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Giovedì 29 Settembre 2016, SS. Michele, Gabriele e Raffaele
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Andrea Mantegna

Sfortunato candidato alla sede vescovile di Verona dopo la morte del cardinal Francesco Condulmer (verrà, infatti, a lui preferito Ermolao Barbaro), Gregorio Correr (1411-1464), protonotario apostolico e abate di San Zeno, fu in ogni caso ecclesiastico di grandissima statura. Quando gli fu assegnata la commenda del monastero veronese, avrebbe potuto benissimo, come già avevano fatto i suoi predecessori e come avrebbero fatto i suoi successori, risiedere stabilmente a Venezia, nella dimora della sua famiglia, a godersi le rendite della ricca abbazia, completamente disinteressandosi della basilica che conserva le spoglie del santo patrono di Verona.

Invece qui amò abitare, nel palazzo abbaziale a lui riservato e dominato da possente torre, accanto alla basilica e al chiostro dei monaci dalla quale lo separavano le sale della libreria, ricca di codici; e non ci è difficile immaginarlo chino in devota meditazione di testi biblici e patristici, liturgici e teologici, ma anche umanistici, da lui stesso fatti trasportare nella libreria, buon seguace, come fu, degli insegnamenti della scuola di Vittorino da Feltre, dapprima a Venezia e poi ben presto, dal 1425, a Mantova, nella fucina di Ca' Zoiosa.

In questo contesto - come puntualmente annota Lionello Puppi - le parole di Vespasiano da Bisticci assumono un significato che trascende ogni intento agiografico:

«Aveva una badia sola in commenda, che si chiama Santo Zenone in Verona, la quale badia vi misse dentro l'Osservanza, et prese una parte delle entrate per la vita sua, il resto lasciò ai monaci, et fece murare una stanza per sé, separata dai monaci, nel qual luogo, veduto i governi di corte di Roma non essere secondo il gusto suo, si ritrasse a questa badia, et quivi viveva sanctissimamente et nella sua vita ordinò che la badia uscisse di commenda dopo la vita sua».

Si capiscono allora, da subito, anche le cure che egli deve aver dedicato, come in effetti dedicò, alla sua chiesa, avuta in commenda nel 1443, provvedendo tra l'altro all'abbellimento della cripta - ove riposa il corpo di San Zeno - e del sovrastante coro, nell'abside rifatta in forme gotiche alla fine del Trecento.

La complessa ristrutturazione del coro, dopo la conclusione dei lavori di sistemazione della cripta, fu iniziata intorno al 1450-1451 e portò alla realizzazione, fra l'abside della chiesa maggiore e parte della chiesa superiore, di uno spazio recintato, in seguito demolito, autonomo - chiesa nella chiesa - delimitato da una specie di muratura continua in finto marmo entro la quale, sopra l'altare, avrebbe dovuto essere esposto all'ammirazione di tutti, ed in particolare dei monaci, che davanti ad esso passavano ogni giorno diverse ore a recitare le loro preghiere, un prezioso dipinto.

Quest'area, così suggestiva e così raccolta, doveva dunque divenire in parte un ambiente reale e in parte un ambiente figurato: l'ambiente d’architetture dipinte avrebbe dovuto continuare infatti, e concludere, l'ambiente reale, anche attraverso la mediazione di una cornice originale che richiamasse l'idea di un arco di trionfo romano, di là dal quale Madonna e santi avrebbero potuto figurare in pacata conversazione.

Questo era il programma di Gregorio Correr, studiato tra il 1457 e il 1459 con il pittore Andrea Mantegna da lui conosciuto a Padova, frequentando gli stessi circoli umanistici. Con Andrea Mantegna, Gregorio Correr studiò i particolari, anche architettonici, di questo "sacro teatro" tradotto poi nel celebre trittico che tuttora è possibile ammirare sull'altar maggiore della basilica veronese, ovviamente non senza l'assistenza del pittore che doveva aver veduto preventivamente l'ambiente dove la sua opera sarebbe stata collocata e doveva averne diretto la collocazione.

Non è escluso che in questa circostanza - anzi è proprio probabile - Andrea Mantegna abbia affrescato, nel chiostro della basilica di San Zeno, un Gesù Bambino in mandorla che qui si poteva ammirare fino alla metà dell’Ottocento, quando, purtroppo, per troppo zelo di chi voleva salvarlo, finì per svanire del tutto, e del quale ad ogni buon conto ci resta una copia su tela, oltre a qualche incisione al tratto.

