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Giovedì 19 Ottobre 2017, San Paolo della Croce
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Visitare Trieste - guida breve

 

Arco di Riccardo

L'Arco di Riccardo sorge in Piazzetta Barbacan ed è uno dei più importanti monumenti romani di Trieste. Fu costruito all’epoca di Ottaviano Augusto - intorno al 33 a.C. - e si ritiene sia sempre stato una porta della cinta muraria della città, poiché si trovava su un'antica strada romana. Non si esclude tuttavia che - in origine - l’Arco fosse l’ingresso di un’area sacra, dedicata alla Magna Mater. In ogni caso, è accertato che l’Arco era il centro nevralgico dell’antica Tergeste, la cui pianta è stata recentemente ricostruita.
Varie sono anche le interpretazioni del nome "Riccardo": una leggenda vuole che l’Arco sia legato alla figura di Riccardo Cuor di Leone che, di ritorno dalla Terra Santa, sarebbe stato tenuto prigioniero a Trieste. Un’altra leggenda lega il monumento a Carlo Magno: il monumento sarebbe stato dedicato all’imperatore, passato per Trieste. Alcuni studiosi ritengono che si tratti di una deformazione del termine "cardo", nome di uno dei classici assi viari romani; altri pensano che il nome derivi da "ricario", magistratura medievale con sede nelle vicinanze.
L’Arco ha un solo fornice - alto m. 7,20, largo 5,30 e profondo 2 - che è sempre rimasto in vista, nonostante sia stato parzialmente inglobato negli edifici circostanti. In occasione dei lavori del 1913, furono demolite le costruzioni che si addossavano al piedritto occidentale, che da allora è completamente visibile, mentre quello orientale è tuttora murato dentro un edificio moderno.
 

Basilica Forense

Il Colle di San Giusto, cuore dell'antica Tergeste, offre uno splendido panorama della città, ma anche una serie di importanti documenti - d’epoca romana - ricchi di storia e d’arte. In particolare - al centro del grande piazzale del Colle - si trovano i resti della cosiddetta basilica Forense, sede di un antico tribunale. La costruzione risale agli inizi del II secolo: sono ancora visibili le strutture del banco e del trono dei magistrati, che qui amministravano la giustizia romana.
 

Basilica Paleocristiana

I resti di Via Madonna del Mare furono scoperti nella prima metà dell’Ottocento, ma messi in luce un secolo dopo, intorno al 1960. Fu subito evidente che essi si riferivano ad una basilica paleocristiana, eretta vicino al mare, in una zona che già in epoca romana era destinata a cimitero.
Incerta la prima dedicazione, si pensa che l’edificio possa essere stato intitolato alla Vergine; a Maria fu certamente dedicata la chiesa di Sancta Maria ad Mare che sostituì la primitiva basilica in epoca medievale. Controverse sono le varie fasi della costruzione e la datazione della basilica. Per alcuni studiosi l'edificio di culto avrebbe avuto quattro fasi costruttive, e forse ospitato le spoglie di San Giusto. Altri studiosi individuano solo due fasi: nella prima, la basilica sarebbe stata costituita da un'aula rettangolare, poi sarebbero stati aggiunti abside, transetto e si sarebbe rifatto il pavimento musivo. Altri ancora sostengono che la costruzione era dotata di abside e transetto fin dall'inizio e che la seconda fase avrebbe visto solo il rifacimento del pavimento. Le ipotesi sulla datazione oscillano tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, ovvero tra la fine del V e l’inizio del VI secolo.
Molto interessanti i due pavimenti musivi sovrapposti, riferibili rispettivamente al V e al VI secolo. Nel presbiterio, sopraelevato rispetto all'aula, si riconosce un loculo per le reliquie, posto probabilmente sotto la lastra dell'altare. Il banco presbiterale si trovava nell'abside. Nelle iscrizioni del pavimento musivo si nomina per la prima volta la Sancta Ecclesia Tergestina e si ricordano vari donatori, anche greci e orientali, testimonianza eloquente dei rapporti - non solo commerciali - che la città intratteneva già a quell’epoca con i Paesi del Mediterraneo.
 

