di cuspidi, di guglie, di gattoni, d’archi acuti, polilobati, di fori, e di medaglioni che sembrano gli elementi simbolici di un ingranaggio inutile e rugginoso. Eppure tanta barocca volontà di lasciare meravigliato e stupefatto il riguardante, raggiunge un effetto architettonico, caratteristicamente tardo-gotico; è un "paesaggio" chiave della fine del Medioevo veronese". Un paesaggio chiave sul quale mediteranno, disegneranno, scriveranno - e non poteva essere diversamente - grandi artisti (pittori e scrittori) dell'età romantica, fra cui quell'Heinrich Taine che nel 1870 così annotava: "Due di queste sepolture, ma soprattutto quella di Cansignorio, sono preziose quanto le Cattedrali di Milano e d’Assisi. Il ricco e delicato rivestimento delle forme attorcigliate e acute, la trasformazione della materia in filigrane e merletti, multipli e complessi, ecco ciò che ricerca il nuovo gusto. Nella parte inferiore del memoriale, delle colonnette dai bizzarri capitelli si uniscono con una sorta di turbante di stemmi gentilizi per portare su una piattaforma la tomba istoriata e la statua addormentata del morto. Da questa pietra si slancia un cerchio d’altre colonnette i cui archi merlettati di trifoglio si ricongiungono in una volta ricoperta di lanterne e guglie fiorite, che vanno affilandosi e accumulandosi come una vegetazione di spine…". Prosegue sempre Heinrich Taine: "Alla sommità, Cansignorio, assiso sul suo cavallo, sembra la statua terminale di un gioiello d'oreficeria. Processioni di figurine scolpite rivestono la tomba. Sei statuette in armatura e a testa nuda coprono l’orlo della piattaforma e ciascuna delle nicchie più alte ferma la sua figura d'angelo. Tutte queste figure e tutta questa fioritura sembra un mazzo in un vaso, e il cielo brilla attraverso gli infiniti frastagliamenti dell’impalcatura. Per finire l'impressione, ogni tomba presa a parte e tutta la cinta sono racchiuse in una di quelle griglie così originali e così scavate di cui si compiaceva l'arte del medio evo: sorta di filetto d’arabeschi ricamati di quadrifogli, impennacchiato di ferri d’alabarde, coronato di fogliame di spine a triplo dardo. E' da questa parte, per la prodigalità e l'intrecciarsi delle forme capricciose e scelte, che tutta l'immaginazione era rimasta sconvolta".

Ed è senza dubbio guardando anche a questo sepolcro che M. Paul de Musset poteva scrivere nel 1885: "II Mausoleo degli Scaligeri è un'opera rara, che segna il passaggio dal Medio Evo al Rinascimento. La misura gotica comincia a civilizzarsi; il marmo tenta timidamente di ammorbidirsi. Come Eva uscendo dalle mani del Creatore, l'arte apre gli occhi e li ferma per un istante per comprendere che cos'è la luce, la vita, la bellezza. In Francia, il coro della chiesa di Bourg e la tomba di Francesco Il, duca di Bretagna, dovuta a Michel Columb, offrono gli stessi segni di un'arte che tocca l'età più interessante dell'adolescenza; ma, l'Italia avendo avuto il privilegio d'arrivare sempre prima, il monumento di Verona ha preceduto di un secolo quello di Bourg en Bresse e di Nantes".

Pochi decenni e anche qualche anno prima di Taine e di de Musset, si era aggirato attorno alle Arche - ed in particolare anche a questa - John Ruskin, mentre una selva di incisori e pittori aveva pur preso questo sepolcro come soggetto di stampe e dipinti (basti ricordare fra questi Samuel Prout ed una sua splendida incisione che tanta influenza ebbe ad esercitare sugli stessi disegni ruskiniani). Forse proprio l'Arca di Cansignorio fu il monumento che Ruskin maggiormente amò: "E' bella - egli scrisse - perché appartiene ancora all'epoca nobile, all'ultima parte del XIV secolo … e il suo splendore ci prepara ad apprendere che fu costruita per se stesso, durante la sua vita, dall'uomo la cui statua la corona. …".

