Login / Registrazione
Sabato 1 Ottobre 2016, Santa Teresa di Lisieux di Gesù Bambino
follow us! @travelitalia

Arca di Cangrande

Verona / Italia
Vota Arca di Cangrande!
attualmente: 07.60/10 su 5 voti
Alla morte improvvisa di Cangrande I la Signoria scaligera si era estesa da Verona fino a quasi tutto l'attuale Veneto, tranne la stretta fascia lungo il mare, occupata dalla Repubblica di Venezia. I suoi confini meridionali arrivavano all'Adige fino alla foce e al Po presso Mantova, ad ovest oltre il Mincio fino a Desenzano, a nord comprendevano la Valdadige fino ad Ala e la Valsugana fino a Trento, ad est i territori di Belluno, Ceneda, con Feltre, Vicenza e Padova. Era dunque pur giusto che tanto principe avesse un degno sepolcro nel cimitero di Santa Maria Antica, in faccia ai palazzi scaligeri, dove già riposavano i primi signori, suoi antenati.

L'arca di Cangrande fu così la prima delle tre monumentali tombe ad essere costruita. Essa - nella sua formulazione definitiva - fu collocata sopra la porta d'entrata della Chiesa di Santa Maria Antica, attorno alla quale esisteva un cimitero fin dall'epoca longobarda. Ma, a stare con chi si è occupato della datazione dell'arca e dei suoi vari elementi, il sepolcro di Cangrande avrebbe avuto due fasi di costruzione. Scrive tra gli altri Sergio Marinelli - riassumendo e completando anche le supposizioni di chi nello studio di questo problema l'aveva preceduto: "Se la salma fu ricomposta in un primo tempo in un sepolcro provvisorio, del quale resterebbe solo la tabella dell’epigrafe, anche l'attuale dovette essere pensato subito per restare a terra, come quelli degli antenati. E' scolpito, infatti, su tutte le facce, mentre una sola è ora visibile sulla porta di Santa Maria Antica. Anche immaginando per assurdo aperta la grande finestra chiusa dietro all'arca, le piccole scene commemorative della faccia posteriore sarebbero state praticamente invisibili, come del resto, in ogni caso, le laterali. I grandi compassi mistilinei all'interno delle scene sulla faccia posteriore non furono scolpiti proprio perché il cambiamento di programma doveva aver reso inutile la loro figurazione".

E ancora: "L'arca fu dunque issata sulla porta di Santa Maria Antica in un secondo momento, quando si decise anche la cuspide col monumento equestre, nella ristrutturazione monumentale del complesso che prevedeva già imminente od in esecuzione pure il mausoleo di Mastino Il. La presenza generalmente ammessa di due mani, o di due botteghe, nei rilievi può far pure pensare ad uno scarto di datazione tra i due interventi".

E veniamo al sarcofago, sostenuto da cani recanti gli stemmi scaligeri. Esso ostenta sopra il coperchio la statua distesa del signore ed è protetto da un tabernacolo gotico terminante a tronco di piramide. Cangrande, in questa statua giacente, è raffigurato sul cataletto nel sonno della morte, ma con un non spento sorriso, quello stesso sorriso che ricompare poi nel volto del signore della statua equestre posta al sommo dell'arca.

Per la figura del defunto - che trova "così rigida, bloccata e in fondo sommaria, ma non certo per povertà espressiva quanto viceversa per l'adozione di precisi criteri di genere" - Mellini direbbe che "i modelli più prossimi s'avran da cercare, e proprio in tal senso, nei consiglieri di Arrigo VII del famoso complesso pisano, orchestrato da Tino, di cui non è del tutto da escludere che gli scultori della tomba del vicario imperiale avessero qualche conoscenza. In essi, infatti, è la medesima sintesi volumetrica, la stessa imbalsamazione, il medesimo senso, quasi allusivo, della pietrificazione celebrativa della figura".

Sulle facce del sarcofago si possono ammirare - oltre che gli altorilievi con una Pietà, l'Annunciata e l'Angelo Annunciante (quest'ultimo opera del Pegrassi e frutto di un restauro) - bassorilievi che narrano le gesta militari del signore, morto repentinamente mentre stava assediando Treviso.

