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Storia di Urbino

L'origine di Urbino è assai antica. Gli storici latini sono concordi nel ritenere che la zona sia stata abitata da Liguri-Siculi e poi dai Liburni, dagli Umbri, dagli Etruschi e dai Galli Senoni. Oscura è anche l’origine del suo nome. Conquistata dalle legioni, Urbinum metaurense divenne municipio romano nel 46 a.C. La città assunse presto valore commerciale e strategico, perché situata lungo l’importante Via Consolare, che - in alternativa alla Via Flaminia - collegava Roma con Rimini attraverso Fano. Alcuni scavi ad Urbino hanno riportato alla luce resti di una necropoli romana del I secolo a.C.
Con la caduta dell'impero romano, anche Urbino subì le invasioni barbariche. Vi passarono Eruli, Ostrogoti, Bizantini, Longobardi. In particolare, il re longobardo Liutprando fece restaurare i forti ed ingrandire la città con nuovi fabbricati, in modo da accrescere la sua popolazione, aprendo le porte agli abitanti del contado. Con i Franchi, Urbino fu compresa nelle donazioni fatte alla Chiesa da Pipino, Carlo Magno e Lodovico il Pio. Di conseguenza, come molte altre città medievali, Urbino fu teatro delle lotte fra Pontefici ed Imperatori, tra Guelfi e Ghibellini.
Fin dagli inizi, Urbino fu ghibellina e si distinse nelle guerre, combattendo per il Barbarossa e gli Svevi. Si distinse specialmente la famiglia dei Signori di Montefeltro, alla quale gli Svevi furono grati. La prima investitura avvenne nel 1150 in favore di Antonio di Montefeltro. Presente a Roma all'incoronazione del Barbarossa, Antonio riuscì a sedare un pericoloso tumulto dei Romani contro i Tedeschi. In compenso, fu nominato vicario imperiale in Urbino. Successore di Antonio fu Montefeltrano, che continuò la tradizione ghibellina. La seconda investitura si ebbe nel 1213, quando Federico II volle ricompensare Buonconte e Taddeo, Conti di Montefeltro, dei servigi resi alla causa imperiale: da vicari li elesse feudatari della città d'Urbino. Ma la città, che pur si era adattata ad avere un Vicario, non voleva sottoporsi al giogo della signoria e si difese strenuamente. Rimini e altre città sostennero la causa dei Montefeltro, cosicché - dopo vent’anni di agitazioni e di lotte - gli Urbinati si rassegnarono (1234) a concludere la pace con il Conte di Montefeltro e a divenire suoi vassalli, perdendo così per sempre le loro libertà comunali.
Sotto i Montefeltro - guerrieri e mecenati - Urbino acquistò importanza di capitale con corte ed assurse ad insperata grandezza. Il ciclo cominciò col vecchio Guido, fiero ghibellino, che però si conciliò (1294) con papa Bonifacio VIII ed ebbe l’investitura ufficiale del Ducato di Urbino, preso con la forza. Il suo successore, Federico, estese i domini fino a comprendervi Assisi e Spoleto che poi perdette, finendo trucidato in una sollevazione popolare. Il figlio Nolfo riuscì a riconquistare il potere, ma lo perdette poco dopo, quando il cardinal Albornoz - venuto da Avignone con truppe papali mercenarie - sottomise alla Chiesa la Romagna e le Marche. Gli eredi di Nolfo furono dispersi, ma nel 1375 Antonio da Montefeltro, con l'aiuto di Firenze, tornò ad impossessarsi di Urbino. Antonio conquistò Cagli, Gubbio e Cantiano, riuscì a ristabilire l'ordine e la prosperità, ma soprattutto riuscì ad inserire Urbino nel gioco politico italiano. Egli ottenne il riconoscimento papale dei suoi possedimenti (1390) e - per la cultura - iniziò la politica di mecenatismo che raggiungerà l'apice nel secolo successivo. Nel 1404 ad Antonio successe il debole Guidantonio, che ebbe ben presto a soffrire per la vita scostumata del figlio Oddantonio. Per il malgoverno e per le sue dissolutezze, Oddantonio fu ucciso dai suoi stessi sudditi nel luglio del 1444.