Ma veniamo ad una pur sommaria descrizione dell'Arca. A base esagonale, essa è circondata da un recinto di cancelli di ferro battuto, pure esagonale, ai cui angoli s’innalzano i pilastri che reggono sei tabernacoli gotici i quali accolgono al loro interno - giusta alla stessa altezza del sarcofago e cioè al primo piano dell'arca - sei santi che ebbero a fare, delle armi, la loro professione. Santi guerrieri dunque, e precisamente Ludovico, Martino, Sigismondo, Valentino, Giorgio e Luigi re di Francia. Di questi santi già discorreva, parlando della nostra arca, un secolo dopo che essa era stata costruita e dunque quando essa doveva ancora rutilare di ori e di colori, il fabbro-poeta Francesco Corona da Soncino, che così recitava:

Et el g'è d'intorno a quelli fabricati
sì come a capitelli con figure;
e in quelli capitelli è cavallieri
santi, che fece de l’arme el misteri:
tra i quali gli è San Georgio e San Querino,
che in colone armato è ciascun barone;
poi gli è San Alvise e San Martino,
e gli è anche scolpito con ragione
San Sigismondo e Santo Valentino,
e gli è ancora, in forma de persone
de donne, la Forteza e Temperanza
e la lustizia che ten la bilanza.


Uno di questi santi - e precisamente San Luigi re di Francia - doveva essere particolarmente caro a Cansignorio. Maria Ruffo, in occasione della mostra sugli Scaligeri e a questo proposito, ha infatti annotato che si tratta di un santo particolarmente invocato in quegli anni contro la peste.

Nel De modernis gestis, così ricco di spunti per la storia della società e della mentalità in Verona scaligera, Marzagaia dando ampio spazio - soprattutto, ovviamente, nella sezione De religione - ai culti e alle devozioni, tanto di presa popolare, quanto di origine signorile, pone particolare attenzione, fra l'altro, su Agnese, figlia di Carlo duca di Durazzo e moglie di Cansignorio, imparentata con San Luigi IX, re di Francia (1214-1270). Agnese è celebrata infatti per aver spinto il popolo veronese a venerare San Luigi per ottenere la fine di un'epidemia di peste che, secondo il Cipolla, era quella degli anni 1371-1373.

Sei colonne reggono pure il largo piano di marmo rosso al centro del quale poggia il sarcofago del signore in marmo di Candeglia; su pilastrini costituiti ai quattro angoli da coppie di putti nudi che la De Maffei definisce « di ispirazione quasi rinascimentale». E' lungo il listello di questo basamento marmoreo che corre questa iscrizione che tradizionalmente è attribuita allo stesso Cansignorio, o almeno è messa sulla sua bocca:

Scaliger hac nitida cubo Cansignorius arca
urbibus optatus latii sine monarca
ille ego sum geminae qui gentis sceptra tenebam
iustitiaque meos mita pietatem regebam
inclyta cui virtus qui pax tranquilla fidesque
inconcussa dabunt phamam per secla diesque


La quale liberamente tradotta così suona: "lo, Cansignorio, riposo in quest'arca risplendente. lo che avrei potuto essere monarca di molte città d'Italia. lo che di due popoli (il Veronese e il Vicentino) tenni comunque lo scettro, e quelli ressi con giustizia e con pietà. Il mio valore, aggiunto all'amore per la pace e non disgiunti alla mia fede, mi daranno fama per i secoli avvenire".

Il sarcofago porta scolpite lungo le sue facce storie tratte dai Vangeli (Gesù e la Samaritana, Gesù che resuscita Lazzaro, L 'entrata in Gerusalemme, Gesù tentato, Gesù e un indemoniato, La moltiplicazione dei pani e dei pesci) e ancora L'incoronazione di Maria e Cansignorio presentato da San Giorgio alla Vergine. Alcuni di questi bassorilievi (soprattutto quelli che guardano verso la strada) serberebbero, sotto uno spesso strato di smog, numerose le tracce di una delicatissima dipintura ("sui capelli e sulle barbe delle figure - annotava qualche decennio fa la De Maffei - rifulge qualche filo d'oro, mentre sulle vesti s’intessono mirabili bordi ricamati").