Caffè San Marco

Il Caffè San Marco si trova in Via Cesare Battisti. Fu aperto nel 1914 da Marco Lovrinovich - istriano ma di sentimenti italiani, innamorato di Venezia - e divenne ben presto un locale assai frequentato. Fra i clienti abituali c’erano i soliti sfaccendati - lettori di quotidiani e appassionati di biliardo - ma anche giovani irredentisti: qualcuno vi preparava passaporti falsi, per i patrioti antiaustriaci per intendevano scappare in Italia. L'attività del Caffè fu interrotta il 23 maggio 1915: la polizia austriaca irruppe nel locale e lo devastò completamente. Subito ricostruito negli anni Venti, il San Marco è da allora luogo d’incontro degli intellettuali triestini: fu frequentato - tra altri - da Saba, Svevo e Giotti.
Restaurato e riaperto nel 1997, il locale si presenta oggi con il suggestivo aspetto di un tempo. Caratteristici sono i suoi tavolini di marmo e ghisa, il bancone di una volta in legno scuro come il resto dell’arredamento, le specchiere e gli affreschi originali. Molti ricordano la Serenissima: così il Leone di San Marco si trova un po’ ovunque: sui lampadari, sulle suppellettili, sui mobili. Tutti chiari riferimenti all’italianità. La decorazione dell’interno segue lo stile della Secessione viennese che, abbinato allo stile floreale, conferisce al locale grande suggestione. Interessanti sono i nudi dipinti sui medaglioni alle pareti, pare da Napoleone Cozzi, “decoratore alpinista scrittore e irredentista”, e da Ugo Flumiani definito “pittore di acque increspate”. I nudi sono infatti la rappresentazione metaforica dei fiumi friulani, istriani e dalmati, che si perdono nell'Adriatico, il mare di Venezia e quindi di San Marco. Di bell’effetto le innumerevoli foglie di caffè, che rappresentano un motivo costante nella decorazione, con il loro ripetersi ossessivo e nel contempo rassicurante.
Il Caffè è molto amato dagli scacchisti. Per la particolare disposizione dei tavolini - osserva il Magris - esso si presenta come una scacchiera, e gli avventori sono costretti a muoversi secondo la mossa caratteristica del cavallo.
 

Canal Grande

Il Canal Grande è una breve via d'acqua artificiale che si addentra nel cuore del Borgo Teresiano di Trieste, quartiere della città edificato nel Settecento su un'area prima occupata da saline. Un tempo, il Canale era utilizzato da velieri e grossi mercantili che potevano attraccare nei moli del centro cittadino, e scaricare le merci sulle banchine, vicino ai magazzini. In definitiva, il Canale rappresentava una struttura essenziale per i traffici marittimi. Successivamente - per le esigenze del traffico cittadino - la lunghezza del Canale è stata limitata con alcuni interramenti e i ponti girevoli sono stati sostituiti da quelli fissi: il più famoso è il cosiddetto Ponte Rosso. Al Canale ora possono accedere solamente piccole imbarcazioni, come i variopinti e coreografici pescherecci che fanno ala alle due sponde.
A sinistra dell'imboccatura sorge il monumentale Palazzo Carciotti: di fronte si erge il Grattacielo Rosso. Le colonne bianche che si notano in fondo al Canale compongono la facciata della chiesa cattolica di Sant'Antonio Nuovo Taumaturgo (1808-1842), la cui facciata in passato si sdoppiava, riflettendosi nell'acqua; le cupole azzurre che spiccano sul fianco destro formano la parte superiore della chiesa serbo-ortodossa di San Spiridione.
 