Dobbiamo a Saverio Dalla Rosa una sua puntuale descrizione:

«Fra le opere poi a fresco fatte dal suddetto pittore di certo abbiamo [...] quella che nessuno ha rammentato, e ch'è indubbiamente di quel celebre pennello, il bellissimo Gesù bambino che tutt'ora si ammira nel primo chiostro di San Zeno Maggiore ancora discretamente conservato e rispettato, il quale è ivi rappresentato in piedi tutto ignudo fasciato ai lombi da sottil velo con la destra in atto di benedire, e col globo terrestre nella sinistra, dipinto in un ovato, e di grandezza al naturale; ed il quale ho io ottenuto dalla comune nostra il permesso di far chiudere con un riparo serrato a chiave, onde conservarlo alla meglio, e più lungamente che sia possibile. È esso di tinta vaga e vigorosa, dipinto con pieno colore, e disegnato di forme ghiotte e proprie di quell'età, e tutto secondo lo stile migliore di quell'insigne Maestro. Una buona copia fatta dal vivente nostro Pittore Paolo Caliari, esiste presso il Sig. Rosini alla Beverara».

L'affresco venne, nel 1816, restaurato in loco - dopo averne ventilato lo stacco e il trasporto nei locali dell'ex convento di San Sebastiano. Ma nella circostanza attorno all'affresco si costruì - su disegno dell'architetto Luigi Trezza - una cornice in pietra con iscrizione che ricordava come il restauro fosse stato eseguito per diretto interessamento dell'imperatore d'Austria Francesco I:

«xv. kal. apriI. an. mdcccxvi / imp. caes. Franciscus i. / egregium hoc opus a mantegnae admiratus / iniuria tuendo / quod sumptui sufficeret / civitati veronensi / largitus est».

Tale restauro è ricordato anche dall’abate Giuseppe che, nel suo Compendio della storia sacra e profana di Verona, lodò l’intervento e la munificenza del sovrano «che ordinò la custodia in marmo, che ci conserverà a lungo questo tesoro che andava a perire». Auspicio non corrispondente ai successivi avvenimenti, giusta l'osservazione del Belviglieri, redatta alcuni decenni dopo: «Ne fu ammirato [l'imperatore] e ordinò di ripararlo con cristallo, e male incolse, che in breve tempo il salnitro lo distrusse; ora non restano che i contorni architettonici in marmo e la parete, pur troppo, nuda».

Un ricordo delle visite d’Andrea Mantegna a San Zeno lo abbiamo del resto anche nel suo San Sebastiano, oggi conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna, laddove in una nuvola appare il profilo di un cavaliere sul suo cavallo che altro non è se non la memoria (forse appuntata dal pittore in un disegno) della Cavalcata di Teodorico verso l'inferno, scolpita da anonimo veronese del secolo XII in fianco al protiro della basilica zenoniana. È poi nota la partecipazione d’Andrea Mantegna ad una festosa gita in barca alla ricerca d’antiche epigrafi sulle rive meridionali del Lago di Garda, svoltasi, da quanto c’è stato tramandato dai manoscritti che ne riferiscono, il 24 settembre 1464 o il giorno immediatamente precedente, con la partecipazione altresì del calligrafo veronese Felice Feliciano, del pittore Samuele da Tradate e di Giovanni Antenoreo che altri non dovrebbe essere se non Giovanni da Padova, un ingegnere al servizio dei Gonzaga e anch'egli amico del Mantegna.

Contrariamente a quanto è stato di recente da taluno supposto - e cioè che il racconto della gita sia stato composto da Feliciano solo con l'intento di dare una cornice attraente e vivace ad una piccola silloge d’iscrizioni, la maggior parte della quali egli per primo presenta in questo suo scritto - si deve ritenere che l'escursione sia davvero avvenuta. Ha annotato a questo proposito Rino Avesani, uno dei massimi conoscitori dell'ambiente umanistico-letterario veronese:

«Decidere con sicurezza è probabilmente impossibile, ma poiché il Feliciano narra che parteciparono alla gita persone ben note e apparentemente ancora in vita al momento in cui egli scrive, non è agevole pensare ad una pura e semplice invenzione. D'altra parte, Giusto Traina ha osservato che nelle sillogi del Feliciano le iscrizioni presentano una "dislocazione topografica", che consente di individuare degli "itinerari" che si dipartono da Verona: [...] il primo attraversa la Valpolicella, il secondo la Valpantena, il terzo le colline ad Est di Verona, e il quarto, lungo la via per Modena, una parte della "Bassa"; e secondo il Traina "questa ripartizione" sembrerebbe finalizzata "ad una serie di gite programmate, in cui contemplare, ma anche scoprire nuove iscrizioni", e la Iubilatio, "che separa la trattazione dell'agro veronese da quella del Lago di Garda, ne è la riprova"».

