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Antonio Avena

Il 23 maggio 1882 nasceva a Verona Antonio Avena, uno dei protagonisti della Verona culturale della prima metà del Novecento, un personaggio che ha dedicato tutta la sua lunga vita (morì il 9 ottobre 1961) allo studio ed alla valorizzazione dei monumenti cittadini e della provincia.

Poco si sa della sua fanciullezza. C’è peraltro noto che Antonio Benvenuto Angelo Santo - così fu chiamato al fonte battesimale - apparteneva ad una famiglia di commercianti e che, rimasto orfano di padre a soli sei anni, quale unico maschio di una famiglia numerosa, gli fu data la possibilità di studiare, sicché, precocissimo, fu iscritto subito alla terza elementare nella scuola alle Stimmate. Laureatosi nel 1904 in lettere all'Università di Padova con approfonditi studi sul Petrarca - di cui editò poi il "Bucolicon Carmen" - iniziò la sua carriera nelle scuole cittadine e quindi come vicebibliotecario della Civica di Verona, divenendo poi bibliotecario, per passare infine, nel 1915, alla direzione dei musei e delle Gallerie comunali, compito al quale attese con passione e competenza per quarant'anni, fino al 1955.

E' dei primi anni del secolo anche la sua collaborazione al periodico "Madonna Verona", fondato dal Gerola e sul quale pubblicherà alcuni fra gli studi più importanti sulla museologia veronese e segnatamente sulle raccolte d'arte del Museo Civico, che allora raccoglieva, in Palazzo Pompei, tutte le collezioni archeologiche, artistiche e naturalistiche del Comune.

Fu egli stesso a convincere I'Amministrazione Comunale di Verona della necessità di trasportare fuori di Palazzo Pompei, in apposita decorosa sede, le collezioni d'arte - soprattutto di pittura e di scultura - che erano patrimonio della città, dopo la formazione della Pinacoteca pubblica ottocentesca, nella quale erano affluite – oltre che quelli delle chiese demaniate soppresse - anche i molti capolavori di numerose raccolte private, come quella del Monga, del Bernasconi e dello stesso Pompei.

Suo fu dunque, tra il 1924 e il 1926, il riscatto di Castelvecchio, restaurato su progetto di Ferdinando Forlati, ma arredato "in stile" dallo stesso Avena con portali, finestre, fontane ed altro, provenienti anche da palazzi veronesi demoliti. Un restauro - meglio un rifacimento - che ebbe allora l'indubbio merito di riscattare il prezioso manufatto scaligero, destinandolo da caserma a sede di uno dei più prestigiosi musei civici di tutta l'Alta Italia, permettendo così, anche a chi venne poi, di intervenire ulteriormente su quelle strutture per renderle ancora più rispondenti alla nuova funzione che sono state chiamate ad assolvere.

Dopo la sistemazione di Castelvecchio, Avena mirò a creare altre sedi per il "suo" Museo: nacque così il Museo Archeologico al Teatro Romano - del quale proseguì pure gli scavi - con la sistemazione delle raccolte civiche nei locali e nei chiostri che, sopra il monumento, furono un tempo dei Gesuati. Nacquero anche, più tardi, la Galleria d'arte moderna ed il Museo del Risorgimento, ospitati negli ambienti settecenteschi di Palazzo Emilei in Via Emilei, donato da Achille Forti al Comune di Verona. Di Avena fu anche il restauro dei palazzi scaligeri, ora sede dell'Amministrazione Provinciale e della Prefettura, eseguito verso gli anni Trenta e del quale egli stesso diede ampio resoconto in un volume stampato, dopo la fine dei lavori, nel 1932; suo è pure il restauro - sempre nel torno di quegli anni - dell'Arco dei Gavi, ricostruito con l'assistenza dell'archeologo veronese Carlo Anti, a fianco di Castelvecchio, dopo averne riesumato i resti che giacevano, dall'epoca napoleonica, negli arcovoli dell'Arena.

Nel 1930 Avena partecipò anche, con il pittore Pino Casarini, all'allestimento, fra le millenarie scalee dell'Arena di Verona, delle scenografie del "Boris": fu un esperimento - ripetuto poi per più anni - giudicato ardito e rivoluzionario, con l'abolizione delle limitazioni del palcoscenico e l'estensione del boccascena da un capo all'altro della cavea, con "scene plastiche" costituite da distinti blocchi edilizi, in legno e cartone, che potevano spostarsi a piacere scivolando lungo piani inclinati. Suoi furono anche progetti, soltanto in parte realizzati, per la sistemazione a parco pubblico dei bastioni di Verona. C'erano state, a questo proposito, trattative, ancora prima della guerra del 1915-1918, fra il Comune di Verona e la Direzione del Demanio Militare, trattative che continuarono poi, con Antonio Avena sempre in prima fila, negli anni del dopoguerra, con numerosi interventi, relazioni e progetti singoli. In questo settore Avena ebbe per collaboratori l'architetto Aldo Goldschmiedt e il pittore Angelo Dall'Oca Bianca, che furono talvolta anche in contrasto con le sue opinioni, ma con i quali sempre lavorò per ridare a Verona ed ai veronesi, sotto forma di parchi alberati, tanti arnesi bellici resi ormai inutili.