Castello di Miramare

Tradizione vuole che l’arciduca Ferdinando Massimiliano d’Asburgo (1832-1867) - fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe, e comandante in capo della marina imperiale austriaca - sia stato sorpreso nel golfo di Trieste da un’improvvisa tempesta. Trovato rifugio nel porticciolo di Grignano, l’arciduca scelse proprio questo sperone roccioso - d’origine carsica e privo di vegetazione - come luogo in cui costruire la propria dimora. Tutto il comprensorio, acquistato a partire dal marzo del 1856, viene denominato Miramar.
L’edificio è un vero gioiello architettonico. Progettato nel 1856 da Carl Junker, architetto austriaco, la sua costruzione viene terminata in quattro anni. L’impianto stilistico riflette gli interessi artistici di Massimiliano, che ha conosciuto vari ambienti europei, in cui prevale la tendenza eclettica. Gli arredi e le decorazioni sono commissionati all’artigiano Franz Hofmann e al figlio di questi, Julius. I lavori, seguiti personalmente dall’arciduca, vengono ultimati solo dopo la partenza di quest’ultimo per il Messico (1864). L’arciduca viene nominato imperatore di questo Paese e verrà poi fucilato a Querétaro, nel giugno del 1867.
Con la costruzione del Castello, Massimiliano intendeva dare un carattere intimo alla zona riservata alla sua famiglia, creando un ambiente a contatto con la natura circostante e con l’esterno; un ambiente ovattato, quasi isolato che trasmettesse lo spirito di un’epoca e del suo committente.
Al pianoterra, destinato agli appartamenti di Massimiliano e della consorte Carlotta del Belgio, caratteristici sono la stanza da letto e lo studio dell’arciduca che riproducono la cabina e il quadrato di poppa della fregata “Novara”, nave da guerra con cui il comandante della marina aveva circumnavigato il globo tra il 1857 ed il 1859; la biblioteca con librerie incassate tutto intorno alla sala; gli appartamenti dell’arciduchessa con tappezzerie di seta azzurra.
Al primo piano, destinato agli ospiti e dove si trova la Sala del Trono, spiccano il fastoso rivestimento ligneo del soffitto e delle pareti e i salottini cinese e giapponese, ricchi d’oggetti orientali. Particolarmente interessante è la sala decorata con tele del pittore Cesare Dell’Acqua che raffigurano la storia di Miramare e di Massimiliano.
Ora le stanze del Castello ripropongono in gran parte la disposizione degli arredi originali voluti da Massimiliano e Carlotta, la cui ricostruzione è stata presa possibile da una preziosa documentazione fotografica fatta eseguire dallo stesso arciduca. Entrare nel Castello significa quindi ritrovare il fascino della metà dell’Ottocento, in una residenza rimasta sostanzialmente intatta, incontrare il suo committente e conoscere la sua personalità.
Il parco offre l'occasione di una passeggiata di notevole interesse, non solo per la gran varietà d’essenze botaniche che esso ospita, ma anche per l'importante raccolta di sculture che decora i molti vialetti. Inoltre si segnalano le Scuderie, edificio, di recente restaurato, e oggi destinato a manifestazioni espositive temporanee; le Antiche Serre; il Castelletto, che conserva parte della decorazione originale ancora presente al primo piano.
 

Castello San Giusto

La storia del Castello San Giusto è legata alle continue guerre tra la città di Trieste, che lottava per mantenere l'indipendenza, e Venezia e l'Austria che volevano sottometterla. Nel 1382, ormai logorata dagli scontri, la città firmò la propria "Spontanea dedizione all'Austria": poté così; mantenere l'autonomia amministrativa, ma dovette accettare di essere "protetta" da un Capitano Imperiale che diveniva, di fatto, capo militare della città.
Nel 1470, l'Imperatore Federico III ordina di costruire sul colle una casa fortificata, per permettere al Capitano un maggior controllo sulla città. Oggi, la costruzione della primitiva "Casa del Capitano", un edificio a due piani sormontato da una torre, è sede del Museo del Castello. Il bastione rotondo che avvolge e protegge l'edificio esistente fu eretto tra il 1508 e il 1509 da Venezia quando, a seguito del Patto di Riva, riottenne il predominio su Trieste. Con il ritorno dell'Austria, i lavori rallentarono: fu costruita in quarant'anni la cortina verso sud e dal 1557 al 1561 lo sperone quadrangolare di sud-est noto come "bastione Hoyos-Lalio", che ora ospita il Lapidario Tergestino. Tra il 1615 e il 1630, fu eretto il "bastione Pomis", di forma triangolare.
Il Castello è il più cospicuo monumento medioevale della città; l'insieme architettonico tradisce il lungo periodo trascorso tra l'inizio e la fine dei lavori (dal 1470 al 1630). La costruzione documenta inoltre l'evolversi nei secoli delle tecniche difensive e tattiche. Eretto sulla vetta del Colle di San Giusto, il Castello costituì; il punto di raccordo e conclusione della cerchia murata entro la quale si era sviluppato l'antico borgo, adagiato sul declivio degradante verso il mare. Ovviamente il Castello non fu la prima costruzione difensiva del luogo: i testi classici parlano di una rocca già ai tempi di Roma, ma è praticamente certo che - già in epoca preistorica - sulla sommità del colle esisteva una struttura tipica, ossia un castelliere, formata da un insediamento protetto da una cinta muraria.
Nella sua lunga storia due soli eventi bellici coinvolsero il castello: nel 1813 le truppe napoleoniche tentarono un'estrema difesa asserragliate al suo interno resistendo quattordici giorni; nel 1945 i soldati tedeschi resistettero alcuni giorni, in attesa dell'arrivo degli eserciti regolari a cui arrendersi. Dal 1930, il Castello è di proprietà del Comune ed è oggi attrezzato a scopo turistico. Attualmente il Castello - in cui diverse stanze, come la sala Caprin sono aperte al pubblico - ospita un Museo Civico dove si trovano esposte armi antiche, ed è sede di mostre periodiche, manifestazioni e, durante l'estate, spettacoli all'aperto. Camminando sugli spalti del Castello, dalle feritoie o soffermandosi sui bastioni, si domina una visuale completa della città, delle sue alture, del suo mare.
 

