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Andrea Palladio

Andrea Palladio nacque a Padova (non a Vicenza) il 30 novembre 1508 da tale Pietro della Gondola, di professione mugnaio. A tredici anni Andrea fu assunto come apprendista nella bottega dello scultore patavino Bartolomeo Cavazza con un contratto che impegnava il giovanetto per sei anni.

Ma in capo a due anni, nel 1523, Andrea era già a Vicenza. Scoperto, egli dovette ritornare alla bottega del padrone, finché, nel 1524, completamente affrancato, fece ritorno a Vicenza, dove, infatti, lo si trova iscritto alla "fraglia" (corporazione) dei tagliapietra in qualità d’apprendista presso I'architetto-scultore Giovanni da Pedemuro (evidentemente la bottega di Giovanni si apriva lungo l'odierna contrada denominata Pedemuro San Biagio). Andrea vi rimase quattordici anni lavorando perlopiù a monumenti sepolcrali o a parti decorative d’edifici.

Nel 1537 avvenne I'incontro decisivo della sua vita: Andrea di Pietro si trovava a lavorare alla villa di Cricoli (Vicenza) che Gian Giorgio Trissino - il celebre letterato - aveva progettato secondo i moduli dell'architettura rinascimentale di Roma. Il Trissino intuì le eccezionali possibilità di quel modesto operaio e volle farne un architetto; fu lo stesso Trissino ad imporgli il nome aulico e carico di classiche suggestioni di Palladio.

In un sodalizio di cultura e d’interessi i due presero a viaggiare il Veneto: a Padova Palladio entrò in contatto con il circolo umanistico che si era raccolto attorno ad Alvise Cornaro e poté meditare sulla lezione architettonica del Falconetto, precursore nelle nostre terre del classicismo architettonico. A Verona, invece, la presenza d’insigni monumenti della romanità offrì a Palladio il modo di attingere dal vero e di prima mano le segrete armonie dell'architettura antica, alla quale egli rivolse il suo interesse sempre più decisamente, come documenta il cospicuo numero di disegni di monumenti antichi da lui lasciati.

L'amore per l'antichità spinse Palladio a recarsi anche a Roma; egli vi fu tre volte, la prima nel 1541 assieme al Trissino, quindi nel 1547 e infine nel 1554 in compagnia di Daniele Barbaro, patriarca d’Aquileia, umanista dottissimo e studioso del trattato De architectura di Vitruvio, di cui si fece editore, coadiuvato dal Palladio per la parte iconografica.

I ripetuti soggiorni romani permisero al Palladio, oltre che di studiare le testimonianze della classicità, di assimilare anche le potenti lezioni dei protagonisti del classicismo rinascimentale, da Donato Bramante e Raffaello a Giulio Romano alle prime fondazioni della fabbrica michelangiolesca di San Pietro.

La fortuna di Palladio architetto esplose quando egli vinse il concorso per il rifacimento delle logge del Palazzo della Ragione in Vicenza (quelle precedenti, in stile gotico, erano crollate nel 1496). L'11 aprile 1549 il Nobile Consiglio della Magnifica Città di Vicenza deliberò di affidare a Palladio la direzione del cantiere: fu una scelta non solo di uomo ma di gusto. Il precedente edificio tardo-gotico fu trasformato dal Palladio in un modello classico, tanto da meritare l'appellativo di Basilica, con un non casuale richiamo diretto ad uno dei più tipici edifici pubblici di Roma antica.

La Basilica vicentina ebbe una funzione paradigmatica per tutto il Veneto. Da allora, infatti, si susseguirono progetti e fabbriche che resero universalmente celebre il Palladio e che suggellarono il volto di Vicenza, e, in generale, delle campagne venete in un rinnovato mito classicistico.

Nel 1550 morì il grande protettore del Palladio. Fu allora che l'artista si avvicinò a Daniele Barbaro. Il primo frutto di quel nuovo sodalizio fu la già ricordata edizione del De architectura di Vitruvio col commento del Barbaro e i disegni, appunto, del Palladio. Ma è evidente che l'architetto non dovette limitarsi a una collaborazione puramente funzionale col Barbaro; la sua larga esperienza di monumenti antichi, infatti, lo poneva in condizione di assoluta superiorità sul pur dotto patrizio, la cui preparazione era peraltro prevalentemente letteraria e filologica. Lo stesso Barbaro, del resto, rende giustizia in più passi del suo commento al contributo sostanziale e talora decisivo del Palladio nell'interpretazione della precettistica vitruviana e non lesina elogi verso il suo protetto.

Nonostante l'amicizia col Barbaro, Palladio non riuscì mai ad aprirsi un varco nella committenza pubblica a Venezia; così non furono adottati né la proposta per il Ponte di Rialto né il progetto di ricostruzione di Palazzo Ducale, dopo l'incendio che lo aveva gravemente compromesso, né il Palladio riuscì mai a realizzare nessuno dei palazzi progettati per Venezia.