Ad Antonio Avena si deve, nel 1921, il recupero delle vesti di Cangrande dalla tomba del signore scaligero, in quell'occasione aperta ed ispezionata. Si tratta di sete orientali di grande valore storico e documentale sulle quali in più occasioni si appuntò l'attenzione degli studiosi e che, nel 1982 (anno centenario della nascita del suo scopritore), sono state oggetto di una mostra allestita dalla direzione del Museo di Castelvecchio, a conclusione del delicato restauro cui si sono dovute sottoporre.

Sempre di Avena è ancora il progetto per la sistemazione della cosiddetta Tomba di Giulietta, come per la sistemazione della cosiddetta Casa di Giulietta in Via Cappello. Anche qui ne sortirono effetti scenografici che, se poco rispettosi della verità storica, valsero tuttavia a convogliare verso appositi santuari le moltitudini di pellegrini a Verona sui luoghi dell'eroina immortalata da Shakespeare, a beneficio di un turismo di massa che andava allora movendo i primi passi, cui poi seguì una notevolissima affermazione.

Ad Avena si devono anche i progetti, che però non ebbero corso, per la sistemazione del Campidoglio di Verona, accanto alla Piazza delle Erbe, nonché della passeggiata archeologica sul colle di Castel San Pietro. E sempre a lui si devono una quantità di pubblicazioni, particolarmente su aspetti e problemi dell'arte veronese. Difficile in questa sede tentare l'elenco anche soltanto delle principali: sono alcune centinaia di titoli fra veri e propri volumi, saggi accolti in riviste, articoli di giornale, ed anche polemiche, sostenute sempre a viso aperto, con il coraggio che gli veniva dalla sua libertà interiore. A quest'ultimo riguardo si deve anzi rilevare che egli sostenne battaglie personali, anche di là dai limiti cui avrebbe potuto appellarsi in relazione al suo mandato di direttore dei civici musei.
Battaglie di uno che, sopra gli incarichi ufficiali, amava Verona, la sua Verona, per la cui salvaguardia non ebbe riguardo nemmeno della propria indennità personale, come quando durante un bombardamento era salito sui tetti della basilica di San Fermo per provvedere personalmente a spegnere un inizio d’incendio provocato da alcuni spezzoni che un aereo aveva lasciato cadere e che avrebbero certamente trasformato, di lì a pochi minuti, il celebre trecentesco soffitto a carena della chiesa in un immenso rogo. O come quando, nell’aprile del 1945, corse ovunque fosse da correre per tentare la salvaguardia dei ponti di Castelvecchio e della Pietra, sotto i quali erano già state preparate le cariche d’esplosivo.

Cessata la guerra, organizzò in Castelvecchio - dal marzo all'ottobre del 1957 - una non ancora dimenticata Mostra di antiche tavole e tele, orgoglio del Civico Museo e delle chiese cittadine, che stavano tornando in gloria dopo aver peregrinato dapprima in vetuste ville in quel di Grezzano, di Negrar e di Illasi, per essere alla fine rinserrate nei più oscuri arcovoli dell'Arena, dove nuovi massicci ripari le ebbero a difendere in quel frangente dalle terrificanti insidie del cielo e dalla rapina degli invasori. Della Mostra stese un catalogo, in tutto assistito, come in altre iniziative, da Angelo AIdrighetti che gli fu a fianco anche negli anni successivi, fino a quando, raggiunta l'età per il collocamento a riposo, Avena lasciò la direzione dei musei.

A centovent’anni dalla sua nascita, Antonio Avena merita dunque ancora un degno ricordo: da parte dei suoi numerosissimi allievi -intere generazioni di veronesi - al Liceo classico Maffei e all'Accademia Cignaroli, da parte di quanti ebbero modo di frequentarlo come direttore dei musei, da parte di chi si è battuto e si batte - nell'ambito di una tradizione che lo vide campione assieme ai don Trecca, ai Da Lisca, ai Silvestri ed altri - per salvaguardare il volto storico di Verona contro ogni deturpazione. Di lui, all'indomani dalla scomparsa, scriverà Giuseppe Silvestri:

"Piccolo, esile ma non fragile, tutto spirito, vivacità ed intelligenza... ha lasciato un grande vuoto nel campo della cultura veronese. La sua attività intellettuale fu, infatti, molteplice; e se dapprima parve rivolgersi ad interessi letterari e filologici, prese poi decisamente la strada dell'arte, o meglio della storia dell'arte veronese, che coltivò con fervida passione per oltre mezzo secolo, rendendosi altamente benemerito non solo con gli studi, ma con l'iniziativa e la realizzazione di mostre, e con il ripristino, il restauro e la sistemazione d’importanti complessi monumentali".
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