Gli succedette per acclamazione di popolo il fratello naturale Federico, che fu il vero restauratore della fortuna e della Potenza del Ducato, il più illustre dei Montefeltro, il miglior principe del tempo. Ampliò il dominio annettendovi buona parte della Massa Trabaria, e regolò il Ducato con savie leggi. Egli superò tutti i predecessori per giusto imperio, benignità, protezione alle lettere, splendore, magnificenza, perizia in guerra. Con Federico la corte urbinate divenne - per quasi quarant’anni - centro di gentilezza e d'arte, famoso in tutta Europa. Le sue benemerenze valsero, a rendere amati e stimati anche i suoi successori. Morto Federico nel 1482, gli succedette il figlio Guidobaldo I, che continuò la grande tradizione del padre: la corte d'Urbino rimase fra le più splendide d'Europa e Guidobaldo I fu anch'egli amico ed ospite di uomini grandi della sua età come: Baldassarre Castiglione, l'autore del Cortegiano, il Bembo, il cardinal Sadoleto, Timoteo Viti e Giovanni Santi, padre il secondo e maestri entrambi di quel Raffaello che con la sua gloria doveva immortalare Urbino. Il governo di Guidobaldo I fu travagliato da guerre, e dall'usurpazione di Cesare Borgia (1502-1503), figlio di Alessandro VI. Solo la morte di quest’ultimo e l’elezione di papa Giulio II della Rovere favorirono la restaurazione definitiva di Guidobaldo I, già imparentato coi della Rovere stessi. Con la morte di Guidobaldo si estinse la famiglia dei Montefeltro, sotto il cui dominio il Ducato fu ricco, potente, temuto.
Diversa fu la sorte della città sotto i tre Della Rovere che successero. Francesco Maria I, ligio al parente Pontefice, adoperò le armi e consumò i suoi eserciti per sottomettere la Romagna alla Chiesa. Il Duca fu cacciato da Urbino da papa Leone X - che protendeva per i Medici - ma riuscì nel 1521 a ridiventare signore di tutto l’Urbinate. Poté così riprendere le tradizioni del suo casato, e proteggere i letterati e gli artisti del tempo (fra cui Tiziano). Alla sua morte (1538), gli successe il figlio, Guidobaldo II, uomo dissoluto e sanguinario che non tardò ad inimicarsi i sudditi. Il popolo gli si ribellò; ed egli finì i suoi giorni nel 1574, esecrato e maledetto da tutti. Furono alla sua corte il Tasso ed altri letterati, e qualche artefice di valore. Ma il crepuscolo dell’arte era cominciato, e finì per accentuarsi sotto Francesco Maria II, suo figlio e successore. Il nuovo Duca ebbe il torto di trascurare l'educazione dell'unico figlio, Federico Ubaldo, che fu di pessimi costumi e morì giovane per i suoi eccessi, lasciando una figlia. La mancanza di eredi maschi preludeva ad una probabile contesa da parte dei Medici che anelavano di impossessarsi di nuovo del Ducato di Urbino e del Montefeltro. Il papa Urbano VIII Barberini, rivendicò le pretese della donazione pipiniana, e tanto influì sul Duca Francesco Maria II da persuaderlo ad abdicare, nel 1626, e lasciare il Ducato alla Chiesa. Il vecchio Duca si ritirò a Castel Durante, dove visse sino al 1631.
Medici e Barberini si divisero le magnifiche spoglie di Urbino. Ma già Vittoria Della Rovere, l'unica figlia del principe Federico Ubaldo, prima di lasciare al pontefice l'avito Palazzo Ducale, lo spogliò di tutto; sparirono così da Urbino preziose opere d’arte, tra cui le Madonne e i ritratti che Raffaello aveva dipinto per la famiglia ducale. Altri oggetti artistici furono trasferiti a Roma con la ricca e meravigliosa Biblioteca Feltro-Roveresca. Divenuta sede di Legati pontifici e confondendo il suo vasto Ducato col dominio della Chiesa, Urbino perdé tutta la sua peculiare importanza e il suo grande prestigio. Nuova vita sembrò rianimare Urbino sotto il Pontificato del concittadino Gianfrancesco Albani (Clemente XI). Ma Clemente fu papa dal 1700 al 1721; dopo la morte sua e dei munifici nipoti, cardinali Annibale ed Alessandro, amanti sinceri della loro città natale, Urbino ricadde nell'oblio.
Nel periodo napoleonico Urbino fu capoluogo del dipartimento del Metauro e migliorò notevolmente le condizioni politiche ed economiche. Ma con la restaurazione del 1815, tornò a far parte dello Stato della Chiesa, perdendo molto d'importanza e di prestigio. Rimaste le Marche e l’Umbria fuori dal movimento d’annessione del 1859, si vennero sempre più intensificando le aspirazioni unitarie da parte di quei popoli nei centri principali delle due regioni. Volontari romagnoli ed emigrati marchigiani, d'accordo coi Comitati d'azione, iniziarono le operazioni della riscossa. Gli Urbinati furono pronti al richiamo. Aiutati da volontari esterni, il giorno 8 settembre sgominarono la guarnigione pontificia a Porta Santa Lucia e altrove, issarono ovunque la bandiera della Libertà e corsero ad aiutare i patrioti di Fossombrone, assaliti da duplici forze nemiche. Quindi primeggiarono nel plebiscito per l'annessione all'Italia unita.
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