Cattedrale di San Giusto

La storia della Cattedrale di San Giusto è abbastanza complessa. Le forme trecentesche, attualmente visibili, sono il risultato di un lungo processo di sviluppo. Verso la metà del V secolo, fu qui eretta una Basilica Paleocristiana su precedenti strutture d’epoca romana. Accanto alla basilica fu eretto, probabilmente nel IX secolo, il sacello martiriale di San Giusto. Quindi, nell'XI secolo fu innalzata la chiesa romanica dedicata a Santa Maria Assunta, sfruttando le preesistenze perimetrali del fianco settentrionale della Basilica Paleocristiana.
Nel XIV secolo, quando ormai il sacello altomedievale di San Giusto si era allungato parallelamente alla chiesa di Santa Maria Assunta, avvenne la fusione dei due edifici, la quale comportò l'abbattimento di una navata per ciascuna chiesa, portando a cinque le navate della nuova cattedrale.
Questa si presenta ora con la facciata a capanna caratterizzata da un ampio rosone a doppia ruota, una statua del Santo, stemmi e un portale derivante dal taglio di una stele funeraria romana. Il campanile è a pianta quadrata; alla base vi sono i resti di un propileo romano e, sopra la porta ogivale, la statua di San Giusto.
All’interno, interessanti sono le tracce di pavimentazioni musive del V secolo davanti al presbiterio, mentre l’abside è decorata con mosaici moderni. Mosaici del XII e XIII secolo, opera di maestri veneti, ornano le due vecchie chiese. Gli affreschi con la vita del Santo sono del XIII secolo. Alcune pregevoli opere impreziosiscono l’interno della chiesa: l’altare barocco, due affreschi settecenteschi del Quaglio, la Pietà di manifattura salisburghese del Quattrocento, un rilievo del Duecento della Madonna con Bambino, il fonte battesimale con custodia in legno policromo, solo per citare le maggiori. Il Battistero conserva la vasca originale ad immersione ed un crocefisso ligneo romanico.
In fondo alla navata di sinistra, la cappella del Tesoro della Cattedrale conserva una notevole raccolta d’arredi liturgici, uno stendardo di seta con l’effigie di San Giusto, un crocefisso in argento sbalzato e il crocefisso di Alda Giuliani.
All’esterno è suggestivo il complesso medievale che fa corona al sagrato: il quadro è formato dalla Cattedrale e dal campanile, dalla trecentesca chiesetta di San Giovanni che sta sulla sinistra, e alla chiesa di San Michele al Carnale che si trova a destra.
 

Chiesa di San Spiridione

La Chiesa di San Spiridione è di rito serbo-ortodosso, ed è nota anche con il nome di “Chiesa degli Schiavoni”. L’edificio fu costruito sulle fondamenta di una preesistente chiesa ortodossa che - nel Settecento - veniva utilizzata dalla comunità greca e da quella serba. Per alcuni contrasti tra le due comunità, e per l’accresciuto numero dei fedeli, fu necessario por mano al nuovo edificio. Il tempio attuale fu realizzato dall’architetto milanese Carlo Maciacchini, tra il 1861 e il 1868, su commissione della sola comunità serbo-ortodossa: oggi può accogliere fino a 1600 persone.
L’edificio, seguendo la tradizione orientale, presenta una pianta a croce greca sormontata da cinque cupole di colore azzurro. La pietra di costruzione è, in buona parte, di provenienza locale, ma le colonne sono in marmo di Verona ed i cornicioni in marmo di Toscana. L’interno presenta affreschi e pitture di pregio ma su tutto domina la stupenda iconostasi in legno massiccio, riccamente ornata da intagli, che divide il presbiterio dal resto della chiesa. Le quattro icone, raffiguranti la Madonna, Gesù, San Spiridione e l’Annunciazione, furono realizzate a Mosca all’inizio dell’Ottocento e sono ricoperte con oro ed argento. Notevole è anche il grande candelabro d’argento donato - in occasione di una visita a Trieste nel 1782 - dal granduca Romanov, futuro zar Paolo I.
 

