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Lunedì 5 Dicembre 2016, San Saba
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Alessandro Turchi detto l'Orbetto

La Verona del Settecento era forse, fra tutte le città italiane, la più ricca di collezioni di dipinti. Tutte private, ovviamente, perché ancora non esisteva quella civica pinacoteca che nascerà soltanto nei primi decenni del secolo successivo, ad accogliere in parte la produzione d’artisti per chiese soppresse o demaniate dai governi napoleonici e in parte quello che sarebbe rimasto d’altre collezioni non totalmente disperse sul mercato antiquario.

Collezioni, quelle settecentesche, che si rifacevano del resto ad una tradizione già cinquecentesca, quando i più illuminati fra i nobili ed i mercanti veronesi (ma spesso le due qualifiche si sovrapponevano) avevano iniziato a raccogliere nei loro palazzi, e a trasmettere ai discendenti, oggetti d'arte di gran valore e d’estrema raffinatezza: erano i Canossa, i Giusti, i Bevilacqua, ma anche altri notabili, quasi in gara per acquisire opere destinate ad accrescere il lustro loro e del casato.

Una di queste collezioni settecentesche attirò la particolare attenzione anche di Goethe, il sommo poeta tedesco che, giunto a Verona il 16 settembre 1786 - dopo aver visitato il giorno stesso l'anfiteatro, che aveva trovato in ottimo stato di conservazione - riservò il proprio tempo, il giorno appresso, alle gallerie di dipinti, ed in particolare a quella dei marchesi Gherardini, dove rimase a rimirare, con vivo interesse, le opere di un pittore veronese a lui sconosciuto: Alessandro Turchi detto l'Orbetto (1578-1649).

Così Goethe annotava negli appunti del suo Viaggio in Italia:

«Verona, 17 settembre 1786: nella galleria Gherardini trovai bellissimi quadri dell'Orbetto e feci l'inattesa conoscenza di quest’esimio artista. Da lontano non si ha notizia che dei massimi fra loro, e sovente ci si accontenta dei nomi, ma quando ci si avvicina a questo firmamento e si comincia a scorgere il fulgore anche degli astri di seconda e terza grandezza, e ciascuno di essi risalta anche perché fa parte dell'intera costellazione, ecco che il mondo diventa più grande, l'arte più ricca. Un quadro m'è sembrato notevole per l'idea che lo informa. Consta solo di due mezze figure: Sansone addormentato in grembo a Dalila, e questa che piano piano stende la mano ad afferrare, oltre il suo corpo, una forbice posata sulla tavola accanto alla lampada. L'esecuzione è eccellente».

La famiglia Gherardini aveva avuto un rapporto del tutto particolare con l'Orbetto: un loro antenato, Gaspare, mercante di seta, era stato protettore e mecenate del pittore, secondo il Lanzi, quando l'Orbetto se ne partì da Verona per stabilirsi a Roma. Gaspare l'avrebbe addirittura colà mantenuto. Vera o non vera la notizia, è certo che proprio il Gherardini fece da tramite fra il pittore, ormai lontano dalla città natale, e la clientela che qui a Verona egli conservava, come ha di recente sottolineato Marina Repetto.

Ma Goethe avrebbe potuto fare la sua conoscenza con Alessandro Turchi, detto l'Orbetto, anche per altre strade. Già ai suoi tempi, infatti, i grandi collezionisti, soprattutto d'Oltralpe, se n’erano contese le opere. Suoi dipinti figuravano nelle prestigiose collezioni del cardinale Mazzarino o di Guglielmo III d'Orange. Luis Phelipaux de la Vrillière volle la Morte di Cleopatra per esporla accanto a tele di Pietro da Cortona, Poussin, Reni, Guercino e Maratta, nella sua celebre Galérie parigina affrescata da Perrier. Ma a contendersi i lavori di questo maestro Veneto, colto e raffinato, erano anche la nobiltà e l'alto clero romano, dai Barberini ai Borghese: lo conferma tra l'altro l'incarico di affrescare la Sala Regia del Quirinale.

Alessandro Turchi, nato a Verona nel 1578 e morto a Roma nel 1649, visse in decenni cruciali per le vicende della pittura italiana. La sua attività si svolse inizialmente nella città d'origine e quindi nella città eterna dove aveva scelto di vivere, e dove ebbe un notevole successo professionale, ribalta internazionale del dibattito artistico a lui contemporaneo. «Pittor domestico» nella bottega di Felice Brusasorzi, ne divenne uno dei migliori allievi. Dopo la morte di Felice, nel 1605, Turchi completò le opere lasciate incompiute dal maestro e ne continuò il ruolo di pittore colto. Ciò avvenne a Verona in seno alla più prestigiosa istituzione culturale del tempo, quell'Accademia Filarmonica della quale Felice era stato fino allora unico pittore ufficiale.