Altre sei colonne reggono, attorno al sarcofago, il baldacchino che lo ricopre, ad archi polilobati. Nei timpani siedono sei figure allegoriche rappresentanti Virtù, mentre in tabernacolini laterali a ciascuna di esse, e che riprendono in dimensione inferiore i sottoposti tabernacoli dei santi guerrieri, stanno angeli che portano lo scudo degli Scaligeri. Di qui parte anche la piramide, pure esagonale, che forma il tetto del padiglione e che culmina nel massiccio plinto sulle cui facce stanno scolpiti, a due a due, gli Apostoli. Sul plinto poggia infine la grande statua equestre del Signore: "copia meschina - così la definisce la De Maffei - di quella di Bernabò Visconti a Milano". Ma la grande statua ha comunque il pregio di sembrar gareggiare, quasi in un ideale torneo, con quelle di Mastino e di Cangrande, al culmine dei rispettivi monumenti.

La mirabile costruzione fu più volte sottoposta a restauri. Di uno dei tanti - e forse di uno dei primi - hanno dato notizia Giulio Sancassani e Gian Paolo Marchi, quest'ultimo in occasione della mostra degli Scaligeri. In un registro degli Atti del Consiglio cittadino è verbalizzata infatti una delibera, in data 12 aprile 1676, relativa al restauro dell'Arca. La "parte", presentata dal provvedimento di Comun Pirro Maria Maffei ed approvata con 40 voti favorevoli e 5 contrari, così recita: "L 'arca di Can Signorio della Scala che nel cimitero di Santa Maria Antica con molta magnificenza si vede eretta alle glorie di quel Principe, ancorché da cumulo di duri marmi construtta e da chiavi di ferri infrangibili compaginata, ad ogni modo contra le violenze del tempo non potendo resistere, al presente si trova in stato di cadere, quando all'imminente precipitio con pronto riparo opportunamente non si sia soccorso".

E propone poi la delibera: "Fatte perciò le dovute diligenze da' Fabbricieri nostri per oviare alla ruina predetta a causa di conservare al mondo memorie così illustri, e di rendere al Passaggiero sicura quella strada, che da tanti e tanti vien giornalmente frequentata, si è inteso il bisogno della spesa, alla quale li rispetti antedetti non si crede, che questo Pubblico sia per contradire. Onde a propositione del magnifico signor Pirro Maria Maffei proveditor di Comun anderà parte, posta per li magnifici soprascritti proveditori e Consilio de' XII, che per la riparatione sodetta siano spesi del danaro della cassa publica ducati cento, e quel meno, o quel più che occorresse".

Altro restauro, affidato questa volta ai fratelli Pinazzoni, forse più pesante del precedente, l'arca ebbe a subire nella seconda metà dell’Ottocento. Pare che in occasione del "misfatto" fosse dovuta intervenire apposita Commissione ministeriale con risultati che non mandarono del tutto assolti i disinvolti restauratori.

Da ultimo si ricorderà che, verso il 1880, copia del monumento di Cansignorio fu eretta in Ginevra da quella città in memoria del duca di Brunswick, che dal 1848 era vissuto detronizzato ed esiliato a Parigi e nei confronti del quale la città svizzera si sentiva riconoscente per avere il duca legatole, morendo, parecchi milioni di lire d'allora: "ma - annota l'estensore della monografia su Verona del podestà Sormani-Moretti - la moderna militare uniforme del duca e la riproduzione odierna, per quanto diligente, dei fregi e statue arditamente e con genio inventivo scolpite dai Comacini del secolo XIV, sono lungi dall'avere, anche forse pel troppo vasto e aperto ambiente in cui furono poste, il carattere eminentemente artistico di questo monumento scaligero, dal 1364 in poi da tutti ammirato e dovunque laudato".
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1989

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