Chiesa di Santa Maria Maggiore

Santa Maria Maggiore, la “chiesa barocca dei Gesuiti”, fu eretta tra il 1627 e il 1682. Il progetto è del gesuita Giacomo Briani, ma viene generalmente attribuito ad un altro gesuita, Andrea Pozzo, che ha curato uno dei restauri-ampliamenti del tempio. In ogni caso, l’edificio fu completato nell’Ottocento e fu più volte rimaneggiato. L’importanza della chiesa - e particolarmente dell’immagine della Madonna della Salute, che vi è conservata - deriva dalla devozione popolare. Ogni anno, il 21 novembre, qui convengono i Triestini, per rinnovare la devozione alla sacra immagine: e questo si ripete dal 1849, ossia da quando - in occasione del colera - si rivolsero in preghiera alla Madonna, per ottenere il suo aiuto.
La pianta è a croce latina e presenta tre navate. Di gran pregio sono gli affreschi della cupola, la decorazione dell'abside, opera di Sebastiano Santi, e lo stupendo altar maggiore del Seicento, in marmi policromi. Altre opere notevoli sono una scultura del Bearzi, alcune tempere del Bison e la tela della Madonna della Salute, dipinta dal Sassoferrato, nonché la Pala con l'apparizione di Cristo a Sant'Ignazio morente, della scuola del Guercino.
 

Duino e il Sentiero Rilke

Una della passeggiate più belle e suggestive del golfo di Trieste - una passeggiata che affonda le sue radici nella storia, che sa di cultura e di letteratura - è quella che, a picco sul mare, collega Sistiana a Duino. Il tratto è una terrazza naturale di quasi due chilometri, affacciata sulle bianche falesie di Duino. Questo è il sentiero Rilke, uno degli itinerari più suggestivi, e accessibili del Carso triestino. Un tempo questo sentiero era conosciuto come Passeggiata Duinese. Il suo nome attuale è stato dato in onore al poeta ermetico praghese Rainer Maria Rilke, che soggiornò al castello di Duino ai primi del Novecento e qui compose le sue celebri “Elegie Duinesi”.
La particolare posizione del sentiero favorisce la crescita di molte varietà di piante: lungo il percorso si possono incontrare piante tipicamente mediterranee, come, ad esempio, il leccio e l'olivo selvatico, ed altre piante caratteristiche del paesaggio carsico, come la quercia. Si cammina, protetti da una recinzione in legno, proprio sul ciglione carsico, ammirando la baia di Sistiana, poi ci si spinge nel cuore della pineta, per ritornare sul ciglione, tra mare e cielo, sopra la baia di Duino.
Qui lo sguardo si perde tra enormi rocce di calcare modellate dall'erosione, torri e pareti a picco sul mare. Sullo sfondo, il castello di Duino abbarbicato ad un promontorio, sembra la creazione di uno scultore. Il sentiero si conclude proprio nel centro di Duino, a due passi dal castello e dal Collegio del Mondo Unito.
Nelle giornate di cielo terso, che sul Carso sono frequenti, lo sguardo si spinge dal sentiero Rilke sino alle prealpi Carniche, alla laguna di Grado, alle Dolomiti e alla costa istriana: un panorama che ricorda i grandi capolavori impressionisti. L’ultima suggestione del Rilke è dedicata a chi ama la storia più recente: lungo il sentiero s’incontrano postazioni da tiro risalenti alla Seconda Guerra Mondiale. Queste postazioni sono state trasformate in originali e panoramici terrazzi affacciati sul golfo.
 

Fontana dei Quattro Continenti

La Fontana dei Quattro Continenti sorge in Piazza dell'Unità d'Italia. Fu creata, tra il 1751 e il 1754, con l’intenzione di presentare al mondo una Trieste favorita dalla Fortuna: la città aveva, infatti, ricevuto la qualifica di Portofranco e godeva della politica liberale di Carlo VI e di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato con quattro statue che indicano i quattro Continenti allora conosciuti: Europa, Asia, Africa e America. Figure allegoriche di Fiumi riversano dai loro orci l'acqua nelle conchiglie sottostanti; al di sotto l'acqua zampilla dalle bocche di quattro delfini, ricadendo nelle ampie vasche mistilinee. Sulla sommità, la Fama ad ali spiegate sovrasta la giovane figura di Trieste, adagiata sulle rocce del Carso, e attorniata da fardelli, botti, balle di cotone e cordami, nell'atto di rivolgersi ad un mercante in abiti orientali.
Nell'ideare quest'opera si dovette risolvere il problema dell'inserimento della fontana in una piazza di piccole dimensioni ad andamento rettangolare fortemente allungato e circondata da realtà architettoniche stilisticamente diverse: al linguaggio magniloquente e opulento caratteristico del barocco italiano e francese, fu preferito il barocco inglese.
Su quest’opera si accesero animate discussioni, sia per il suo aspetto artistico, ritenuto "rozzo ammasso indecoroso di pietre", sia per lo stato di abbandono in cui fu più volte lasciata. Grazie all'appassionata difesa dei maggiori artisti triestini, nel 1925 si evitò la demolizione della fontana già decretata all'unanimità dal Consiglio Comunale, e nel 1926 si provvide ad un nuovo restauro, affidato allo scultore Marcello Mascherini. Infine, per allestire il palco del Duce, nell'agosto del 1938 si iniziò a smontare il manufatto. I pezzi furono conservati nell'Orto Lapidario. Nel 1970 - per l’interessamento del pittore Cesare Sofianopulo - la fontana tornò a zampillare sulla piazza, sia pure in posizione diversa da quella originale.
 