All'incarico di dipingere le ante dell'organo, raro esempio di decorazione di uno strumento laico, fa seguito, da parte del pittore, nel dicembre del 1609, la domanda d’ammissione all'Accademia, che si apre con una testimonianza di devozione e di stima verso il maestro Felice.

L'apprezzamento da parte della committenza religiosa contemporanea è documentata dalle pale del primo decennio del secolo nelle chiese veronesi (San Tomaso Cantuariense nel 1605, San Fermo nel 1608, San Luca nel 1610), in parallelo ad altre commissioni private legate ai reggenti veneziani della città e all'ambiente dei nobili veronesi membri dell'Accademia. Questo rapporto continuerà per tutta la vita del pittore, con il regolare invio d’opere da Roma ad incrementare le grandi collezioni dei Canossa, dei Gherardini, dei Giusti, dei Moscardo.

Dopo l'alunnato presso Felice, le fonti parlano di un soggiorno del Turchi a Venezia, che, anche se non documentato, è tuttavia ipotizzabile quale viaggio a ritroso alla conoscenza diretta della cultura pittorica, e in parallelo ad altre escursioni artistiche, come per esempio nella Mantova di Rubens.

Ma sollecitazioni determinanti nella linea di un innato classicismo, peraltro in sintonia con un filone importante della stessa tradizione veronese, gli vennero dalla conoscenza della pittura bolognese ed emiliana, largamente, allora, presente nelle collezioni private a Verona, e dalla diffusione nel Veneto delle stampe dei Carracci. L'altro elemento fondante dovette essere l'interesse per la cultura antica, così ben rappresentata a Verona (collezione Bevilacqua) e che a Roma doveva trovare una seducente conferma.

Intorno alla metà del secondo decennio del Seicento Alessandro Turchi è documentato con un affresco nella Sala Regia del palazzo del Quirinale, nell'ambito di una collaborazione con Lanfranco Saraceni (1616-1617). La visione diretta della potente verità di Caravaggio aggiorna, con un più violento gioco chiaroscurale, una vena naturalistica già presente nella sua opera: ma è piuttosto il gran classicismo dei bolognesi (Annibale Carracci, Reni, Domenichino) a sostanziarne la successiva produzione.

La scelta di abitare a Roma, dove «prese moglie di Casa nobile» (Dal Pozzo), è indizio della volontà di inserirsi nel vivo delle nuove tendenze. Comincia così una stabile e consolidata carriera. Lungi dal proporre innovazioni controcorrente, Turchi sarà presente sulla scena artistica a lui contemporanea, comprimario e partecipe della vita culturale romana (Accademia di San Luca, Congregazione dei Virtuosi del Pantheon).

Fra i suoi committenti si annoverano il cardinale Scipione Borghese, il poeta Giambattista Marino e Antonio Barbieri, fratello di Urbano VIII. Il collezionista francese Louis Phelipeaux de la Vrillière, per la galleria del suo palazzo parigino affrescata da Perrier, gli commissionerà una Morte di Cleopatra (Parigi, Louvre), da esporre accanto a Cortona, Poussin, Reni, Guercino e Maratta. Le sue pale ornano a Roma gli altari di San Salvatore in Lauro, Santa Maria della Concezione, San Lorenzo in Lucina, San Romualdo. E anche nella provincia Turchi è presente con numerose opere: nel Lazio a Velletri, a Caprarola e nelle Marche a Camerino, Ripatransone, Accumoli.

La tematica devozionale è condotta in modi alquanto severi e secondo un carattere naturalistico più deciso, mentre I’attività pittorica di genere profano esalta la bellezza femminile con spregiudicata libertà e sensuali accenti. È forse questa la ragione del gran successo presso il collezionismo privato, attestato anche da Dal Pozzo sin dall'inizio del Settecento, che consente di trovare le sue opere nelle raccolte pubbliche e private di tutto il mondo, provenienti da prestigiose collezioni antiche.