Ma nell'edilizia sacra veneziana del secondo Cinquecento egli assunse un ruolo di autentico protagonista: la facciata di San Francesco della Vigna, la Chiesa di San Giorgio Maggiore e, infine, la Basilica del Redentore, capolavoro in senso assoluto del Palladio architetto sacro e indiscusso modello dell'edilizia religiosa in terra veneta fino alle soglie del nostro tempo.

Palladio visse a Vicenza fino al 1570, anno in cui si trasferì a Venezia e pubblicò i Quattro libri dell'architettura, nei quali raccolse e ordinò tutte le cognizioni teoriche attinte in lunghi e severi studi e i frutti della sua larghissima esperienza di costruttore.

Quel testo valse a Palladio una fortuna che valicò ben presto i confini d’Italia e sta alla base di quel movimento di imitazione delle fabbriche del maestro, noto come "palladianesimo", che si sviluppò soprattutto nell'Inghilterra del Seicento, nella Russia del secolo successivo e che, tra Sette e Ottocento, varcò l'Oceano imponendosi nel Nuovo Mondo.

Nel 1580, quattrocento anni fa, il 19 agosto Palladio concluse la propria vita, dopo avere elaborato l'ultimo suo progetto; quello per il Teatro Olimpico di Vicenza, quasi ultimo dono dell'artista alla sua città di adozione e a quell'Accademia Olimpica che aveva voluto annoverarlo tra i suoi fondatori, unico privo di titolo nobiliare.

Le fabbriche sicuramente realizzate dal Palladio e più importanti assommano a una trentina e sono sparse in tutta l'area veneta. Oltre ai testi sopra ricordati, Palladio compilò nel 1554 un trattato sulle antichità di Roma e nel 1575 i Commentari di Giulio Cesare, pubblicati a Venezia, per i quali egli approntò i rami illustrativi; lo splendido volume fu dedicato dal Palladio alla memoria di due suoi figli morti prematuramente nel 1572, Leonida e Orazio. Consolarono la vecchiaia dell'artista altri due figli, cui egli aveva imposto come agli altri nomi classicamente sonanti: Silla e Zenobia.
Se a Vicenza ben s’addice la definizione attribuitale da Diego Valeri di "città d'autore" - e I’autore altri non è che Andrea, Palladio - Verona può a sua volta vantare un "autore", anche nel senso di pianificatore urbanistico, nel contemporaneo Michele Sanmicheli.

Tuttavia anche l'architetto vicentino ebbe relazioni con la nostra città e rapporti con l'ambiente culturale e artistico veronese, che furono determinanti per la sua formazione proprio nel periodo in cui egli cominciò a proiettare la sua fama di "inventore" d’edifici fuori della "sua" Vicenza. Se Palladio, infatti, fu il grande "scopritore" della romanità, nel senso che egli seppe farne rivivere forme e moduli architettonici, impiegando le une e gli altri con rara sapienza a soddisfare gusti ed esigenze funzionali affatto diversi dai tempi antichi, Verona fu, per così dire, la "musa ispiratrice" della sua arte.

È noto quanti studi Palladio abbia dedicato ai monumenti romani e come da essi egli abbia attinto ispirazione per le sue creazioni architettoniche. A rendercene certi basterebbe il poderoso corpus dei disegni d'antichità da lui lasciato. La riscoperta palladiana dell'antico mosse senza dubbio da Verona e dai suoi monumenti romani.

Prima di lui altri artisti rinascimentali avevano portato la loro attenzione alle vestigia romane di Verona, a cominciare dal nostro Gian Maria Falconetto, precursore del classicismo architettonico in terra veneta, dal Peruzzi, dai Sangallo e dal Serlio. L'incontro e il confronto tra i loro studi e monumenti romani di Verona letti dal vero, segnò per Palladio l'avvio di più vaste indagini archeologiche che egli portò avanti nel corso di tre viaggi a Roma.

Ma Verona poteva offrire a Palladio anche altri contributi: nella prima metà del Cinquecento, infatti, la città si presenta come un vivace cantiere, dove architetti, pittori, scultori, decoratori danno vita ad un rinnovamento edilizio e stilistico del tessuto urbano cittadino.

Bastano i nomi del già menzionato Falconetto - anche se ormai attivo a Padova - del Sanmicheli e di Paolo Veronese per confermare la qualità e la consistenza del contributo che l'arte veronese diede al giovane architetto vicentino, in termini d’ispirazione e di suggerimenti.

Sicché appare appropriato il titolo "Palladio e Verona. Cultura e società veronese ai tempi di Palladio" dato alla Mostra allestita nel 1980 al Palazzo della Gran Guardia, nell'ambito delle celebrazioni regionali promosse per solennizzare il quarto centenario della morte d’Andrea Palladio (1580), benché a Verona egli abbia lasciato scarsissime testimonianze dirette della sua presenza e, soprattutto, della sua attività.