Museo del Mare

Per la ricchezza della sua collezione, il Civico Museo del Mare di Trieste è uno dei maggiori musei sul mare presenti in Italia e in tutta l'area mediterranea. Risale alla Società Culturale della pesca e del pesce, fondata nel 1888 per promuovere ed incentivare la pesca sulle coste orientali dell'alto Adriatico. Dopo varie vicende, nel 1968 il Museo trovò sede nel vecchio stabile di Via Campo Marzio - ex Lazzaretto San Carlo - restaurato da Roberto Barocchi.
Oggi il Museo contiene una completa documentazione sulla nascita e lo sviluppo della navigazione, nelle sue diverse forme, a Trieste. Sono poi trattati argomenti specifici, tra i quali la storia dei mezzi navali e della navigazione.

  • Al pianterreno sono esposti modelli di imbarcazioni antiche, tutti corredati da pannelli didascalici concernenti lo sviluppo delle primitive imbarcazioni e di quelle risalenti alla classicità, sempre nel bacino del Mediterraneo. Oltre a ciò si possono ammirare anche parti della strumentazione utilizzata dai naviganti triestini in epoca Teresiana. A J. L. Frantisek Ressel, padre della moderna propulsione in campo navale, è dedicata un intera sala nella quale sono esposti modelli di propulsori corredati dal relativo materiale esplicativo. L'ultima sala è dedicata a Guglielmo Marconi e contiene alcune delle parti dell'equipaggiamento radio del piroscafo "Elettra", tra cui l'ecoscandaglio e alcune valvole. Nel cortile si trovano invece un'ancora e la sezione laterale dello scafo dell'Elettra. Al piano terra trovano inoltre posto i modelli delle tre imbarcazioni utilizzate da Cristoforo Colombo nel suo primo viaggio verso l'America ed alcuni modelli di Rodolfo Muntjian.
  • Il primo piano è interamente dedicato a Trieste e, nello specifico, alla locale navigazione nel diciannovesimo secolo; in questa sezione sono compresi svariati modellini originali, alcuni anche di grandi dimensioni.
  • Al secondo piano c’è la sezione dedicata alle imbarcazioni a vapore. Spiccano fra tanti la pala della ruota dell'Anfrite e alcuni modelli, perfettamente funzionanti, di battello a vapore.
  • Le sale "secondarie" ospitano modelli raffiguranti non solo il porto di Trieste ma anche altri porti della costa dalmata, carte nautiche e dipinti raffiguranti soggetti marittimi.
  • Le ultime stanze del Museo sono dedicate alla pesca: in particolare, sono esposte barche e attrezzature correlate ai metodi utilizzati per la pesca nel mare Adriatico. Alle esposizioni fanno da corollario diorami di biologia marina e due plastici, uno della laguna di Grado - con i suoi tipici casoni - l'altro di una salina. Il Museo dispone, infine, di un laboratorio di prim'ordine e di una biblioteca specialistica, con testi tecnici all'avanguardia e rari, preziosi volumi di storica rilevanza.
 