Tutto questo è ben messo in evidenza da una recente (1999) mostra di Verona, che è stata la prima dedicata interamente all'artista e ha costituito uno sviluppo e un approfondimento di quella organizzata, sempre a Verona, nel 1974, da Licisco Magagnato, incentrata su Cinquant’anni di pittura veronese (1580-1630), dove Turchi figurava tra i protagonisti a fianco dei pittori veronesi della sua generazione, ed in particolare dei due colleghi che con lui lavorarono - giusta le intuizioni di Roberto Longhi - alla Sala Regia del Quirinale: Marcantonio Rassetti e Pasquale Ottino.

Turchi fu del resto autore, proprio con loro, del rinnovamento, in direzione caravaggesca, della pittura veneta e veronese del primo Seicento, come anche i cinquantuno dipinti e i ventuno disegni, provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il mondo, esposti a Castelvecchio, le grandi pale d'altare e piccoli quadri di destinazione privata, su rame o su paragone (di soggetto religioso, storico o mitologico) stanno a dimostrare.

Tale aspetto e tali ascendenze sono sottolineate anche da Paola Marini che, in apertura di catalogo, rende così doveroso omaggio al nostro maestro: «Illustrare sia pur brevemente le ragioni di questa mostra comporta un riferimento preliminare all'esposizione Cinquant'anni di pittura veronese (1580-1630) allestita nel 1974 da Licisco Magagnato. Là, seguendo ed ampliando le precisazioni di Roberto Longhi sul "trio dei veronesi" - Turchi, Ottino e Rassetti - nel momento del loro incontro con Roma, Magagnato offriva la cornice entro cui situare la rassegna presente e ne delineava la chiave di lettura ancora valida nell'inclinazione del classicismo artistico verso l'Emilia e Roma, piuttosto che verso Venezia. Nella stessa occasione Daniela Scaglietti Kelescian, all'inizio della sua carriera, stendeva le schede di una trentina di opere di Alessandro Turchi, avviando con l'artista un'ininterrotta consuetudine di studi che ci ha naturalmente condotti a chiederle di organizzare con noi questa esposizione».

E tuttavia- sono sempre parole di Paola Marini - "Focalizzare la figura di Turchi significa percorrere una strada mai intrapresa prima, anche se forniti delle premesse di un solido "viatico", significa anche tributargli un doveroso omaggio ed essere certi che il suo inserimento nel Museo di Castelvecchio possa risultare armonioso, seppure sofferto nel suo obbligato togliere spazio alla collezione permanente. In due anni di intenso lavoro, sostenuto dall'appoggio del Comitato scientifico, è stato possibile raccogliere cinquantuno dipinti e ventuno disegni, da accostare alle venti tele che si è deciso di lasciare, tranne pochissime eccezioni, nell'originaria collocazione, rinviando all'itinerario predisposto con la Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici del Veneto».

Dopo il "soggiorno" veronese, le opere esposte – molte delle quali provenienti dall'estero – sono tornate nelle loro sedi: resta tuttavia l'opportunità per i veronesi, per i romani e per i visitatori delle città nelle quali l'Orbetto ha lasciato gran parte della sua produzione, di visitare chiese e musei dove le opere del pittore sono sempre esposte.

A Verona in particolare sono stati segnalati Quattro angeli musicanti, Duomo; Raccolta della Manna, San Giorgio in Braida; Madonna col bambino in gloria e santi Giacomo, Bartolomeo, Francesco e Raimondo di Penyafort, Sant'Anastasia; Adorazione dei Pastori, Museo di Castelvecchio; Maddalena penitente, San Tommaso Cantuariense; Angeli con ghirlande di rose, Sant'Anastasia; Adorazione dei Pastori, San Fermo; Flagellazione, Museo di Castelvecchio; Madonna col Bambino, San Giovanni e San Francesco, Museo di Castelvecchio; Assunzione della Vergine, San Luca; Pietà con San Francesco, Museo di Castelvecchio; Sant’Agostino in meditazione sul mistero della Trinità, Santi Apostoli; Fondazione di Santa Maria Maggiore, Museo di Castelvecchio; Madonna col bambino e i Santi Carlo Borromeo, Francesco, Scolastica e Lorenzo, Museo Cavalcaselle; I quaranta martiri, Santo Stefano; Adorazione dei Magi, Museo di Castelvecchio; Estasi di San Francesco, Santa Maria in Organo; Annunciazione con i Santi Giuseppe e Giovanni Battista e il beato Giovanni Marinoni, San Nicolò.

A Roma infine possono annoverarsi: Raccolta della manna, Quirinale, Sala Regia; Madonna in gloria con i Santi Francesco e Carlo Borromeo, San Salvatore in Lauro; La Madonna offre il bambino al beato Felice da Cantalice, Santa Maria della Concezione.
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