In questo caso, più che su un’escursione di un sol giorno, varrebbe la pena di orientarsi proprio su una gita di più giorni, o su una serie di gite fatte anche a qualche distanza l'una dall'altra. L'ipotesi non è del tutto peregrina se si tiene in considerazione che, proprio in tale circostanza, Andrea Mantegna potrebbe aver preso appunti su alcuni aspetti del paesaggio veronese da lui utilizzati in alcune sue opere d'arte, tra le quali - e i riferimenti sarebbero molto puntuali - gli affreschi della Camera degli Sposi nel palazzo ducale di Mantova - ove viene in qualche modo riprodotto il ponte di Veia nell'alta Valpolicella, ora in comune di Sant'Anna d'Alfaedo - e la cosiddetta Madonna della Cava, ora agli Uffizi di Firenze.

Quest'ultimo dipinto d’Andrea Mantegna, di grande qualità, è conosciuto come la Madonna della Cava per il fatto che sul lato destro di una montagna è raffigurato un paesaggio con scalpellini al lavoro sul piazzale di una cava, parte a cielo aperto e parte in galleria. C'è chi è intento a sgrezzare una colonna, chi a lavorare un grande parallelepipedo collocato sui rulli, mentre fra gli oggetti già sgrezzati si nota un grande capitello (o forse una vera da pozzo).

Se questa cava è a banchi orizzontali di un certo spessore, la Vergine sta invece seduta in altra cava a cielo aperto, ma di materiali lapidei a strati orizzontali assai sottili. Sulla sinistra della Madonna si apre un paesaggio con terreni arativi e pascolivi, posti in una piana all'ingresso di una valle assai stretta e assai incisa. Si tratta di una gola fiancheggiata da alte pareti di roccia nella quale è facilmente riconoscibile la Chiusa dell'Adige fra Volargne e Ceraino, a nord-ovest dell'abitato e delle retrostanti colline di Sant'Ambrogio di Valpolicella.

L'opera sarebbe stata dipinta, secondo Giorgio Vasari, mentre Mantegna lavorava in Roma:

«Mentre che Andrea stette a lavorare in Roma [...] dipinse in un quadretto piccolo una Nostra Donna col Figliuolo, in collo che dorme, e nel campo che è una montagna, fece dentro a certe grotte alcuni scarpellini che cavano pietra per diversi lavori, tanto sottilmente e con tanta paciencia, che non par possibile che con una sottil punta di pennello si possa far tanto bene; il qual quadro è oggi appresso a lo illustrissimo signor don Francesco Medici, principe di Fiorenza, il quale lo tiene fra le sue cose carissime».

Molto si è fantasticato in passato su quale potesse essere questo paesaggio di cave dipinte da Mantegna. Kristeller pensava che si dovesse trattare di qualche paesaggio dell'Alta Lessinia veronese dove adesso (ma probabilmente non ai tempi del nostro artista e comunque non prodotto su scala da esportazione) si cava il cosiddetto lastame, detto pietra di Prun. Fiocco pensava trattarsi di cave di Carrara. Ma è invece evidente che qui siamo a Sant'Ambrogio di Valpolicella, come anche oggi il paesaggio raffigurato può testimoniare, seppur modificato, ma in piccola misura, da successive escavazioni.

Mentre è quasi sicura la provenienza romana di questo dipinto, tale provenienza - anche secondo Giovanni Paccagnini - non accerta che esso sia stato eseguito in Roma. In ogni modo il dipinto può essere stato tratto da appunti presi in situ, e cioè a Sant'Ambrogio, dallo stesso pittore, non estraneo alla frequentazione della provincia di Verona, dopo ch'egli aveva fissato la sua dimora nella vicina Mantova. Si è già detto di una sua escursione con Felice Feliciano ed altri artisti e letterati, nel 1464, sul lago di Garda, e non è escluso dunque che in quella, come in altre circostanze, abbia visitato la Valpolicella e la retrostante Lessinia. E i già citati Kristeller, Fiocco e Paccagnini ritengono che la piccola tela sia stata dipinta proprio in quegli anni.