Museo Sartorio

Il Civico Museo Sartorio si trova in Largo Papa Giovanni XXIII ed è stato riaperto al pubblico nel 2006, dopo un deciso restauro. Con un’area espositiva che si estende su 3200 mq, il Museo Sartorio si presenta come una della più complete ed affascinanti realtà museali nel panorama triestino.
La splendida Villa fu costruita nella prima metà dell’Ottocento dall’architetto Nicolò Pertsch, sui resti di un palazzo precedente, ed acquistata nel 1836 da Giuseppina Fontana, moglie di Pietro Sartorio, ricco mercante proveniente da Sanremo. Nel corso dell’Ottocento, la villa fu arredata dai Sartorio con competenza e gusto raffinato. Nel 1946 fu donata alla città di Trieste.
Nel Museo spiccano la stupenda Collezione Rusconi-Opuich (formata da icone, miniature, stampe, dipinti, argenti, peltri, ceramiche, maioliche, gioielli e mobilia); la rara bellezza di vasi greci antichi perfettamente conservati; una miriade di busti tra cui anche quelli realizzati da Antonio Canova; la preziosa collezione dei disegni di Giambattista Tiepolo (254 fogli preparatori della sua attività e 5 del figlio Domenico) che raccolgono le esercitazioni dal periodo della sua giovinezza al soggiorno in Spagna (1762); a questi si aggiungono circa 2500 pezzi di pittura, disegni, stampe, gioielli, ventagli, tessuti, argenti e peltri della collezione di famiglia donata da Fulvia Costantinides e la collezione Stavropulos, che espone opere di pittura e scultura dall'arte antica al '900. Infine una rassegna di maioliche italiane del Settecento, accanto ad esemplari di produzione triestina e inglese. In una sala blindata è conservato lo stupendo Trittico di Santa Chiara con gli episodi del Vangelo in 36 formelle, testimone della migliore arte bizantina quasi eguale alla ricercatezza di Giotto, opera in gran parte attribuita alla bottega di Paolo Veneziano.
I recenti lavori di restauro - nel corso dei quali sono emersi, tra l’altro, alcuni dipinti murali della fine del Settecento e della prima metà dell’Ottocento, nonché i resti di una domus romana - hanno reso agibile e riqualificato l’intero comprensorio della prestigiosa villa-museo. Oltre al Museo, sono ora visitabili anche il Giardino, la Cucina, la Gispoteca-Gliptoteca allestita nelle ex scuderie, i sotterranei e il Memoriale “Giorgio Costantinides”, con le collezioni d’arte applicata e di gioielli donate da Fulvia Costantinides.
 

Palazzo Carciotti

I vari stili architettonici in voga in Europa nel Settecento, trovano anche a Trieste modo di manifestarsi e di realizzarsi: notevoli gli esempi di palazzi in stile neoclassico, liberty, eclettico, neo-rinascimentale, che diventano dimore delle più ragguardevoli famiglie, o sedi di importanti società importanti d’assicurazione o di navigazione.
Palazzo Carciotti è un esempio tipico dello stile neoclassico. Per volontà del ricco commerciante greco Demetrio Carciotti, esso fu costruito tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento, su progetto dell’architetto Matteo Pertsch. L’edificio ha dimensioni imponenti: lungo 100 metri e largo 40, si trova in posizione preminente, all'inizio del Canal Grande, ben visibile dal mare.
Il palazzo, vera e propria casa-fondaco, comprendeva l'abitazione del proprietario al piano nobile, sedici abitazioni nei piani superiori e al piano terra stalle, rimesse e diciotto magazzini. L’edificio si caratterizza per un'alta cupola aerea e reca - sulla facciata rivolta al mare - una balaustra scenografica con sei statue dello scultore Antonio Bosa, allievo del Canova. Notevoli le sculture in facciata, realizzate dal Bosa e da Bartolomeo Augustini. Il piano nobile è impreziosito da una sala rotonda in stile impero, con sedici colonne. Opera del Bosa, eleganti bassorilievi sopraporta richiamano temi dell’Iliade: le pitture che li completano sono di Giuseppe Bernardino Bison.
Nel 1831 il Palazzo divenne la prima sede delle Assicurazioni Generali; poi fu sede della Capitaneria di porto; oggi è di proprietà del Comune di Trieste.
 

Parco della Rimembranza

Trieste ha un cuore storico e monumentale: il Colle di San Giusto. Qui la città ebbe inizio, di qui si sviluppò: dapprima nel castelliere, poi dentro la cerchia muraria romana. Salendo al Colle per la Via Capitolina, si costeggia il verde Parco della Rimembranza, realizzato negli anni Trenta del Novecento. Non si tratta di un parco vero e proprio: in realtà, il Parco della Rimembranza è quella striscia di verde che si insinua fra il viale e le mura del castello.
E’ un luogo della memoria, fatto per il ricordo e la riflessione. E’ pieno di lapidi di ogni forma e dimensione, con uno o più nomi di caduti delle due guerre mondiali. Leggendo queste lapidi si prova un brivido e si pensa a quanti hanno perso la vita per l’ideale della Patria, per difenderne i confini. Anche in città ci sono lapidi commemorative, anche altre città hanno le loro lapidi. Ma vederle raccolte tutte in un unico luogo colpisce tantissimo: fa riflettere su quanto teniamo alla Patria. Il Parco della Rimembranza di Trieste è grande non per l’estensione, ma per il suo valore morale. E’ un luogo sacro.
Forse per questo Parco, forse per tutti i parchi della rimembranza sparsi in Italia, è stato scritto, non senza un po’ di patria retorica: “Alle piante, che la terra alimenta ed innalza ogni giorno di più verso l’alto firmamento, noi affidiamo i nomi degli eroi, perché ogni giorno di più si aderga la loro figura sfavillante di sacrificio e di gloria. All’ombra delle piante si fermerà un giorno, arso ed affranto, il viatore, e la sua stanchezza sarà ristorata dai nomi eroici che circondano un calvario di sangue e di lacrime accese, con giocondo volere, per la grandezza della Patria. E se fiori e frutti un giorno, il caldo bacio del soler trarrà dalle piante, la riconoscenza, come il sole inestinguibile e la religione della vittoria come il sole fiammante, ogni più alto fiore e ogni più ricco frutto esprimerà dal sangue degli eroi per l’Italia immortale”.
 