Nella prima formella dell'arca (sulla fronte, a destra) si possono osservare:
  • Padova: fanti carraresi e scaligeri in un corpo a corpo in uno dei tanti scontri che portarono alla vittoria di Cangrande.
  • La città di Padova con la basilica antoniana (se ne vede di scorcio la facciata col rosone e la galleria, le cupole, i campanili), il salone e la torre del podestà, e le mura a Ponte Molino.
  • Vicenza: Cangrande a cavallo, nell'impeto sanguinoso di una delle battaglie svoltasi alle porte di Vicenza; si tratta forse di un episodio del 1317; nel quale fu decisivo il valore personale di Cangrande contro i fuoriusciti e i padovani che tentavano di riconquistare la città.
  • La città di Vicenza riassunta, oltre che nel palazzo e nella torre di piazza, nelle sue fortificazioni; si tratta della prima iconografia sinora nota della città di Vicenza.
Nella seconda formella dell'arca (sulla fronte, a sinistra) queste invece le gesta raffigurate:
  • Belluno: Cangrande riceve le chiavi dai rappresentanti della città tolta ai da Camino (23 ottobre 1321).
  • La città di Belluno. Vi si possono riconoscere: in alto una delle torri che munivano il vecchio palazzo vescovile; più sotto il Duomo e la torre del castello; più in giù a sinistra la Chiesa di San Lorenzo e quella di San Croce; infine la cerchia delle mura.
  • Feltre: Cangrande si sporge dall'arcione per ricevere le chiavi dai rappresentanti della città, tolta ai da Camino (11 febbraio 1321).
  • La città di Feltre fra Porta Pusterla e Porta Imperiale, con la rocca e duplice recinto e l'altissimo mastio.
Queste poi le gesta di Cangrande nella terza formella dell'arca (nel retro, a destra):
  • Cangrande davanti all'imperatore Enrico VII, assiso in trono.
  • Presunta raffigurazione della città di Marostica.
  • L'imperatore Enrico VII, in trono, consegna a Cangrande e Alboino (associati nel potere) lo stendardo di Verona.
  • La città di Verona con la cinta murata da San Zeno all'Adige che serra dentro l'Arena e la basilica zenoniana, e con la cinta collinare che Cangrande fece scavare nel vivo sasso nel 1325, chiudendo fra la difesa delle torri la chiesa di San Pietro in Castello (oggi distrutta).
Infine le gesta di Cangrande nella quarta formella dell'arca (sul retro, a sinistra):
  • Padova: numerosi cittadini presentano a Cangrande lo stendardo della città (10 settembre 1328).
  • Veduta di Padova.
  • Cangrande riceve l'omaggio della città di Treviso dai nuovi sudditi che, genuflessi, gli offrono le chiavi.
  • L'uscita del feretro di Cangrande dalle porte di Treviso, dopo la sua repentina morte (luglio 1329).
Per quanto riguarda queste storiette, così scrisse Mellini: "è una bilancia ritmica nei moti proiettati in superficie, con rispondenze armoniche in cui si placano i loro esordi concitati e scattosi; paesaggi umani animati da gesti soltanto, di accostamento o di divaricazione, come nella sintassi epicamente scarna di Tino o del suo sosia Pietro Lorenzetti".

Davanti al sarcofago sta l’iscrizione metrica latina dettata da Rinaldo da Villafranca, lo stesso "grammatico" veronese al quale si deve anche, con ogni probabilità, l'iscrizione sulla tomba di Dante a Ravenna. L'epitaffio così detta:

Si Canis hic Grandis ingencia facta peregit
Marchia Testis adest quam sevo Marte subegit
Scaligeram qui laude domum super astra tulisset
Maiores in luce moras si parcha dedisset.
Hunc iuli geminata dies et undenata peremit
lam lapsis septem quater annis mille trecentis.


Di quest’iscrizione così nel 1542 Torello Saraina dava una traduzione in versi:

Se Cane Grande fece grandi fatti
teste è la Marca con feroce Marte
soggiogata da lui, c'hora possiede.
Sopra il cielo portato havrebbe questo
la Scaligera casa con sue Lodi
se la Parca più vita avesse dato.
Morì di giugno il giorno venti duo
nel vent'otto dopo i mille e trecento.


AI sommo della copertura a piramide tronca del sarcofago è collocata la statua equestre del signore, ora in copia, l'originale essendo stata trasferita al Museo di Castelvecchio. Su di essa molto si è scritto anche in sede non locale. E, fra gli altri, merita una segnalazione questo brano di John Ruskin (gran disegnatore anche dell'arca) che in The Stones of Venice, al proposito così si esprime: "…un vigoroso baldacchino ad arco è sostenuto da due colonnine sporgenti, e in cima al tetto è la statua del cavaliere sul suo cavallo da battaglia; il suo elmo, munito d’ali di drago e coronato dalla testa di cane, gettato sulle spalle, e il largo drappo blasonato fluttuante all'indietro dal petto del cavallo - è disegnato dall'antico ignoto artista con tale aderenza alla realtà che sembra ondeggiare nel vento, e la lancia pare agitata dal cavaliere. E il suo cavallo di marmo sembra continuare ad accelerare il passo per lanciarsi in una carica più rapida e impetuosa, mentre le nuvole, argentee corrono dietro ad esso nel cielo".