In questo capolavoro Andrea Mantegna volle rappresentare tutto, ma proprio tutto, il paesaggio ambrosiano: la pianura all'ingresso della gola della Chiusa, la Chiusa stessa, le cave di marmo ma anche quelle di lastame, le cave a cielo aperto ma anche quelle in galleria, il piazzale di cava, il laboratorio, gli scalpellini intenti al loro lavoro, pezzi di marmo grezzo e pezzi di marmo lavorato, a dire delle forti impressioni che egli aveva ricevuto e appuntato nei suoi taccuini, a margine di una visita alla Valpolicella, probabilmente spintasi anche nel territorio di Sant'Anna d'Alfaedo, se fosse vero che il ponte naturale, dipinto sullo sfondo di un paesaggio della Camera degli Sposi nel palazzo ducale di Mantova, è anch'esso una rimembranza, come si è già detto, del veronese Ponte di Veia.

Abbiamo ancora notizia di relazioni d’Andrea Mantegna con Verona nel 1490, quando si abboccò, non sappiamo però dove, con Battista Guarino, discendente del celebre Guarino Veronese, e, a mezzo di costui, si fece raccomandare alla marchesa di Mantova, in una letterina che è un capolavoro, oltre che d’esercizio di buone maniere, anche di captatio benevolentiae. Così Battista:

«Illustrissima mia madama. Misser Andrea Mantegna me prega assai che lo raccomandasse ala vostra excelentia persuadendose che le mie parolle siano appresso a quella de alcuno momento. Al quale io risposi che li homini virtuosi quale è lui non bisognano appresso la vostra signoria de raccomandatione perché da si la è inclinatissima ad amare e favorire chi lo merita et che pure lo farei; et cossì prego quella lo voglia acareciare et farni buona stima perché in vero lui oltra la excelentia del arte sua in la qual non ha pare egli è tuto gentile: et la vostra signoria no pigliarà mille boni constructi in designo et altre cose che accaderà: lui è apto fare honore a quello illustrissimo signor et a quella cità. Me raccomando a la vostra excelentia. Verone XXII octobre 1490, famulus et servitor fidelissimus Baptista Guarinus».

Cosa ci facesse nel 1490 Andrea Mantegna a Verona, non ci è dato di sapere con sicurezza. Forse poteva essere venuto costì a concordare con i monaci di Santa Maria in Organo - altro celebre monastero veronese affacciato sul canal dell'Acqua Morta - la bella pala con Madonna, Angeli e Santi, oggi conservati al Museo del Castello Sforzesco di Milano e conosciuto come pala Trivulzio, perché venduta appunto ai Trivulzio dai monaci all'epoca di una delle malaugurate rinnovazioni della chiesa, allorquando, sopraelevato l'altar maggiore, datato 1583, vennero su di esso collocate nel 1741 le statue della Vergine, di san Benedetto e di santa Scolastica, scolpite da Domenico Agli, e nel punto centrale della parete del coro fu contemporaneamente incorniciata, sotto un baldacchino di marmo, la nuova pala dell’Assunta, eseguita da un pittore romano, il cavaliere Giacinto Brandi.

Osserva Giuseppe Gerola:

«Che la famosa pala di Andrea Mantegna, per la quale i monaci Olivetani avevano mandato nel 1496 al pittore a Mantova colori e vettovaglie, fosse destinata all'altar maggiore della chiesa, non sembra dubbio: a parte l'assicurazione del Vasari, la stessa composizione del dipinto ne offre la riprova. Firmata col nome del pittore e la data del 15 agosto 1497 (precisamente il giorno dell’Assunta, alla quale il tempio è dedicato), rappresenta la Vergine in atto di salire al cielo, circonfusa da una gloria di cherubini; mentre a basso tre angeli stanno suonando l'emblematico organo. La fiancheggiano a basso, sotto le profumate fronde dei limoni, il Battista, San Gerolamo colla chiesa in mano, un santo papa in abiti pontificali ed un abate olivetano col pastorale nella destra».

Questo fu comunque l'ultimo omaggio di Andrea Mantegna a Verona: la città, scarsamente riconoscente, se ne liberò troppo presto, prima ancora cioè che i francesi trafugassero dalla basilica di San Zeno il celebre trittico, restituito poi, ahinoi, privo della sua predella, spartita oggi fra i musei del Louvre e di Rouen.
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