Parco di Villa Revoltella

Il Parco si trova in periferia, in una zona di vaste aree boschive. L'area si estende su circa 50.000 mq. ed è quasi tutta in pendenza con un'unica entrata pubblica dalla Via de Marchesetti. Esso contiene la bellissima villa ottocentesca che fu del barone Pasquale Revoltella, ricco, colto e illuminato mecenate. Il parco può essere suddiviso idealmente in tre zone:

  • l'ingresso con una pregevole cancellata in ferro, la chiesa in pietra del Carso disegnata dall'architetto praghese Kranner, il laghetto popolato di pesci rossi e tartarughe, le gloriette, la casa parrocchiale e le vecchie scuderie;
  • la residenza-chalet dei Revoltella, costruita dopo il 1860 su progetto dell’architetto Hitzig, in uno stile semplice che si inserisce nell'ambiente naturale; notevoli sono le serre di vetro e ghisa che si affacciano sul tipico giardino all'italiana;
  • l’area della scalinata, con la statua di Pinocchio sulla fontana e il sottostante campo di basket, una pista di pattinaggio ed altre attrezzature ludiche.


Dall'ingresso si dipartono vialetti pavimentati con un triturato di coccio dal caratteristico colore rossastro, alternati da aiuole verdi ben curate, con specie tappezzanti e fiorifere e grandi alberi secolari. Il parco è un vero è proprio polmone verde della città, in cui perdersi piacevolmente, tra essenze pregiate e lussureggianti. Vi si può ammirare anche una bella collezione di rose antiche.
 

Tergesteo

Il Tergesteo fu eretto tra il 1840 e il 1842 - per opera dell'architetto e ingegner Francesco Bruyn - che coniugò abilmente i due progetti precedenti di Antonio Buttazzoni (facciate esterne dell'edificio e pianta) e di Andrea Pizzala (galleria interna). Per Trieste, il Tergesteo rappresenta una delle ultime opere civili di stile neoclassico: stava per prevalere l'avanzante eclettismo.
L'edificio si pone a cavallo fra l'edilizia pubblica e privata poiché, sebbene nato per iniziativa di una società di azionisti - la "Società del Tergesteo" - sorse per servire come luogo adatto al commercio e come punto di incontro della popolazione. Non a caso infatti viene collocato accanto al Teatro e alla Borsa, gli edifici più rappresentativi della vita economica e culturale cittadina, nei confronti dei quali si pone quasi come punto d'unione. La struttura a crociera della galleria interna, un tempo aperta su tutti e quattro i lati, accentua il suo carattere di nodo urbanistico, quasi riproponendo, in un edificio moderno, la funzione degli incroci viari, dei fori romani, talvolta coperti, presso i quali si svolgeva la vita pubblica degli antichi.
Tuttavia, dopo solo un anno dalla sua apertura nel 1842, la Società committente affittò tutto il pianterreno alla "Società dei Commercianti" che, oltre a tenervi le proprie riunioni, dal 1844 vi trasferì; la sede della Borsa. Dal 1842 al 1883 il Tergesteo fu sede del Lloyd Austriaco, dalla cui tipografia, che aveva sede all'ammezzato, uscirono importanti pubblicazioni, fra cui la "Favilla" e l'"Osservatore Triestino".
Durante la II Guerra Mondiale la galleria fu requisita ed adibita a deposito: la situazione dell'edificio peggiorò seriamente e sarà risolta solo nel 1957, con il restauro realizzato dall'architetto Alessandro Psacaropulo. In quest'occasione venne sostituita l'antica copertura a spioventi, abbassandola e ottenendo maggior equilibrio di proporzioni, e furono restaurate le superfici murarie.