Correttamente la Mostra della Gran Guardia è stata impostata nel senso di una verifica dei rapporti tra la cultura veronese intorno alla prima metà del secolo XVI e l'attività d’Andrea Palladio. Tutta la prima parte della rassegna illustrava il tema della riscoperta dell'antico nel senso sopra precisato: disegni, incisioni e riproduzioni fotografiche facevano da valido supporto ad una ricognizione non facile sul terreno della storia dell'archeologia rinascimentale.

La seconda sezione della Mostra, invece, ricostruiva l'ambiente artistico veronese con cui il Palladio fu a diretto contatto: essa si avvaleva dell'esposizione d’opere originali, disegni e modelli. La terza parte offriva una bella documentazione - particolarmente efficaci per comprendere l'architettura palladiana erano i plastici di legno - dei progetti concepiti dal Palladio per i suoi committenti veronesi e delle pochissime - come si diceva - ma non per questo trascurabili realizzazioni architettoniche.

A conclusione dell'itinerario della Mostra vi era una rassegna della grafica veronese del Cinquecento, a testimonianza diretta e concreta dell'influenza esercitata dalla "scuola" veronese sui pittori e sugli stuccatori che il Palladio di volta in volta scelse per la decorazione delle ville e dei palazzi da lui progettati e costruiti; pure interessante era l'appendice archivistica della Mostra, che presentava mappe e documenti originali - usciti per la prima volta dall'Archivio di Stato della nostra città - inerenti all'attività palladiana in terra veronese.

Ma soffermiamo ora la nostra attenzione sul più importante e tangibile monumento palladiano nel veronese, cioè Villa Serego in località Santa Sofia di Pedemonte in Valpolicella. Il committente, Marc'Antonio Serego, aveva sposato l'ultima discendente della famiglia di Dante, Ginevra Alighieri.

Alla costruzione di Santa Sofia il Palladio pose mano verso il 1555, ma solamente una piccola parte del grandioso progetto fu realizzata. Il progetto complessivo c’è noto dal disegno pubblicato dal Palladio nei suoi Quattro libri dell'Architettura (1570).

La villa doveva aprirsi verso l'esterno con un ampia esedra colonnata, al centro della quale si trovava una fontana che fungeva da centro gravitazionale di questa parte dell'edificio. Di fronte alla fontana doveva aprirsi un portale d’accesso all'interno del complesso: al centro di un primo cortile doveva pure inserirsi una fontana o un pozzo. Questo primo cortile doveva essere completamente colonnato; lungo tre lati si svolgeva l'edificio vero e proprio, con le stanze residenziali affacciate verso l'interno del cortile. Un passaggio immetteva ad un secondo cortile, pure porticato, ma soltanto su tre lati. Lungo i lati brevi di quest'ultimo corpo si trovavano le stanze di servizio e le scuderie.

Di tutto il progetto fu compiuta all'incirca una metà del primo cortile, sicché attualmente la costruzione presenta una planimetria a forma di "U" aperta. L'edificio è caratterizzato da una serie di colonne ioniche d’ordine gigante sulle quali sono impostati sia il piano terreno sia il primo piano. La peristasi dà vita ad un portico e ad una loggia, dai quali si accede alle varie stanze.

La tipicità della costruzione sta nella forma delle colonne, che procede dall'imitazione d’esempi architettonici romani attraverso l'interpretazione che di essi aveva dato il Sanmicheli (si veda per tutti la Porta del Palio). Infatti, i fusti delle colonne non sono lisci, come pure sarebbero dovuti essere canonicamente, ma composti di una serie di grosse bozze sovrapposte a mo' di bugnato rustico.

All'interno del portico le colonne si dilatano in una specie di contrafforte con funzione portante in coincidenza con il punto d’innesto degli architravi della loggia nei fusti delle colonne. Tali contrafforti, che per la loro funzione si qualificano come pilastri parastatici, sono coronati ciascuno da un capitello d’ordine tuscanico appena accennato. Le colonne, invece, sono concluse da bei capitelli ionici, sopra i quali corre la trabeazione canonica dell'ordine con un architrave a tre fasce lievemente aggettanti e un fregio continuo a "cane corrente".

La villa di Santa Sofia di Pedemonte è una realizzazione artisticamente matura: cronologicamente essa cade dopo le più grandi creazioni palladiane e precede i palazzi Barbaran da Porto e da Porto Breganze, entrambi a Vicenza, la chiesa veneziana del Redentore e la stesura del progetto, realizzato postumo, del Teatro Olimpico.

Nella progettazione di Santa Sofia, Palladio tenne in ampia considerazione, com'era suo costume, la morfologia del terreno e l'ambiente in cui si sarebbe dovuta inserire la complessa costruzione, riuscendo a creare un armonico equilibrio tra natura e architettura. Un concetto d’estrema modernità, che giustifica e spiega il gran seguito che l'architettura palladiana ebbe nei secoli e la fama indiscussa a livello mondiale di "maestro" Andrea.
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