Che se poi dall'artista e letterato inglese dell'Ottocento si volesse, con un salto, passare ai più recenti commentatori, non si potrebbe non citare almeno lo storico francese George Duby il quale nel suo volume L'arte e la società medievale, annota: "A Verona, il mausoleo del ‘tiranno’ Cangrande della Scala fu coronato da un eroe a cavallo piantato in cima al baldacchino funebre. Il suo volto impersonale afferma tuttavia la vittoria dell'uomo e la sua grandezza. Questa figura di cavaliere era il frutto di due aspirazioni entrambe convergenti in un desiderio di sopravvivenza profana. L'una è di derivazione indiscutibilmente romana: a Bologna, i professori dell'università che insegnavano diritto romano e che per primi avevano ispirato alla sensibilità medievale la nostalgia dell'Antichità civica, già avevano fatto erigere i propri sarcofagi simili a stele sul sagrato delle chiese, esposti al pubblico; e sui fianchi di tali arche si erano fatti rappresentare in tutta la loro Potenza, in cattedra, alti sulla folla dei propri discepoli".

Certamente dunque la statua equestre di Cangrande - sono sempre parole di Duby - quella degli altri Scaligeri che ne sono la continuazione e, dopo la conquista di Verona da parte dei duchi di Milano, quella di Bernabò Visconti, ebbero tutte l'accento dei trionfi imperiali. L'arte del fasto politico di cui l'imperatore Federico II aveva gettato le basi a Capua, riallacciandosi all'arte degli antichi Cesari, sfociava qui, in queste città soggette alla tirannide e sulla tomba pubblica del signore, nei primi monumenti della maestà civile, conferendo ai principi defunti l'immortalità della storia. Ma quelle alte figure ritte in sella o sulle staffe cantavano anche la gloria terrena anch'essa, degli eroi dell'avventura cortese. Dai valichi alpini, infatti, giungeva nelle regioni lombarde il fiume degli infiniti miti cavallereschi. La valle dell'Adige portava a Bamberga, verso un altro Impero cristiano e germanico, cavalleresco ma ancora feudale e ossessionato dalle prodezze della canzone di gesta francese, dalle prodezze d’Orlando, d’Oliviero, di Parsifal". Sicché "più che dei Cesari trionfanti, Cangrande e Bernabò - conclude Duby - si volevano prodi. La vittoria in cui la statua li cristallizza è la vittoria di un torneo; essi sopravvivono nella fama delle loro virtù cavalleresche, e grazie all'eco, ripetuta nelle stanze delle dame, del loro valore e della loro "maestria nelle armi". Emuli, infine, di san Giorgio, con la loro lancia hanno trafitto la morte, come un drago. Di contro alla liturgia delle statue giacenti e alla predicazione dei cadaveri, l'arte dei nuovi sepolcri innalzò, vittorioso, il cavaliere".

La statua originale - quella che si trova ora al Museo di Castelvecchio dove C. Scarpa le ha dato una indovinatissima ambientazione - è stata variamente restaurata dopo che precedenti numerosi interventi per la sua conservazione si erano per essa resi necessari fin dal secolo XVII quando era stata scaraventata a terra da un fulmine. Un restauro è infatti ricordato dal Moscardo come eseguito nel 1616 ed altri dal Sinconi come eseguiti nel 1705 e nel 1875. Così il Moscardo: "MDXVI. Erano alquanti anni, che la statua equestre di Cangrande della Scala era caduta, e giaceva in terra, nel cimitero di Santa Maria Antica, fu da Giacomo Moscardo, Proveditor di Comun raccordato al Consiglio, che per decoro, et ornamento della città, sarebbe stato bene riporla al suo luoco, dove passato il decreto fu accomodata, come si vede". Mentre Sinconi aggiunge "La statua ... fu restaurata largamente nel 1705 e nel 1875. Ora (1909) verrà sostituita per salvare le parti intatte".

Nel mese di luglio del 1921 l'arca di Cangrande della Scala venne aperta. Vi si trovò - con il corpo imbalsamato del signore scaligero -una quantità di vesti preziose ed una spada che vennero trasportate al Museo di Castelvecchio dove tuttora si conservano. Nella tomba non si trovarono peraltro i gioielli con i quali Cangrande pareva essere stato sepolto: ma, come per le tombe dei faraoni d'Egitto, anche da qui potrebbero essere passati, nei secoli, dei ladri.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1989

Condividi "Arca di Cangrande" su facebook o altri social media!